I cambiamenti climatici non ci toglieranno il cibo dal piatto

Di Bjørn Lomborg
17 Luglio 2026
È partito l'allarmismo sulla fine di caffé e olio d'oliva per colpa del caldo. Ma la verità è che il cibo oggi è sempre più abbondante e costa meno. Qualche numero
Due tazzine di caffè
foto Ansa

Nessun rito del mattino sembra ormai al riparo dall’allarmismo climatico. La rivista Nature ha appena scritto che il caffè è «gravemente minacciato dal cambiamento climatico» e racconta di scienziati impegnati a salvare il nostro espresso dall’«estinzione». Il New York Times attribuisce i prezzi record del caffè alla contrazione dell’offerta causata dal clima in Brasile e Vietnam. E l’olio d’oliva? CNN e Bloomberg parlano di una crisi apparentemente permanente, sostenendo che la siccità nel Mediterraneo preannunci un futuro in cui un alimento quotidiano diventerà un lusso.

Il messaggio è inequivocabile: il riscaldamento globale sta per colpire la tavola delle nostre famiglie e solo drastiche politiche climatiche potranno salvarla. Ma questo messaggio è sbagliato. Al di là della retorica, il cibo non solo è oggi più abbondante, ma il suo costo, corretto per l’inflazione, è vicino ai minimi storici rispetto a qualsiasi altro periodo dal 1900 a oggi.

Buongiornissimo, caffè?

Partiamo dal caffè, che secondo molti sarebbe ormai in punto di morte. Quest’anno la produzione mondiale è destinata a raggiungere un nuovo record: oltre il doppio di quella di cinquant’anni fa. Le colture sul punto di estinguersi non registrano raccolti record. E nonostante i recenti aumenti dei prezzi, il prezzo reale del caffè è in calo dal 1960. Corretto per l’inflazione, nel XXI secolo il caffè è costato in media la metà rispetto al secolo scorso.

Come fanno giornali come il New York Times a sbagliare così clamorosamente? Ignorando inspiegabilmente l’inflazione: confrontano i prezzi del caffè degli anni Settanta, espressi nei dollari di allora, con quelli di oggi, espressi nei dollari attuali. Con questo metodo qualunque bene risulta sempre ai massimi storici.

Innovazione per resistere al cambiamento climatico

Persino l’articolo di Nature smentisce il proprio titolo allarmistico, che descrive «come gli scienziati stanno cercando di salvare il caffè dall’estinzione». L’Etiopia conserva oltre 12.000 varietà di arabica in banche genetiche viventi per selezionare piante più resistenti al caldo e alla siccità. «Credo che disponiamo di un patrimonio genetico sufficiente per affrontare il cambiamento climatico», afferma il genetista vegetale etiope che guida il progetto. Nelle regioni più calde, gli agricoltori stanno già passando a specie di caffè più robuste, che gli assaggiatori professionisti non distinguono dalle migliori qualità di arabica. Questa non è estinzione. È ciò che l’agricoltura ha sempre fatto: adattarsi e migliorare.

La crisi dell’olio d’oliva non è una crisi

Anche la presunta crisi dell’olio d’oliva non resiste a un esame dei dati. Secondo le statistiche alimentari delle Nazioni Unite, la produzione mondiale di olio d’oliva è triplicata dal 1961 e raddoppiata dal 1990. L’anno scorso e quest’anno, insieme all’eccezionale raccolto del 2018, rappresentano i livelli più alti mai registrati. Nel frattempo, i prezzi reali, corretti per l’inflazione, non sono aumentati e anzi sono leggermente diminuiti dal 1990. Ancora una volta, i miglioramenti nelle tecniche agricole e l’espansione delle coltivazioni hanno più che compensato qualsiasi effetto del clima.

Le storie allarmistiche sul cibo seguono sempre lo stesso schema: si prende un singolo evento meteorologico, lo si attribuisce al riscaldamento globale, si evita di correggere i prezzi per l’inflazione e si ignorano i dati di lungo periodo. Le normali oscillazioni annuali dovute a fattori economici, politiche commerciali e sussidi vengono trasformate in presunti segnali di un’apocalisse imminente. Raramente si ricorda che gran parte dell’aumento dei prezzi alimentari deriva dal costo dei fertilizzanti e dei trasporti, cresciuto, ironicamente, anche a causa delle politiche climatiche che fanno aumentare il prezzo dell’energia fossile necessaria all’agricoltura.

Leggi anche

Gli effetti positivi del cambiamento climatico sulle colture

Non si parla quasi mai, inoltre, degli effetti positivi del cambiamento climatico sulle colture. L’anidride carbonica è nutrimento per le piante: non a caso i produttori orticoli immettono CO₂ nelle serre per aumentare la produzione di pomodori. Le osservazioni satellitari della NASA mostrano che il pianeta è diventato progressivamente più verde negli ultimi quarant’anni, con un aumento della superficie fogliare equivalente ad almeno due volte quella della foresta amazzonica.

Nel complesso, il cambiamento climatico avrà un impatto negativo sull’agricoltura. Ma il suo effetto è largamente compensato dall’aumento della produttività. Uno degli studi più citati pubblicati su Nature conclude che, in assenza di cambiamenti climatici, la produzione mondiale di calorie alimentari aumenterà del 51 per cento tra il 2010 e il 2050. Anche ipotizzando uno scenario estremo e poco realistico di forte riscaldamento, l’aumento sarebbe comunque del 49 per cento. In tutti i modelli e gli scenari analizzati, la differenza nella disponibilità di calorie pro capite equivale appena a un decimo di punto percentuale.

Il mondo produce sempre più cibo

Questo accade perché l’umanità continua a migliorare la propria capacità di produrre cibo. Nell’ultimo secolo la produzione mondiale di cereali è aumentata di oltre cinque volte, mentre il prezzo reale degli alimenti si è più che dimezzato. La Rivoluzione Verde degli anni Sessanta trasformò paesi periodicamente colpiti dalla fame in esportatori agricoli grazie all’adozione di varietà ad alta resa, all’uso diffuso di fertilizzanti chimici e al miglioramento dei sistemi di irrigazione. L’India, un tempo considerata un caso disperato e dipendente dagli aiuti alimentari, ha quadruplicato la produzione di riso tra il 1961 e il 2023 ed è oggi il primo esportatore mondiale. La disponibilità quotidiana di calorie per persona è passata da meno di 2.200 nel 1961 a oltre 2.900 oggi. E la quota di popolazione denutrita nei paesi in via di sviluppo è crollata da circa una persona su quattro all’inizio degli anni Novanta a meno del 10 per cento attuale.

Ora bisogna completare questo percorso. L’innovazione deve estendersi anche a colture poco studiate come sorgo, manioca e miglio, alimenti di base per due miliardi di persone nei paesi in via di sviluppo ma finora largamente trascurati dalla ricerca privata. Investire nelle biotecnologie, nell’agricoltura di precisione e in varietà resistenti alla siccità farà molto di più per i poveri del mondo — e per il costo della nostra spesa — di qualsiasi obiettivo di riduzione delle emissioni.

Possiamo continuare a nutrire un numero sempre maggiore di persone, e farlo sempre meglio, puntando con decisione su ciò che funziona davvero: l’innovazione.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.