Perché «i beni sequestrati alla mafia si dovrebbero vendere, vendere, vendere»

La coraggiosa posizione di un magistrato che sfida «gli estremisti dell’antimafia, le false cooperative, le multinazionali del bene sequestrato»

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20090703 GENOVA -CRO- OPERAZIONE DIA TRA GENOVA E PALERMO. Da questa mattina all'alba carabinieri in azione per sequestrare immobili riconducibili a famiglie mafiose palermitane -ANSA/LUCA ZENNARO-

Pubblichiamo la rubrica di Maurizio Tortorella contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Che troppo spesso istituzioni e norme dell’antimafia girino desolatamente a vuoto, e non solo per la difficoltà della materia, è vecchia storia. È anche una vecchia polemica, accesa 29 anni fa da Leonardo Sciascia con un articolo pubblicato sul Corriere della Sera. Era il 10 gennaio 1987 e l’articolo s’intitolava “I professionisti dell’antimafia”: Sciascia scriveva che ormai in Italia il modo migliore per fare carriera in politica e in magistratura era dichiararsi antimafioso, e usare l’«antimafia come strumento di potere», come mezzo per essere potenti e intoccabili.

Da allora è passata molta acqua sotto i ponti. E molte leggi sono passate in Parlamento, ma purtroppo i risultati sono deludenti. Lo hanno mostrato con drammatica evidenza molti recenti casi di cattivissima gestione dei beni confiscati a Cosa nostra (un valore stimato in 30 miliardi di euro), a partire dallo scandalo di Palermo che da settembre vede indagati per corruzione e altri reati alcuni giudici di quel Tribunale, accusati di avere favorito sempre gli stessi custodi giudiziari cui sono stati attribuiti lucrosissimi incarichi.

In una clamorosa intervista a Panorama il sostituto procuratore napoletano Catello Maresca (43 anni, 11 dei quali trascorsi come magistrato anticamorra) lancia serie accuse contro «gli estremisti dell’antimafia, le false cooperative, le multinazionali del bene sequestrato». Maresca se la prende perfino con Libera, l’associazione di don Luigi Ciotti, sostenendo che «gestisce i beni sequestrati alle mafie in regime di monopolio e in maniera anticoncorrenziale». Don Ciotti ha annunciato querele, si vedrà. Resta il fatto che il magistrato ha confermato quel che pare un fatto incontrovertibile: «Le imprese sequestrate ai mafiosi si dovrebbero vendere, vendere, vendere», ha detto. «Mi chiedo che fini sociali possa avere un capannone industriale. Oggi il tabù dell’antimafia è la parola “vendita”. Una volta sequestrati i beni, bisogna individuare quelli riutilizzabili per fini sociali: dove possibile si possono costruire caserme, per esempio. Ma tutto il resto è da alienare».

Certo, poi c’è il rischio che ad acquistare siano gli stessi mafiosi. Ma è vero che l’attuale gestione dei beni confiscati è a dir poco lacunosa. Basti pensare ai compensi attribuiti ai custodi giudiziari. La legge 140 del 2012 stabilisce che, quando il valore del bene sequestrato supera i 50 mila euro (quasi sempre), agli amministratori nominati dal tribunale spetta una retribuzione tra l’1 e il 2 per cento annuo del valore. Questo permette loro di raggiungere retribuzioni elevatissime, con evidenti, potenziali distorsioni che alimentano favori e illeciti di ogni tipo.

E cosa fa la politica per rimediare ai suoi errori? La Camera ha varato nel 2015 un nuovo Codice antimafia, ora all’esame del Senato. I grillini gridano al successo perché sono riusciti a inserire un emendamento apparentemente giacobino, che vieta al giudice che gestisce i beni confiscati di affidarlo a un amministratore che sia stato suo «abituale commensale», oltre che (ovviamente) a propri parenti. La norma, però, dimentica di escludere che un giudice possa assegnare il bene al parente di un altro magistrato. Così gli “scambi di favori” sono sempre possibili… Fino al prossimo scandalo, che arriverà dopo infinite intimidazioni e censure verso chi avrà provato a sollevarlo. Perché chi osa sfiorare i potentati dell’antimafia è sempre un «delegittimatore», come fu considerato Sciascia ai suoi tempi (e probabilmente il pm Maresca da domani). E rischia grosso.

Foto Ansa


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