«Per la Cassazione un disabile non è degno di vivere. Ma la malattia fa parte della nostra vita»

Sul caso della bambina risarcita con una sentenza della Cassazione perché down, intervista a Dario Paladini, presidente Sieog: «C’è il rischio che si affermino pratiche eugenetiche».

«È come se io denunciassi il medico che mi ha fatto nascere perché sono nato. La sentenza della Cassazione afferma un principio pericoloso: se sono disabile non sono degno di vivere». Dario Paladini, presidente Sieog (Società italiana di ecografia ostetrica e ginecologica e metodologie biofisiche), fa riferimento alla sentenza 16754 del 2 ottobre, con cui la Cassazione ha deciso che la Ulss di Castelfranco (Treviso) deve risarcire una madre, in quanto tutore legale di una bambina (oggi sedicenne) affetta da sindrome di Down, perché la malattia non è stata diagnosticata quando era ancora nell’utero. «Più volte i genitori, a torto o ragione, hanno fatto causa ai medici per errori nella diagnosi prenatale, ma qui la madre ha fatto causa in quanto tutore della bambina – spiega Paladini a tempi.it – Come se la sua vita non fosse degna di essere vissuta. Così c’è il rischio che si affermino pratiche eugenetiche».

Perché parla di derive eugenetiche?
È come dire che una diagnosi di disabilità deve necessariamente accompagnarsi all’interruzione di gravidanza, come se la disabilità determinasse che una vita non è degna di essere vissuta. Questa è una deriva etica di portata enorme, e non lo diciamo solo noi di Sieog, ma anche tante altre associazioni. E non c’è solo la deriva etica.

Cioè?
Questa sentenza avrà ripercussioni sulla diagnostica prenatale, perché mentre tutto il mondo cerca di ridurre il numero delle pratiche di amniocentesi, a causa dell’invasività del trattamento che, in un caso su 200 causa l’aborto, questa sentenza spinge l’Italia verso la diagnostica invasiva. Oltre che causare più aborti, in questo modo ci sarà anche uno spreco delle risorse del Sistema sanitario nazionale e gravi ripercussioni sui medici in termini di applicazione della legge 194. È quindi un precedente di enorme portata e noi speriamo che il governo si attivi, visto che già in Italia il clima medico-legale è pesante.

Si attivi in che modo?
Sul nostro sito abbiamo pubblicato un documento al riguardo da sottoscrivere da parte di medici di tutte le categorie – non solo ginecologi – e in una settimana ha già ricevuto più di 1.200 adesioni. Bisogna fare delle leggi ad hoc perché casi di denunce come questi non si possano verificare.

La legge 194 però prevede l’aborto nel caso un feto sia diagnosticato disabile.
Sì, ma non in quanto il feto è disabile. Cioè, la legge 194 non giustifica l’aborto perché il feto è down, non è mica una legge eugenetica, permette l’interruzione di gravidanza solo se la disabilità determina ripercussioni psichiche gravi sulla madre. Che la madre abbia – per suo conto – denunciato il collega, a torto o ragione, è una cosa che si affronta in tribunale, il punto però è che la madre lo ha denunciato anche come garante del proprio figlio down: come se io denunciassi il medico che mi ha fatto nascere, per il fatto di essere nato. Questa è la deriva etica estrema che questa sentenza si porta con sé: se io sono disabile non ho diritto a nascere.

Eppure solo poche settimane fa la disabilità è stata celebrata alle Paralimpiadi.
È una sentenza che va contro l’accettazione e l’aiuto che la società deve dare ai disabili, che potranno avere problemi dal punto di vista fisico, intellettivo o psicologico, ma sono persone come tutti gli altri. Se non le consideriamo così, evochiamo spettri terribili.

Da dove viene una mentalità che vede la disabilità come indegna?
Anche dai media: molto spesso nelle pubblicità il bambino è sempre bello, biondo e con gli occhi azzurri, le mamme sono donne splendide. Poi è chiaro che le persone più sensibili e fragili possono esserne influenzate. La realtà è fatta anche di donne normali, o con vari problemi, che sono riuscite a portare avanti gravidanze difficili, con esiti ottimi, ma talvolta meno buoni. La disabilità, la malattia e la morte fanno parte del nostro quotidiano; non devono esserne escluse e non vi è sempre un colpevole da trovare.