Picchiato, perseguitato, quasi ucciso. Come vive un pakistano convertito al cristianesimo. In Inghilterra

Intervista a Nissar Hussain che ci racconta la sua terribile vicenda. «Perseguitano me e la mia famiglia da 15 anni. Perché devo soffrire solo per essermi convertito?»

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Nissar Hussain ha appena ricominciato a camminare con l’aiuto di una stampella. Riesce anche a piegare il ginocchio di 30 gradi ed è felice, perché «se Dio non avesse fatto un miracolo ora sarei morto». Il 17 novembre due uomini l’hanno aggredito davanti a casa sua con mazze da baseball, non di comunissimo legno ma di cemento. Hanno cercato di colpirlo al volto «ma Dio, come se fossi una marionetta, ha preso la mia mano e l’ha sollevata». La telecamera davanti a casa sua ha ripreso tutto (qui il video, l’aggressione parte al minuto 4). Risultato: gamba e mano rotte, due operazioni e 11 giorni di ospedale. Hussain non si è stupito più di tanto perché è da 15 anni che viene insultato, minacciato, aggredito e perseguitato dalla comunità musulmana pakistana per essersi convertito al cristianesimo dall’islam. In Pakistan, purtroppo, è normale che un convertito rischi la vita, in quanto considerato «apostata e infedele». Hussain però non vive in Pakistan, ma in Inghilterra, dove è nato e cresciuto. La storia che questo padre di famiglia di 50 anni, sposato con sei figli, racconta a tempi.it è così incredibile da sembrare impossibile. Ma è vera e rivela il calvario che un uomo deve patire per esercitare la sua libertà religiosa nell’occidentalissimo Regno Unito, dove né la polizia né la Chiesa anglicana fanno nulla per proteggerla.

Signor Hussain, quando si è convertito al cristianesimo dall’islam?
Sono nato nel 1965 in Inghilterra in una famiglia musulmana molto osservante. Ma a 15 anni mi sono convertito grazie a un mio compagno di classe. Lui era un razzista, uno skinhead, come li chiamiamo qui, che dopo aver scoperto il cristianesimo è cambiato completamente. Ha modificato il linguaggio, ha tolto gli orecchini, coperto i tatuaggi ed è diventato gentile: la sua metamorfosi mi ha così affascinato e sbalordito che ho cominciato a fargli delle domande.

E poi?
Lui mi ha consigliato di leggere la Bibbia e dopo aver letto i Vangeli di nascosto dalla mia famiglia, ho subito capito che Gesù era il vero Dio, l’unico che poteva salvarmi dai miei peccati. Ma in senso stretto, la mia vita cristiana è cominciata solo 15 anni dopo.

Perché?
Perché una notte mi sono addormentato mentre leggevo la Bibbia e mia mamma, entrando in camera per rimboccarmi le coperte, mi ha scoperto. La mattina dopo si è infuriata e ha minacciato di dire tutto a mio padre. Io ero terrorizzato e così ho smesso di frequentare i miei amici cristiani e gli incontri, ho continuato ad andare in moschea e a leggere il Corano.

Quando sono cambiate le cose?
Dopo essermi sposato, nel 1990 mi sono trasferito da Birmingham a Bradford. Nel 1996, mio fratello di 29 anni è morto all’improvviso. Mio padre, che era tornato nel suo paese d’origine, nel Kashmir pakistano, mi ha chiesto di portare là la salma. Io sono rimasto traumatizzato e mentre trasportavo la bara in Pakistan, ho capito che non potevo più fingere di essere musulmano.

Tornato in Inghilterra, ha cominciato a frequentare la Chiesa?
Sì, di nascosto dalla mia famiglia e da mia moglie Kubra. Lei un giorno mi ha scoperto, si è arrabbiata e mi ha detto di andarmene perché altrimenti avrei «contaminato lei e i miei figli». Dopo un periodo molto difficile ho scoperto l’esistenza di cristiani pakistani in Inghilterra, non credevo che esistessero, abbiamo cominciato a frequentarli e col tempo anche mia moglie si è convertita al cristianesimo.

Le vostre famiglie come l’hanno presa?
La mia malissimo, ha tagliato completamente i ponti con me e tuttora non li sento più. La famiglia di Kubra all’inizio l’ha disconosciuta, accusandomi di averla plagiata, poi, dopo un anno, ha accettato la sua decisione.

