Prescrizione. La riforma del M5s sarebbe «inutile e dannosa»

Solo nel 38 per cento dei casi la prescrizione matura dopo il primo grado. Magistrati, avvocati ed esperti smontano l’idea del ministro Bonafede e puntano il dito contro il “fattore umano”, cioè pm e giudici

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Dopo aver fatto marcia indietro su tanti cavalli di battaglia, il Movimento 5 stelle è intenzionato a recuperare consenso nella base con la legge anticorruzione. Il dl è approdato al Senato e i grillini stanno cercando di far passare un emendamento che abolisca la prescrizione dopo il primo grado di giudizio. Il provvedimento è indigeribile per la Lega e la coalizione di governo ha già ripreso a bisticciare. Soprattutto, come scrive oggi Filippo Facci su Libero, la misura sarebbe un mix di «stupidità e ignoranza».

QUALI REATI CADONO IN PRESCRIZIONE?

Innanzitutto, spiega Facci, non si tratta di una «norma contro i furbi» come vuole Luigi Di Maio, contro quei colletti bianchi che possono permettersi di ingaggiare bravi avvocati che tirino in lungo il processo per scampare alla giustizia. Infatti, solo «il 3 per cento delle prescrizioni totali sono collegate alla corruzione». Cadono in prescrizione soprattutto «le irregolarità edilizie, l’omesso versamento delle ritenute e la guida senza patente o da ubriachi. Per questi tre terribili reati», si chiede il giornalista, «vale la pena di reinventarsi un processo penale senza fine che consentirà di mantenere una persona per tempi indefiniti nella qualità di imputato, anche se intanto fosse stato assolto in primo grado o in Appello?».

OSTAGGI DEL CASO

Cancellare la prescrizione dopo il primo grado non farà che «allungare ancora di più» i già biblici tempi della giustizia italiana: «Il principio costituzionale del giusto processo sarà ostaggio del caso, dell’uzzolo del singolo magistrato o della variabilissima organizzazione degli Uffici Giudiziari sul territorio: le corti di Roma, Napoli, Torino e Venezia, da sole, contabilizzano il 50 per cento di tutte le prescrizioni maturate in appello».

«I MAGISTRATI UCCIDONO I PROCESSI»

Il provvedimento grillino, inoltre, non tiene conto della verità scolpita nel marmo dei freddi numeri. Il Giornale sottolinea infatti che «i dati dimostrano che a uccidere i processi sono nella maggioranza dei casi non gli avvocati, ma i magistrati: il 62 per cento dei processi si prescrive durante le indagini preliminari, quando i difensori contano zero». Non tutti i magistrati, inoltre, lavorano allo stesso modo: «Il ministro della Giustizia Andrea Orlando ordinò una statistica e si scoprì che la metà delle prescrizioni di tutta Italia avviene in soli quattro distretti giudiziari».

«RIFORMA INUTILE E DANNOSA»

Ed è proprio per questo che, come riportato dall’informatissimo sito Giustiziami, gli avvocati delle Camere penali di Milano, Como, Lecco, Pavia, Sondrio e Busto Arsizio hanno bollato il provvedimento invocato dal ministro della Giustizia grillino Alfonso Bonafede come «inutile». Anzi, «la riforma sarebbe dannosa e anticostituzionale, rendendo eterni i processi di primo grado». A conti fatti, solo il 19% dei casi di prescrizione riguarda il primo grado, il 18% la corte d’appello e l’uno per cento la Cassazione.

IL FATTORE UMANO

Non tutti i tribunali poi sono uguali. Scrive Giustiziami:

«A Tempio Pausania la prescrizione incide nel 51,1% dei casi, a Vallo della Lucania nel 41% e a Spoleto nel 33,1%, per indicare le prime 3 sedi più colpite dal trascorrere del tempo. Le ultime in questa speciale graduatoria (Urbino, Rovereto, Napoli Nord, Aosta, Piacenza, Trento, Asti, Bolzano) sembrano essere su un altro pianeta, con percentuali di incidenza della prescrizione comprese tra lo zero e lo 0,5 per cento.  È il “fattore umano”, cioè l’organizzazione dei Tribunali, a determinare queste differenze?».

LE COLPE DEI PM

Secondo il magistrato e nostro collaboratore Alfredo Mantovano, sì. Come spiegato ieri in una lettera a Libero, «la prescrizione è il modo ordinario col quale più d’un pm trasforma in discrezionale quell’azione penale che la Costituzione impone come obbligatoria: talora schiacciato dalla mole dei procedimenti, il pm iscrive nel registro l’informativa di reato e la lascia morire senza trattarla». Ovviamente ci sono anche i magistrati che non hanno affatto voglia di lavorare. Non a caso il Giornale si chiede perché i ministri non pensino di «mandare i loro ispettori» nei distretti più lenti «a chiedere conto ai magistrati del loro operato».

RIFORMARE IL SISTEMA

Se però si vuole uscire dalla discussione ideologica, e cercare di evitare davvero che i colpevoli approfittino del tempo che scorre per restare impuniti, Mantovano ha una proposta. «Serve una revisione seria del codice di procedura penale trent’anni dopo il suo varo», scrive. Bisogna «ripulirlo di tutto ciò che fa perdere tempo senza tradursi in garanzie e ridurre le ipotesi di reato, per far sì che la sanzione penale punisca le condotte più gravi, lasciando il resto al campo degli illeciti amministrativi».

Foto Ansa

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