Notizie di reato di epidemia colposa

Il momento in cui il virologo Crisanti smonta le accuse alla Lombardia della Gruber. E una domanda su Saviano: ma chi gli ha dato la patente?

Andrea Crisanti ospite di Lilli Gruber a Otto e mezzo

Cronache dalla quarantena / 39

In cima a tutto voglio darvi una notizia, come ormai sempre più spesso accade, merito dei nostri lettori. In questo caso del giovane Paolo Riva che mi gira il video (che dev’essere sfuggito a Repubblica e forse anche al Fatto quotidiano) degli istanti precisi in cui il virologo professor Andrea Crisanti ospite a Otto e Mezzo «ha rotto il giocattolo a Lilli “MaLaLombardia” Gruber» (copyright del tweet di Andrea Pellegrini).

L’avete visto? E adesso come la mettiamo con le accuse di epidemia e omicidio colposo? Le vogliamo mettere sul gruppone solo di quei poveri impiegati di un ospizio? O vogliamo dire qualcosa anche al sindaco Beppe Sala di #Milanononsiferma e al segretario del Pd Nicola Zingaretti del #vengoanchio a Milano facciamoci un bell’aperitivo “viscini-viscini”, direbbero i gatti di Striscia la notizia?

Cosa vogliamo fare se per ipotesi fosse vero, come dice il professore – magistrato inquirente, questa sarebbe notizia di reato perché non lo dico io, lo dice Crisanti –, che «il disastro è stato fatto in quella settimana lì, dopo il 20 febbraio, quando i politici dicevano “Milano non si ferma e facciamo ripartire l’economia”». L’avete sentito, no? L’avete visto che per quanto si sforzasse la conduttrice di Otto e Mezzo di riportare il professore nel solco degli “errori” della Lombardia, il professore invece ha riportato il disastro a quella settimana li, «dopo il 20 febbraio, quando i politici…».

E adesso voglio un tribunale anche per Roberto Saviano. No no. Non mi riferisco al bordello di insulti contro Cl (quindi anche contro di me ciellino), letti sul Monde e che, come vi dicevo ieri, fossero stati rivolti anche solo a Laura Boldrini sarebbero stati immediatamente rubricati nell’ordine della diffamazione, razzismo, istigazione all’odio e al femminicidio in effigie. Con un seguito di mazzo tanto all’autore, fosse stato anche domineddio, davanti a un giudice civile e penale.

No. Io voglio soltanto un tribunale pasoliniano. Alla tessera di giornalista del giornalista Roberto Saviano. E al suo mito di scrittore. Due referenze che gli hanno procurato così tanti soldi, ma così tanti, come hanno scritto i simpatici ragazzi di Cl di Roma, che oggi Saviano può tranquillamente scrivere compitini contenenti addirittura minacce – vedi risposta ad Alberto Savorana – standosene comodamente impoltronito nel suo attico di lusso nella lussuosa New York.

Ora, il tribunale pasoliniano che si pone dopo le repliche di Saviano lette su Repubblica a quanti hanno fatto inutilmente presente al giornalista-scrittore le cazzate spregevoli («cose da nonnulla» nella traduzione filologicamente documentata da Péguy) che egli ha scritto sul pregevole il Monde, non è dell’ordine della controversia giudiziaria, politica, culturale o quel che volete voi. No. È proprio dell’ordine di una domanda semplicissima, che chiunque porrebbe all’automobilista che dopo avere investito un pedone fosse sorpreso a inveire e protestare come un matto: «Sono furioso e indignato! Non è colpa mia! È lui che attraversava sulle strisce pedonali!».

Ecco, come l’assurdo automobilista che stende un povero pedone sulle strisce pedonali ed è lui a fare l’arrabbiato, così è il giornalista Roberto Saviano. Non si dovrebbe chiedergli proprio niente. Se non «scusi, ma chi le ha dato la patente di giornalista?». A titolo di un altro esempio, leggete l’articolo dell’altro ieri (Repubblica, 20 aprile, pagine 16-17) preceduto da un corsivo nel quale il Nostro dichiara di «aver scritto, senza saperlo, per lei», dove lei sta per «una giovanissima infermiera» autrice di «una lettera toccante e sincera».