Quando è cominciato il vostro calvario?
Nel 2000. A Bradford uno dei miei più cari amici era un pakistano musulmano e un giorno ho deciso di rivelargli che mi ero convertito. Lui è rimasto scioccato, ha reagito molto male e mi ha detto di non parlargli mai più perché avevo tradito la vera fede e il profeta. Poi, non so come, da questa scintilla si è propagato un incendio. La voce deve essersi diffusa nella comunità.

Quanto è grande questa comunità?
Bisogna considerare che la mia città è soprannominata Bradfordistan: i musulmani costituiscono più del 25 per cento della popolazione e ci sono circa 132 mila musulmani pakistani.

Non aveva paura che potessero reagire male come la sua famiglia?
Niente nella mia esperienza mi aveva preparato a quello che sarebbe successo. Pensavo: abito nel Regno Unito, c’è la libertà religiosa. Un inglese può convertirsi all’islam senza problemi. Che problema c’è se un musulmano si converte al cristianesimo?

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E invece?
Sono diventato un obiettivo da colpire. All’inizio mi ignoravano ed evitavano, nessuno mi parlava più se mi incontrava per strada. Poi hanno cominciato a prendermi in giro, a insultarmi urlandomi: «Sei un cane cristiano, un kuffar, un infedele» oppure «Allah Akbar». Poi sono partite le prime aggressioni: mi sputavano addosso, tre o quattro volte sono stato circondato per strada da giovani davanti ai miei figli. Mi spingevano, urlavano, imprecavano, mi ingiuriavano. Io non ho mai avuto paura e forse per questo sono diventati ancora più ostili.

Come?
Nel 2002, una domenica sera, di ritorno dalla chiesa, un gruppo di ragazzi mi stava aspettando davanti a casa. Li ho riconosciuti e ho mandato subito dentro la mia famiglia. Loro mi hanno lanciato addosso in segno di sfida hamburger e patatine che stavano mangiando. Allora sono entrato anch’io a chiamare la polizia e mentre ero al telefono ho sentito un gran botto: erano saliti su una macchina e si stavano schiantando apposta contro la mia auto.

Cos’ha fatto la polizia per difenderla?
Niente, la settimana dopo le stesse persone gironzolavano davanti alla mia porta. La settimana dopo, alle tre di mattina, quei giovani hanno cosparso di benzina la mia auto e hanno appiccato il fuoco. Mia moglie mi ha svegliato gridando e io ho visto fiamme alte tre o quattro metri. Ho capito che la cosa stava diventando seria.

Avrà avvisato le autorità.
Sì, ma loro minimizzavano gli eventi, cercavano di coprire tutto. Non capivano che questi crimini erano dettati dall’odio religioso e qui c’è una legge che punisce queste cose. Così mattino e sera, le mie finestre sono diventate un bersaglio per il lancio di sassi e pietre. Sui muri con la vernice scrivevano «Cane» o «bastardo ebreo». Quando i miei figli andavano a giocare in giardino lanciavano le bottiglie per spaventarli.

Non ha reagito?
Ho costruito uno steccato ma loro lanciavano le bottiglie oltre lo steccato. I miei figli non hanno potuto giocare in giardino per cinque anni.

Non ha mai pensato di cambiare casa?
È quello che ho fatto, ma solo dopo che hanno cercato di darle fuoco con noi dentro. Però voglio essere chiaro su questa cosa: io mi sono sempre opposto al trasloco.

Perché?
Perché non posso vivere come gli altri dove voglio? Perché io devo perdere i miei diritti solo per essermi convertito al cristianesimo? Perché devo soffrire solo perché sono cristiano? Le stesse domande se le faceva anche mia moglie ed era d’accordo.

Fino a quando non hanno cercato di bruciarle la casa.
Sì, una sera il capobanda ha fermato l’auto di fianco a me, è sceso, mi ha preso alle spalle e ha cercato di strozzarmi. Se non sono morto, è solo grazie a mio figlio, che ha avvisato un negoziante e che è uscito spaventando il criminale. Quella stessa persona, dopo qualche giorno, mi ha detto: «Ascolta, vogliamo che te ne vai da questa zona. Abbiamo già bruciato la tua auto, ora bruceremo voi con la vostra casa». Ovviamente ho subito avvertito la polizia e sa cosa mi hanno risposto?

