Perché dobbiamo votare i grillini, se poi ci tocca lavorare al posto loro?

Beppe Grillo prevede che il Movimento 5 stelle diventerà «primo partito» in Italia. Tutto sarà deciso attraverso «referendum popolari propositivi». Ma perché dobbiamo delegarli e poi lavorare noi?

Beppe Grillo ne è convinto: dalla prossima tornata elettorale potrebbe uscire «Cinquestelle primo partito, col premio di maggioranza della porcata Calderoli che non riescono a cancellare, 300 deputati (…). Troveremo persone competenti e oneste per fare il premier e i ministri. (…) E poi ci inventiamo un meccanismo di democrazia partecipativa per far governare i cittadini». Nell’intervista pubblicata oggi sul Fatto quotidiano il leader del Movimento 5 stelle fa grandi progetti in un colloquio con Marco Travaglio, mantenendo fermi i punti saldi: il programma dovrà essere «ampliato, dopo averlo discusso in rete», nessuna struttura perché «siamo un movimento orizzontale, se ti sviluppi in verticale diventi un partito», i candidati li sceglieranno «tra i 200 mila iscritti al movimento. Ma li sceglieremo in rete».

Il succo è sempre quello: democrazia partecipativa. In parole povere: a scegliere sono i cittadini, attraverso la rete. Su tutto. Così, quando Travaglio elenca questioni annose come «euro, politica estera, cittadinanza, immigrazione, bioetica» e domanda alla fine «chi decide?», la risposta di Grillo è il massimo della coerenza: «Questioni troppo grandi perché possa decidere un partito o un non-leader. Faremo referendum popolari propositivi». E allora la domanda sorge spontanea: perché delegare dei poteri ai grillini, eleggendoli in Parlamento, facendoli anche diventare primo partito e permettendo loro di esprimere il premier, se poi tutto deve essere deciso dai cittadini?

Paolo Nori, invitato sabato scorso a parlare alla festa del Fatto quotidiano a Reggio Emilia, scrive oggi sul Foglio criticando i grillini guidati da Pizzarotti appena eletti a Parma: «Le parti che ho letto del programma elettorale del Movimento 5 stelle di Parma mi sembrano confuse e in larga parte incomprensibili, e il fatto che i suoi rappresentanti siano facce nuove, per così dire, non è, per me, una garanzia del fatto che siano bravi. Potrebbero essere nuovi e pessimi, potrebbero essere onesti, e pessimi, la cosa interessante adesso è vedere quello che saranno capaci di fare, ho detto».

Tralasciando le «critiche ecologiche» che Nori rivolge ai grillini – «se l’inceneritore non si fa ci sarà un giro di rifiuti che produce, oltre a (trascurabili) costi più alti, sicuramente più inquinamento (tutti i camion e tutte le navi che dovranno girare da Parma all’Olanda prima di arrivare, tra cinque anni?, tra dieci anni?, all’auspicabilissimo traguardo dei rifiuti zero)» – sembra di buon senso «stare a vedere quello che saranno capaci di fare».

Ma questo è un criterio che i grillini rifiutano. Uno dei punti del programma di Pizzarotti è trasmettere in diretta tutti i Consigli comunali in modo che i cittadini possano verificare tutto ciò che viene detto e deciso. Il neosindaco di Parma lo propone nel sacro nome della trasparenza, ma se bisogna perdere tempo a controllare tutto quello che fanno i politici, e svolgere così il lavoro al posto loro, allora tanto vale non delegare loro nessun potere. Ma come spiega ancora Nori sul Foglio, questa è un’idea che non sfiora neanche i grillini: secondo loro «non dovrebbero dimostrare niente, non dovrebbero rendere conto di niente, dovrebbero solo fornirci la struttura e poi saremmo noi a dover lavorare. Perché c’è qualcosa che non mi torna? È un’antipatia viscerale che mi impedisce di vedere le magnifiche sorti e progressive della politica che viene dal basso, o sono questi signori che, per quanto gentilissimi, nuovissimi e, presumibilmente, onestissimi se la cantano e se la suonano in modo che loro, senza dovere fare niente, senza dovere essere capaci di fare niente, sono comunque i più bravi non si capisce sulla base di cosa?». Potremmo stabilirlo con un referendum popolare propositivo.

@LeoneGrotti