Come i canadesi hanno imparato a non preoccuparsi per il climate change

Di Piero Vietti
15 Dicembre 2025
Pochi anni fa l'accordo tra Ottawa e Alberta per la costruzione di nuovi oleodotti avrebbe trovato una dura opposizione. Ma oggi il clima non è più una preoccupazione per le persone ("merito" di Trump, anche)
Il premier del Canada, Mark Carney, ascolta una domanda durante una conferenza stampa in Lituania
Il premier canadese Mark Carney (foto Ansa)

Se dovessimo trovare uno slogan che riassuma l’atteggiamento schizofrenico di politica e opinione pubblica negli ultimi tempi sul tema dei cambiamenti climatici si potrebbe optare per questo: tutti ambientalisti con la CO2 degli altri. A parole ci si dice ancora preoccupati per il futuro del pianeta, si promettono tagli alle emissioni, si sospira a ogni temporale fuori stagione pensando che ormai è troppo tardi per tornare indietro, si maledice la destra negazionista (sempre lei) quando un fiume esonda. La verità è che sempre meno persone sono preoccupate dall’eventuale impatto delle attività umane sui cambiamenti climatici, e chi fino a qualche tempo fa avrebbe voluto un pannello solare anche sul tetto della propria auto oggi non ha molto in contrario all’apertura di oleodotti e gasdotti se servono ad avere indipendenza energetica e spese più basse.

L’accordo energetico tra Canada e Alberta

Un esempio recente di questo cambio di sentimenti è sono le reazioni all’accordo energetico tra Canada e Alberta. L’accordo impegna entrambi i governi ad accelerare la costruzione di «uno o più» nuovi oleodotti finanziati privatamente e a realizzare il più grande progetto di cattura del carbonio al mondo. L’accordo rispetta anche la promessa elettorale del primo ministro Mark Carney di fare del Canada una “superpotenza energetica”, e garantisce all’Alberta un oleodotto verso i mercati asiatici per ridurre la dipendenza del Canada dagli Stati Uniti.

Parliamo però di un accordo che, scrive Rupa Subramanya su The Free Press, solo dieci anni fa «avrebbe scatenato una crisi d’identità». Ma da allora, nota la giornalista canadese, «l’opinione pubblica in materia di energia ha compiuto una silenziosa ma clamorosa inversione di tendenza».

Nel 2014, il governo conservatore di Stephen Harper fece partire il Northern Gateway Project, che avrebbe dovuto includere la costruzione di oleodotti lunghi 1.150 chilometri dall’Alberta alla Columbia Britannica: l’azienda incaricata di costruire gli impianti avrebbe potuto farlo solo se soddisfacendo 209 condizioni stabilite dal National Energy Board, un’agenzia di regolamentazione. Tra questi ostacoli, ricorda Subramanya «c’erano i piani per le fuoriuscite di petrolio, la consultazione con i gruppi indigeni lungo il percorso e così via. Le cause legali si sono accumulate, un tribunale ha stabilito che la consultazione era inadeguata e il governo liberale del Primo Ministro Justin Trudeau ha bloccato il progetto nel 2016».

Il premier “green” Carney e gli oleodotti

All’epoca meno del 40 per cento dei canadesi sosteneva il Northern Gateway, oggi circa il 60 per cento di loro si dichiara favorevole alla costruzione di nuovi oleodotti. «Non si tratta di un cambiamento sottile. È un Paese che ha cambiato idea».

Questo significa che il premier laburista Mark Carney ha molto più margine di manovra politico per accelerare progetti energetici e infrastrutturali di qualsiasi altro primo ministro negli ultimi dieci anni (e questo nonostante lui in passato abbia vestito alla perfezione i panni del burocrate preoccupato per il riscaldamento globale). La cosa non è indolore: da fine novembre, tre importanti consulenti federali per il clima di Carney si sono dimessi, sostenendo che il nuovo accordo sul gasdotto mina le ambizioni climatiche del Canada. Troppo, per un leader liberal che si era fatto promotore di del raggiungimento delle “emissioni nette zero” ed era stato inviato delle Nazioni Unite per il clima.

I cambiamenti climatici non preoccupano più

«Quando i canadesi hanno smesso di preoccuparsi del cambiamento climatico?», si chiede l’autrice di TFP. In realtà non hanno mai smesso, «ma le loro priorità sono state “riorganizzate due volte” dall’inizio della pandemia di Covid, ha affermato Shachi Kurl, presidente dell’Angus Reid Institute. “Salute e inflazione hanno messo da parte tutto il resto” e, dallo scorso anno, “l’ansia per la sovranità, la difesa e la sicurezza economica è salita in cima alla lista”». “Merito” di Donald Trump, sicuramente, ma anche di quel fenomeno molto testardo chiamato realtà.

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Nel 2019 il climate change era la principale preoccupazione del 29 per cento dei canadesi, e “una delle principali questioni che il Canada deve affrontare” per il 42 per cento di loro. Un recente sondaggio ha mostrato che quelle due percentuali sono scese rispettivamente al 4 e al 18 per cento: a preoccupare di più sono i dazi e l’aggressività degli Stati Uniti, l’inflazione, l’accessibilità economica degli alloggi e l’economia Con questi numeri è più facile far digerire progetti energetici e infrastrutturali che produrrebbero molte emissioni di gas serra.

Fino a che “le cose vanno bene”, quella per il clima che cambia è una preccupazione che si porta volentieri nei salotti, sui media, nei parlamenti e nelle piazze. Quando la situazione economica si complicata, però, le persone iniziano a preoccuparsi per la sostenibilità economica.

Dall’ecoansia alla trumpansia

Non solo: spiega a TFP Yiagadeesen Samy, professore alla Norman Paterson School of International Affairs della Carleton University, che «qualsiasi costo associato all’azione per il clima è visto come un fattore che contribuisce al loro problema. I canadesi hanno preoccupazioni più immediate», e la rielezione di Trump «ha contribuito ulteriormente all’ansia economica». Dall’ecoansia alla trumpansia in pochi mesi, insomma: il mondo non finirà per il maltempo, ci sono crisi più concrete che toccano la vita delle persone. E se costruire un oleodotto può aiutare a risolverne qualcuna, ben venga l’oleodotto.

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«Dieci anni fa», osserva ancora Subramanya, «era facile vedere la costruzione di un oleodotto come un referendum sul futuro del pianeta. Oggi, i canadesi sono alle prese con una crisi immobiliare, bollette energetiche alle stelle, instabilità geopolitica, minacce percepite alla sovranità, dazi doganali e un rallentamento dell’economia che sta mettendo a dura prova famiglie e industrie. C’è una crescente consapevolezza che il Canada abbia bisogno di infrastrutture più strategiche – oleodotti, miniere, e così via – e in fretta». È bastato iniziare a ripetere che il nemico non è la CO2, ma Trump, per far cambiare idea a molti in Canada. La realtà ci ha messo il resto.

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