(Per inciso, la giovanissima infermiera è una cristiana delle nostre parti, ma così tenera di ragione anche se generosa nella testimonianza professionale, che nella sua lettera finisce per assecondare il famoso automobilista e il suo bordello di insulti a Cl, compreso il secondo giro di malevolenze in replica a Savorana con annessa esplicita minaccia – della serie: vedrete cosa vi succederà quando comanderemo noi in Lombardia! –, ma se ne saranno resi conto le menti finissime che hanno segnalato a Repubblica la lettera dell’infermiera e organizzato la cosa con Saviano?).

Allora, dopo aver letto ciò che vi ho segnalato sopra, ovvero l’articolo su Repubblica del 20 aprile, in tema di “Verità”, dal Sud alla Lombardia, a firma Roberto Saviano, dite la verità, tutta la verità, ma ci avete capito qualcosa? Può essere un pezzo da doppia pagina nazionale del glorioso quotidiano fondato da Eugenio Scalfari? Ma di cosa parla costui? Lo dico con la mia amica Marina, alla quale ho chiesto così, d’acchito: leggi e dimmi cosa ci capisci, perché magari sono io il giornalista ottuso e pieno di pregiudizio. Risposta: «Letto. Non si capisce il filo del discorso anzi dello sproloquio. Oltre ad essere un pezzo intriso di citazioni altrui e di narcisismo. Fossi stata io il direttore di Repubblica gli avrei chiesto di riscriverlo… ma perché tanta soggezione verso questo poverino?».

È così. È un articolo della serie “chissenefrega”. Più che inutile. Notizie? Zero. Argomentazioni? Una somma di slogan sgangherati messi in fila e nello stile suprematista di uno a cui han fatto credere che è Garibaldi a Marsala. Mentre noi al Nord, ci fa capire l’eroe, siamo stati troppo garantisti, sanità lombarda corrotta, vi manca un Saviano.

Saviano? Ma chi gli ha dato la patente di giornalista? Che cosa ne sa della Lombardia, non diciamo della sanità, ma anche solo della sua collocazione geografica? E di Comunione e Liberazione? Che ne sa? L’ha mai vista anche solo pitturata su un muro?

Però, la seconda domanda, ben più interessante della prima, sarebbe la seguente: ma chi ha spinto questo spirito garibaldino in cima a un attico di New York? Chi, come e perché lo hanno eletto scrittore di rango internazionale, al punto che egli si sente sicuro e tranquillo pure nel diffamare, esprimersi razzisticamente e istigare all’odio (perfino sul Monde!) contro un movimento che non sa neanche dove si trova di casa, se abbia ancora una casa, se paga l’affitto, eccetera, però Saviano sa che è «potentissimo in Lombardia», anche dopo che il suo «capo politico» (che stava seduto un gradino sopra Belzebù) è stato condannato, impalato in effigie e trascinato in galera addirittura con una legge fatta apposta per lui?

È qui che la cosa si fa interessante. E si capisce perché a un genio così fanno i tappeti rossi. Prima se lo inventano. E poi lo fanno volare come Aladino sul tappeto rosso magico delle celebrità. Ben innestato nel genere Camilleri. Per venderci degnamente, dopo i tormentoni delle Piovra 1-37, le Gomorra 1-37 con variante Netflix. Un guru da farci il sugo in tutte le scuole del Regno d’Italia. E un prodotto del lusso Repubblica.

Ma insomma, direbbe la buon anima di Massimo Bordin inopinatamente tirato in ballo da Saviano nel suo ultimo componimento su Repubblica: come mai uno che scrive così così e non ha altri argomenti da esibire se non quelli ritratti nello specchio monumentale di se stesso – come mai lo portano in palmo di mano e lo fanno ricco, ma così ricco, da avere la libertà di insultare e perfino di minacciare (vedi risposta a Savorana), come e chi gli pare pare, da un lussuoso attico della lussuosa New York? E qui casca l’asino. Leonardo Sciascia si chiederebbe a chi è utile (veramente) uno che forse si crede più in alto ancora dei «professionisti dell’antimafia», e probabilmente della schiatta degli eroi. Eroi «che i milanesi, dopo le cinque giornate, denominarono “eroi della sesta”».