Perché c’è poco da esultare per le rivolte in Egitto e Tunisia

Da Le Monde al Wall Street Journal, tutti tifano per la “sete di libertà” che le masse paiono mostrare. Ma questo entra in contrasto con le politiche e gli interessi occidentali nella regione: contenimento dell’influenza iraniana, sicurezza per Israele, lotta al radicalismo islamico

Dopo qualche settimana trascorsa a scrutare se nelle folle dei manifestanti primeggiavano barbe islamiste e niqab femminili, rassicurati dal panorama vestimentario e dalla rasature sufficientemente occidentalizzati, i commentatori di destra e di sinistra hanno deciso di sposare la causa delle proteste di piazza nel mondo arabo, e di tifare per un “effetto domino” regionale della fuga del presidente dittatore Ben Ali da Tunisi.

Da Le Monde al Wall Street Journal, tutti tifano per la “sete di libertà”
che le masse paiono mostrare sia in Tunisia che in Egitto, mentre altre piazze sembrano prepararsi alla prova di forza. E chiudono gli occhi sul fatto che lo smottamento politico in corso in Medio Oriente vada in direzione contraria alle politiche e agli interessi occidentali nella regione. Che da almeno un decennio si riassumono in tre punti: contenimento dell’influenza iraniana, sicurezza per Israele, lotta al radicalismo islamico.

Su tutti e tre i fronti si profilano sconfitte strategiche. Nel momento in cui i regimi alleati dell’Occidente nella lotta al radicalismo islamico vanno in crisi uno dopo l’altro e nelle soluzioni di ricambio che si profilano, i partiti islamisti sono destinati a giocare un ruolo di primo piano; in Palestina Hamas guadagna posizioni grazie alle rivelazioni di Al Jazeera sui “cedimenti” di Fatah; il Libano precipita interamente nella sfera d’influenza siriano-iraniana e in Egitto riprendono quota le chances presidenziali di Mohamed El Baradei, l’uomo che con una politica ambigua ai vertici dell’Aiea ha permesso all’Iran di avanzare sulla strada del nucleare.

A tutto questo si aggiunga che in nessun modo le piazze arabe di questi giorni avvertono l’Iran come una minaccia, anzi: lo considerano un salutare contrappeso al potere non solo di Israele e Stati Uniti, ma anche dell’Arabia Saudita, paese i cui leader non sono affatto stimati dalla grande maggioranza degli arabi.
 
Agli entusiasti delle manifestazioni pro-democrazia nei paesi arabi andrebbe infine fatta notare una cosa: l’unico paese della regione in cui non è stato avvertito il benchè minimo sussulto è la Siria, dove la dittatura poliziesca e la depressione economica non sono inferiori a quelle degli altri stati arabi. Però è l’unico paese arabo con un governo radicalmente antioccidentale e filo-iraniano. Che strano.