No.
Il sergente mi ha detto: «Smetti di fare la crociata. Cambia casa, piuttosto».

Perché avrebbe dovuto risponderle così?
Semplice, perché negli anni questi delinquenti hanno usato la carta razziale. La polizia, per non avere problemi e per non essere accusata di razzismo e islamofobia, non fa niente. E poi ormai i musulmani sono tanti, sono forti e gli agenti hanno paura. Se le cose stanno così è perché con la scusa del multiculturalismo le cose sono degenerate a forza di chiudere un occhio su questo e su quello.

Alle minacce sono seguiti i fatti?
Sì. Una notte mio figlio si è svegliato di soprassalto gridando. Davanti alla sua finestre si alzavano nuvoloni di fumo. Erano entrati nella casa contigua alla nostra, che era disabitata, e le avevano dato fuoco sperando che anche la nostra abitazione bruciasse. A questo punto, per salvare le nostre vite, nel 2006, mi sono trasferito dalla casa che abitavo dal 1992.

Ed i problemi sono finiti.
Per due anni.

Come per due anni?
Sì, fino al giugno 2008. Nel nuovo quartiere di Bradford dove ci siamo trasferiti c’erano solo quattro o cinque famiglie musulmane su 25. Tutto andava bene, avevamo un ottimo rapporto con tutti,  fino a quando dei giornalisti di Dispatches, uno dei programmi di documentari e giornalismo investigativo più famosi di Inghilterra, non sono venuti da me per chiedermi se volevo raccontare la mia storia. Il mio caso era già abbastanza noto a livello locale e loro stavano facendo un’indagine sulle difficoltà vissute in Inghilterra dai cristiani convertiti all’islam.

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Non sarà stato così pazzo da accettare?
Invece l’ho fatto, perché non potevo permettere di essere l’unico a non poter godere delle libertà garantite dall’Occidente solo perché mi ero convertito al cristianesimo. L’opinione pubblica doveva sapere che cosa succede nel loro paese. A settembre il programma è andato in onda su Channel 4, la puntata si chiamava Unholy War (Guerra profana). Pensi che solo allora ho saputo che anche in Pakistan i cristiani venivano perseguitati per gli stessi motivi.

Che cosa è accaduto dopo?
Un mio vicino, a capo di una famiglia musulmana molto grande, mi ha riconosciuto e le aggressioni sono ricominciate. Anche i miei figli sono stati discriminati.

Come?
Nella scuola dove li mandavo, gestita dalla Chiesa anglicana, i bambini delle famiglie musulmane li minacciavano e siccome erano diventati la maggioranza, hanno cominciato a chiedere alle ragazze di portare il velo in classe. Poi escludevano i miei figli, dicendo: «Mio padre e mia madre mi hanno detto che non posso parlare con te perché tu sei un kuffar, un infedele». Ho dovuto ritirarli e mandarli in un’altra scuola.

Tutta questa storia deve esserle costata un mucchio di soldi.
Una fortuna. Solo dal luglio 2014, mi hanno spaccato i cristalli e altre parti dell’automobile per sei volte. In tutto, solo per questo, ho dovuto pagare oltre 7 mila euro di danni.

Non poteva smettere di parcheggiare davanti a casa?
L’ho fatto, ma hanno seguito i miei spostamenti. Sono arrivato a parcheggiare davanti alla stazione di polizia per precauzione.

Ma la polizia ha continuato ad ignorarla.
Sì, l’unica cosa che ha fatto è arrestare (per poi rilasciare poco dopo) un membro di questa numerosa famiglia musulmana che abitava vicino a noi, perché uno dei miei figli ha filmato il momento in cui venivamo aggrediti e insultati. Da allora hanno cercato di vendicarsi.

Rifacendosi contro la sua auto?
Non solo. Già quando abitavo nella vecchia casa, sono stato denunciato da alcuni musulmani e arrestato tre volte. Le accuse erano false ma tutti andavano a testimoniare contro di me, anche se poi sono stato scagionato sempre. Nella nuova casa, nel marzo dell’anno scorso, mia moglie è stata aggredita e insultata da un vicino. Io l’ho difesa ovviamente e sono stato denunciato per aggressione. Ho passato 12 ore in carcere e poi sottoposto a un lungo interrogatorio. Mi hanno scagionato solo dopo l’interrogatorio a mia moglie. Dopo questo fatto, in aprile, hanno minacciato di picchiarmi.

