Perché la Francia non riesce a espellere i migranti irregolari radicalizzati

Tra i ricorsi legali e quelli sanitari, la Francia espelle 20 mila migranti all’anno a fronte di 100 mila domande d’asilo rigettate. E la pandemia complica tutto

francia migranti

Si aspettava solo la conferma ufficiale ed è arrivata puntuale venerdì: Abdullakh Anzorov, il giovane che ha decapitato il docente francese Samuel Paty, aveva legami con i jihadisti in Siria. Il 18enne era un rifugiato con regolare permesso di soggiorno fino al 2030, ma in reazione all’ennesimo attentato terroristico è cresciuta in Francia l’insofferenza verso l’incapacità del paese di espellere gli immigrati (radicalizzati o meno), soprattutto quando non sono in possesso di un permesso di soggiorno.

UNA MONTAGNA DI RICORSI

Un’indagine del Figaro mostra quanto sia legalmente difficile espellere gli ospiti irregolari. In un articolo per il quotidiano francese Didier Leschi, direttore generale dell’Ufficio francese dell’immigrazione e dell’integrazione (Ofii), spiega che anche quando l’Ufficio francese di protezione dei rifugiati e degli apolidi (Ofpra) rigetta una richiesta d’asilo, è sempre possibile effettuare ricorso alla Corte nazionale del diritto d’asilo (Cnda), potendo contare in automatico sull’assistenza di un avvocato pagato dallo Stato. Il ricorso impedisce di ricondurre alla frontiera il richiedente quando questo proviene da un paese che non è ritenuto «sicuro».

L’Ofpra respinge ogni anno circa 100 mila richieste di asilo ed è compito dei prefetti, una volta bocciato il ricorso, emettere l’ordine di espulsione (Oqt). Questo può essere però contestato entro un mese e in ogni caso il soggiorno clandestino in Francia non è più un reato dal 2012. Anche chi viene ritrovato senza documenti non può essere arrestato ma detenuto in un centro amministrativo per un massimo di 90 giorni.

LA PANDEMIA PEGGIORA LE COSE

Spesso l’espulsione viene bloccata perché il richiedente presenta all’Ofii una richiesta di interrompere la procedura a causa di un precario stato di salute. Fino al 2016, quando le richieste erano gestite dalle aziende sanitarie locali, l’80 per cento delle richieste veniva accettato. Dal 2016, da quando cioè le richieste vengono gestite direttamente dall’Ofii, il tasso è diminuito al 50 per cento.

In aggiunta, resta il problema dei paesi d’origine, che possono sempre rifiutarsi di far rientrare l’immigrato, insieme ai «problemi di sicurezza sull’imbarco di passeggeri recalcitranti su un aereo». La pandemia complica tutto: i paesi d’origine richiedono che gli immigrati siano in possesso di un tampone negativo. «Il tampone però non può essere fatto con la forza. Chi si rifiuta deve essere obbligato con l’intervento della giustizia. Che però non sempre interviene».

Foto Ansa