«Perché cercate tra i morti colui che è vivo?». In cammino per Marco Gallo

Centinaia di ragazzi in uno “strano” pellegrinaggio in memoria di un loro coetaneo morto il 5 novembre 2011 in un incidente.

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Rapallo, 1 novembre 2015 ore 8.45. Anche quest’anno centinaia di ragazzi si sono ritrovati ai piedi delle colline liguri per salire fino al santuario della Madonna di Montallegro. Arrivano dalla Lombardia, dalla Liguria e dalla Romagna. «Ma chi sono?», si chiedono i passanti.
Sono un popolo di giovani riunito dalla morte di uno di loro. Un popolo che per il quarto anno di fila fa memoria di un evento che ha toccato la vita di chi è presente.
Era la mattina del 5 novembre del 2011 quando Marco Gallo, diciassettenne residente a Monza, fu travolto da un’auto mentre andava a scuola in motorino. Quel che si vede a Rapallo è il frutto di un chicco di grano ancora fertile. «Oggi – scriveva Marco – prometto che, con un desiderio grandissimo, con una grande gioia-forza sempre, come se fosse l’ultimo giorno di vita per scegliere a chi poter dare la mia giornata e vita, mi aprirò alla ricerca del mistero con giudizio e col rispetto di ciò che la realtà mi pone».
Questo e tanti altri pensieri ritmavano da qualche anno l’esistenza di Marco. Pensieri ritrovati dalla famiglia nei suoi diari, sui suoi libri o perfino appallottolati in foglietti e bigliettini di carta. «Sento quindi il bisogno, il dovere di coltivare queste intuizioni di eccezionalità per me prima di tutto presenti in persone e di essere mendicante di queste persone, di questo amore vivo in tutte le cose, vivo in tutti noi, che però è percepito se cercato», si legge in un suo scritto. Marco cercava, infatti, il senso di tutto ed era disposto ad andare contro corrente per affermarlo, perché «vanità delle vanità, la morte», scriveva su Facebook pochi giorni prima dell’incidente. «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?», segnava sul muro di fianco al crocifisso della sua camera da letto.

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IL FRUTTO DEL SEME. È questa la domanda che ancora oggi permette alla famiglia di Marco di non restare «paralizzata nel dolore» e che «non cessa di farci muovere e camminare (…) scoprendoci fratelli e sorelle di ogni persona nel nostro cammino», spiega alla partenza papà Antonio. Si comincia a camminare e per due ore il silenzio è solo interrotto da letture, recita del rosario e canti. A condurre il pellegrinaggio sono alcuni universitari, in un’orazione intensa e composta che al giorno d’oggi ha quasi dell’incredibile.
All’arrivo, i pellegrini salgono gli scalini del santuario, sfilando davanti ai turisti. Il gesto si chiude con la Messa e la canzone “Io non sono degno” che Marco commentava così: «Noi non ti meritiamo, non meritiamo una goccia del sangue di Te. E invece, TU ci sei e mi ridesti ogni attimo, senza che io me ne accorga, Tu mi dai la bellezza, le persone, le risposte».
Dopo la Messa vengono distribuiti focacce, salame e vino. Sotto il sole e ammirando il golfo, i ragazzi pranzano insieme. Fra i presenti ci sono anche gli ex compagni di classe di Marco. Letizia, 22 anni, racconta: «Negli ultimi tempi Gallo era un fiume in piena. Mi ricordo che un mese prima dell’incidente riunì tutta la classe dicendoci che dovevamo impegnarci a cercare Cristo in ogni cosa e che se uno lo avesse trovato nella matematica, ad esempio, doveva dirlo a tutti. Noi non capivamo e io ne soffrivo, qualcuno sviava la provocazione accusandolo di ripetere “frasi fatte” del gergo cristiano. Anche lui soffriva, perché gli urgeva comunicarci quel che noi però non comprendevamo. Solo una cosa era evidente: eravamo davanti a una presenza implacabile, che ci provocava tutti».
Scriveva ancora Marco: «“Pietro mi ami tu?” Ugualmente dovrebbe nascere in noi pietà per il limite dell’altro nel capire, e ugualmente in noi stessi, perché siamo entrambi uomini». Fu solo dopo la sua morte che tanti compresero meglio la sua urgenza e i suoi compagni cominciarono a fare insieme quel che lui desiderava, qualcuno persino avvicinandosi al cristianesimo fino a quel momento tenuto lontano: «In classe leggevamo delle lettere in cui ognuno spiegava cosa aveva scoperto grazie alla sua morte. E diventammo amici». Realizzando ciò che Marco auspicava, spiegando che l’amicizia «è vera solo se aiuta a tendere al vero».

LA TESTIMONIANZA CRISTIANA. Fra i presenti a Montallegro c’è anche chi non ha mai conosciuto Marco da vivo, ma che ancora oggi viene raggiunto dalla sua testimonianza. Come Elisa, 21 anni: «Non è che sono capace, ma anche io vorrei dare la vita per la salvezza del mondo». Così è per Paolo, 20 anni, che ha camminato scalzo «per offrire un’altra volta tutto». Impressiona sentire queste parole dopo aver letto durante il pellegrinaggio quello che Marco desiderava di fronte a una società moderna che definiva «sospesa nel nulla» e dove «ormai tutto è dubbio». Scriveva: «Lo scopo del popolo cristiano non è quello di assimilarsi a tutto il resto, di farsi trascinare nel baratro del vuoto, per vivere come amebe assorbendosi la messa della domenica, ma di dare un’evidente testimonianza della presenza che hanno incontrato (…) forse un giorno non seguiremo più la corrente (…) saremo segni della grandezza del messaggio cristiano».
Finito il pranzo, i ragazzi, guidati da chitarra e violino, cominciano a cantare, dedicando una delle canzoni ai cristiani perseguitati in Medio Oriente, da registrare e pubblicare su YouTube «perché non si scoraggino e vedano che fra i loro fratelli occidentali c’è ancora chi ha fede e come può morire un cristiano», spiega mamma Paola. Conclusi i canti, in viaggio verso il Camposanto dove Marco è sepolto, Sara, 17 anni, racconta commossa: «Anche io, sempre timida e spaventata, sono stata graziata dall’incontro con Cristo. E quando un giorno la professoressa ha chiesto a me e ai miei compagni atei in cosa credevamo, mi sono ritrovata a dire senza paura: “Io credo in Gesù Cristo, che è figlio di Dio, che è morto e risorto. E io ci credo perché di questa resurrezione ne faccio esperienza continua e non mi basta mai”».

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