E a novembre l’hanno quasi uccisa.
Dio mi ha salvato. Quando hanno cercato di colpirmi al volto, non so come, ma mi sono protetto con la mano. Quando sono caduto, sbattendo la testa sul marciapiede, sono riuscito a proteggermi il volto, mentre loro continuavano a pestarmi da terra. Grazie a Dio quel giorno i miei figli non erano con me. Un video testimonia tutto quello che dico.

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Ci sarà qualcuno che l’ha difesa.
Sì, il 5 dicembre davanti al Comune la British Pakistani Christian Association ha organizzato una marcia per chiedere che i miei diritti vengano rispettati e che mi sia garantita protezione. Hanno anche chiesto giustizia e finalmente la polizia ha posto l’attacco che ho subito sotto la categoria delle offese motivate da odio religioso. Però nessuno è ancora stato arrestato e purtroppo alla marcia definita “multi-religiosa” neanche un musulmano ha partecipato. Inoltre è partita una petizione, che chiedo a tutti per piacere di firmare.

E la Chiesa anglicana?
Sono molto deluso. L’ex vescovo anglicano di Bradford, nel 2005, a chi gli chiedeva se era disposto ad aiutarci, ha risposto: «In teoria sì, in pratica no perché non abbiamo case né risorse per farlo». Ci siamo rimasti molto male. Ci siamo sentiti traditi. Anche il nuovo vescovo non ci ha mai dato sostegno, non ci ha mai chiamato, non è venuto alla marcia. Vuole solo mantenere i buoni rapporti con la comunità musulmana.

Come stanno sua moglie e i suoi figli?
Male, soffrono e sono terrorizzati. I miei figli non sanno neanche che cosa sia una vita normale e hanno paura. A me, poi, è stata diagnosticata una sindrome post-traumatica da stress e ho perso il mio lavoro di infermiere.

Che cosa farete adesso?
Sono costretto ad abbandonare Bradford e questa parte di Inghilterra. Voglio andarmene il più lontano possibile. Non era il mio piano, ma la vita della mia famiglia è a rischio. È da 15 anni che andiamo avanti così.

Sono riusciti a zittirla alla fine.
No, non ce la faranno mai. Io continuerò sempre a denunciare la vita che sono costretti a fare i convertiti. È Dio che mi chiede di parlare, per me è un dovere, un compito. Tutti devono sapere quello che succede, perché so che i convertiti qui sono centinaia. Tanti cambiano nome, tanti cambiano città o perfino paese. Questa cosa è ingiusta: i convertiti al cristianesimo devono potere vivere come gli altri. Prego che il governo faccia qualcosa perché la minaccia è seria, anche per il mio paese.

Cioè?
Ai musulmani è stata data tutta la libertà religiosa per fare tutto ciò che volevano e ora loro cercano di imporsi agli altri. Questa è una minaccia allo stato di diritto. Il punto è che i cristiani in questo paese, come nel resto dell’Europa, non capiscono, non si rendono conto.

Perché la comunità musulmana vi ha trattati così, non se l’è mai chiesto?
Ci trattano come dhimmi, come cittadini di serie B, così funziona nell’islam. Noi per loro siamo apostati, meritevoli di morte. Quindici anni fa, quando tutto era appena cominciato, il proprietario dell’alimentari pakistano, vedendomi con i miei figli piccoli, mi ha detto: «Se fossimo in Pakistan, o in Medio Oriente, io sarei il primo a mozzarti la testa».

Non ha mai pensato di tornare in seno all’islam? La sua fede non è stata indebolita da questo calvario?
Dirò la verità e parlo non solo per me, ma anche per la mia famiglia: la nostra fede in Gesù Cristo è molto più forte adesso di quanto non lo fosse prima degli attacchi. Dio ha fatto tanti miracoli per noi e l’ultimo, per il quale lo ringrazio, è di aver impedito che io morissi nell’attacco del 17 novembre. So che lui era con me quel giorno.


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