I grillini vogliono tenerci in ostaggio di processi infiniti

La proposta del M5s di sospendere la prescrizione dopo la sentenza di primo grado è «raccapricciante». Caiazza, Capezzone e Bordin ci spiegano perché

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«È un intervento raccapricciante» dice oggi alla Stampa Gian Domenico Caiazza, presidente dell’Unione Camere penali, commentando la proposta del M5s di sospendere la prescrizione dopo la sentenza di primo grado.
Caiazza ha ragione da vendere. Si rischia di diventare tutti ostaggio dei giudici, dei loro comodi o, se vogliamo dirla in altra maniera, delle lungaggini della macchina giudiziaria.

EMENDAMENTO SCRITTO COI PIEDI

È giusto? No, non è giusto. Spiega infatti il presidente delle Camere penali:

«La prescrizione è il sintomo di una malattia, non la causa. Il problema vero è che in Italia i tempi dei processi sono abnormi. Intervenire sulla durata dei processi ci sarebbe sembrato il minimo sindacale, invece qui vogliono demolire un istituto antichissimo di civiltà giuridica che certo non abbiamo inventato noi avvocati. Voglio fare un esempio per farci capire: il reato di rapina si prescrive in 18 anni e mezzo? Non bastano? È sensato tenere aperto un processo per 20 o 30 anni? Nelle forme, poi, l’emendamento è scritto coi piedi. Non si distingue nemmeno se la sentenza di primo grado è di colpevolezza o di assoluzione».

I deputati M5s Francesca Businarolo e Francesco Forciniti hanno presentato un emendamento al ddl anticorruzione in cui è inserita la modifica, ma l’ispiratore della proposta è Piercamillo Davigo (d’altronde non è un mistero che il guardasigilli Alfonso Bonafede ha nell’ex pm di Mani pulite il suo punto di riferimento). E l’idea di eliminare nella sostanza la prescrizione si inserisce all’interno dell’ideologia grillina-davighina del “non esistono innocenti, ma solo ladri che non sono ancora stati scoperti”. Ma è, appunto, un’ideologia, che ha poco a che fare con la realtà stessa.

LENTEZZA DELLE INDAGINI

E cosa dice questa realtà? Che il 70 per cento dei procedimenti va in prescrizione dopo le indagini preliminari. Cioè sono i pm a essere lenti: perché i cittadini dovrebbero pagare la lentezza delle indagini?

Come spiega sul Foglio Massimo Bordin:

«Circa i tre quarti delle prescrizioni scattano nella fase delle indagini preliminari, quando l’avvocato difensore non ha praticamente modo di intervenire, e una volta incardinato il processo, il codice parla chiaro: le interruzioni del processo causate da istanze della difesa sospendono i tempi della prescrizione. In parole povere la questione nasce dai tempi e modi di lavoro dei magistrati. Pretendere di ottenere che i tempi dei processi si adeguino ai ritmi di lavoro di chi deve portarli a termine è pretesa di inconcepibile arroganza, inammissibile per qualsiasi altra categoria».

ANNOTATE QUESTE CIFRE

Altra segnalazione. Oggi sulla Verità, Daniele Capezzone nota:

«Annotate queste cifre: statistiche ufficiali del ministero della Giustizia. Procedimenti penali pendenti: 1.520.599. Procedimenti civili pendenti: 3.587.589. Aggiungete la stima di Bankitalia: 1% di Pil perso per il cattivo malfunzionamento del servizio giustizia. Per concludere, scorrete la classifica compilata dalla Banca mondiale: Italia sul gradino numero 157, su 183 Paesi, per la durata dei processi».

Se è questa la situazione, con tribunali ingolfati di cause, eliminare la prescrizione non è la scelta più saggia (eufemismo).

PROCESSO ETERNO

Ma, poi, soprattutto: la prescrizione è sacrosanta, è il modo per non rimanere intrappolati in eterno nelle mani di una giustizia senza volto. Immaginatevi non solo il politico, ma il comune cittadino che dopo la sentenza di primo grado debba aspettare anni e anni prima di sapere il suo destino. Tra l’altro, come nota sempre correttamente Capezzone:

«La Corte costituzionale ha già stabilito che eventuali norme sfavorevoli al cittadino in materia di prescrizione non possano operare retroattivamente. Morale: le nuove norme non potrebbero essere applicate a eventuali reati commessi prima della loro entrata in vigore. In ogni caso, è palese l’incostituzionalità di un “processo eterno”, rispetto alla previsione della Carta di una “ragionevole durata del processo”».

Foto Ansa

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