Perché la Francia ha difeso i più fragili dal virus e ha fatto morire Lambert?

A un anno dalla morte per fame e per sete del paziente tetraplegico, esce Oltralpe un libro che accusa lo Stato: «Un’eutanasia che interroga la nostra democrazia»

Vincent Lambert

È passato un anno da quando Vincent Sanchez, medico dell’ospedale Sébastopol Chu di Reims, ha interrotto l’alimentazione e idratazione di Vincent Lambert il 3 luglio, provocando la sua morte per fame e per sete dopo lunghi giorni di agonia l’11 luglio. «Quali criteri, leggi o interesse superiore autorizzavano a sedare in modo eutanasico una persona che non era in fin di vita?», si chiede sul Figaro Emmanul Hirsch nel primo anniversario della morte del paziente tetraplegico in stato di minima coscienza di 44 anni. Hirsch, docente di Etica medica alla facoltà di medicina dell’Università di Parigi sud, ha appena dato alle stampe il libro Vincent Lambert, una morte esemplare?

«LAMBERT NON ERA IN FIN DI VITA»

Hirsch ricorda che in Francia almeno 1.800 persone si trovano, proprio come si trovava Lambert, in stato di minima coscienza, accuditi in 150 strutture specializzate. A Lambert, invece, per oltre 10 anni è stato impedito di trasferirsi in uno di questi centri, come richiesto a molteplici riprese dai genitori, per l’opposizione principalmente della moglie, secondo la quale la volontà del marito (non certificata da alcun documento) era quella di morire.

Lambert, afferma Hirsch, «non era in fin di vita, nessun medico ha mai potuto affermarlo e nessuna direttiva anticipata lasciava pensare che preferisse la morte a una vita condizionata dall’handicap». Eppure è stato ucciso «al termine di un processo medico-giudiziario di morte annunciato dal 2013».

LA SCHIZOFRENIA DELLO STATO

Un accanimento che contrasta con quanto si è verificato in Francia (e non solo) durante questi mesi di pandemia:

«Siamo stati tutti colpiti e messi davanti alle nostre vulnerabilità dall’imprevedibile. Abbiamo affrontato dilemmi decisionali nelle sale di rianimazione. Abbiamo toccato con mano la morte, il confinamento, l’impossibilità di stare accanto alle persone in fin di vita. Davanti a questa realtà difficile, sono i valori del rispetto, dell’impegno, del non abbandono, della solidarietà che hanno prevalso. Per riprendere uno slogan che ci ha segnato dopo l’assassinio di George Floyd, tutte le vite contano. Io non sono un partigiano della vita a tutti i costi», ma l’atteggiamento adottato dallo Stato francese durante la pandemia non è lo stesso che ha riservato a Lambert, «quando ha impugnato davanti alla Corte di Cassazione la decisione della Corte d’appello di Parigi, che chiedeva di rimandare la sedazione terminale. Durante la pandemia lo Stato ha deciso di preservare la vita dei più vulnerabili imponendo il confinamento al costo di conseguenze economiche di cui solo ora scopriamo la portata. Il caotico percorso medico-giudiziario di Lambert, invece, mostra una deriva che ci interroga e ci fa domandare quale sia lo spirito della nostra democrazia. Noi dobbiamo imparare la lezione da questo fallimento etico e politico».

Foto Ansa