Perché nel mondo libero i giovani non credono più alla grande bugia del “diritto di aborto”

L’Osservatore Romano indaga in un editoriale le ragioni dell’inatteso rinnovato vigore dei movimenti per la vita negli Stati Uniti, Spagna e Francia

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Riproponiamo l’editoriale di Lucetta Scaraffia pubblicato in prima pagina dall’Osservatore Romano.

Qualcosa sta cambiando nel mondo sul fronte dell’aborto: in Spagna il Governo ha deciso di consentirlo solo in caso di violenza o di gravi malformazioni, mentre negli Stati Uniti più di venti Stati restringono le possibilità di metter fine a una gravidanza e alla Camera è stata votata una norma che vieta l’aborto dopo le venti settimane. E pochi giorni fa la marcia per la vita che si è tenuta nella capitale ha visto sfilare, nonostante il freddo polare, tanti giovani.

Come ha osservato The Washington Post, il nuovo movimento antiabortista — contro ogni previsione — conquista sempre più giovani. Sono giovani che non erano ancora nati al momento delle grandi battaglie degli anni Settanta e pensano liberamente, senza essere influenzati da quella ondata ideologica che allora ha fatto dell’interruzione di gravidanza un problema di diritti, un passo fondamentale dell’emancipazione femminile.

Mentre i giovani americani stanno scoprendo il diritto alla vita e vi si appassionano, in Francia il Governo propone un allargamento della possibilità di aborto, rendendo la scelta priva di qualsiasi vincolo morale: è stato cancellato, infatti, ogni riferimento che la colleghi a un contesto drammatico, a una condizione di «estremo disagio della donna». E su questa modifica — più che altro formale, perché ormai da anni questa clausola non veniva più rispettata — si è riaperta la battaglia: anche qui, per l’aborto adulti e anziani, mentre molti giovani si dichiarano contrari.

Questi conflitti superano la tradizionale opposizione politica tra destra e sinistra, diventando scontri fra le generazioni. I vecchi sostenitori dell’aborto, inoltre, non hanno voglia di ammettere che la legalizzazione è stata un fiasco rispetto ai loro stessi obiettivi: nel difendere il “diritto di aborto”, infatti, avevano promesso che la legalizzazione, accompagnata a una martellante campagna anticoncezionale, avrebbe di fatto stroncato il ricorso a questa pratica. Non è successo niente del genere. Anzi, oggi si calcola che in Francia una donna su tre abbia abortito almeno una volta, mentre la trasformazione linguistica — con l’uso dell’espressione “interruzione volontaria di gravidanza”, cioè il tentativo di fare dell’aborto un intervento medico come gli altri — è riuscita solo a tingerlo di una superficiale leggerezza.

Ma il problema più grave che la legalizzazione dell’aborto ha aperto — e che nessuno vuole affrontare — è il suo conflitto con i diritti umani, come ricorda Papa Francesco nella Evangelii gaudium: «Questa difesa della vita nascente è intimamente legata alla difesa di qualsiasi diritto umano. Suppone la convinzione che un essere umano è sempre sacro e inviolabile, in qualunque situazione e in ogni fase del suo sviluppo. È un fine in se stesso e mai un mezzo per risolvere altre difficoltà. Se cade questa convinzione, non rimangono solide e permanenti fondamenta per la difesa dei diritti umani, che sarebbero sempre soggetti alle convenienze contingenti dei potenti di turno».

Con la legalizzazione dell’aborto, come ha scritto il sociologo francese Luc Boltanski, dopo duemila anni si è posto nuovamente il problema di quale sia la definizione di essere umano, con relativa crisi di quell’idea che sta dietro la Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948. L’irruzione dell’aborto nella sfera della legalità, infatti, riapre una differenza fra «esseri umani della carne» ed «esseri umani confermati dalla parola»; solo a questi ultimi è concesso di vivere, mentre i primi si ritrovano nella condizione che una volta era degli schiavi: sono cioè «una umanità non confermata». Boltanski, che ragiona al di fuori delle passioni ideologiche e religiose, conclude che «la condizione del feto è la condizione umana».

Allora è possibile — e auspicabile — che, mettendo in discussione l’aborto, la riapertura del dibattito sulla definizione e la dignità di ogni essere umano riaccenda interesse e ascolto per la posizione della Chiesa, fino a poco tempo fa considerata antiquata e conservatrice.

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