Qui siamo tutti egualitariamente senza valore, direbbe il sergente Hartman

Primo presidente donna, primo presidente nero. A ogni tornata elettorale il messaggio è lo stesso: l’impero è così buono che chiunque può scalarne il vertice. Ma è ipocrisia

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Hillary Clinton sarà il primo presidente “donna” degli Stati Uniti, così come Obama è stato il primo presidente “nero”. Gli stessi onnipotenti “retroscenici poteri”, finanziari e militari, che hanno scritto la sceneggiatura della prima ascesa, determineranno pure la seconda. La funzione “manifesta”, per usare la terminologia freudiana, di questi messaggi dal cuore dell’impero è la legittimazione attraverso esempi – montati all’estremo – di egualitarismo al vertice: l’impero è “buono” perché anche un nero o una donna possono diventare imperatore.

La funzione “latente” è far dimenticare che mai come oggi, dalle capitali di cristallo alle più diroccate periferie, la diseguaglianza economica e la mercificazione dell’uomo è stata così sfacciata e destinata a perdurare, finché i predatori non avranno esaurito tutte le prede. Certo, il rituale per arrivare a questo esito è complicato, richiede una narrazione dove i “cattivi” (il trickster à la Berlusconi Trump o, in subordine, il bieco socialista Sanders) costituiscono il “fattore di impedimento” per l’affermazione finale del bene che vince, come il lupo nelle favole.

Il fatto è che gli sceneggiatori sono sempre più a corto di argomenti per nasconderci che l’unica vera uguaglianza contemplata dall’agenda della globalizzazione, come ha scritto il filosofo Diego Fusaro, è quella hegeliana “dell’irrilevanza”, dove tutto è uguale perché tutto deve essere ugualmente insignificante. «Here you are all equally worthless», arringava le reclute il mitico sergente istruttore Hartman: la versione italiana di Full Metal Jacket rendeva, in modo prosaico, «qui vige l’eguaglianza, non conta un cazzo nessuno!», ma la traduzione più rigorosa, dal punto di vista filologico, è «qui siete tutti egualitariamente senza valore». Perfetta.

Solo il compianto René Girard potrebbe spiegarci come, a ogni happening elettorale (il momento orgiastico di “produzione culturale” direbbe Georges Bataille), si cerca di ricostruire la verginità a una politica che pratica la reversibilità del senso per consentire la massima libertà alla diseguaglianza economica. Se l’uguaglianza promessa è ipocrisia, la sua proclamazione nell’evento delle elezioni deve occultarsi in un unicum emozionale, catartico, sacrificale: il primo nero, la prima donna, il primo giovane. Un eventuale secondo presidente afroamericano non se lo filerebbe nessuno, fra otto anni un presidente con la gonna sarà un déjà vu e un nuovo Renzi non sarebbe più lo stupor mundi: “sacro degradato” ci direbbe Girard. L’artifizio sacrale, prodotto dalla religione civile del momento, funziona una volta sola. Per cui non tiriamo in ballo l’eguaglianza. Non c’è uguaglianza fra lupi ed agnelli.


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