Non è compito della memoria impedire il ripetersi del male

Per cercare di evitare in futuro crimini del tipo della Shoah, serve smontare la demonizzazione e fare i conti con le motivazioni degli assassini

La parte più caduca della Giornata della Memoria del genocidio degli ebrei è quando il personaggio di turno dichiara che l’obiettivo della celebrazione è «impedire che possa accadere di nuovo». Qui entra in gioco il pregiudizio tipicamente illuminista che il sapere sia di per sé sufficiente a determinare i comportamenti umani, che basti riconoscere il male per collocarsi dalla parte del bene. È la stessa logica di chi crede che la chiave di volta della lotta contro le tossicodipendenze sia la corretta informazione sui danni che le droghe causano alla salute, o che i terroristi jihadisti deporranno le armi se qualcuno gli spiega, interpretazioni coraniche alla mano, che l’islam è una religione di pace. Giovani e meno giovani continuano ad avvicinarsi agli stupefacenti e ai gruppi islamo-terroristi nonostante tutte le informazioni e le spiegazioni circa le conseguenze dannose per la salute dell’assunzione di droghe e circa la più intima natura dell’islam.

Per cercare di evitare in futuro crimini del tipo della Shoah, più della conoscenza puntuale dell’accaduto, anche attraverso le testimonianze dirette delle vittime sopravvissute che raccontano i particolari più raccapriccianti della violenza subìta, servono due cose: smontare e respingere la demonizzazione di gruppi umani presi a bersaglio, fare i conti con le motivazioni degli assassini. Invidia, avidità e complessi di inferiorità vari si travestono da rivendicazioni politiche e sociali, da reazioni a presunte ingiustizie patite; azioni e responsabilità di singoli individui vengono generalizzate e attribuite alla collettività di cui tali individui fanno parte, normalmente rincarando la dose con falsità inventate di sana pianta: sono queste le premesse che hanno innescato prima i pogrom e poi l’Olocausto. Senza previa demonizzazione di una determinata entità umana non si arriva al genocidio, e oggi paradossalmente questo avviene attraverso la nazificazione o la fascistizzazione dell’avversario; cioè un modo di pensare di tipo genocidario viene messa in moto denunciando come genocidari i propri avversari politici. Hitler, Mussolini e la vicenda storica di cui sono stati protagonisti diventano il paradigma attraverso cui l’avversario politico o culturale diventa nemico assoluto, nemico del popolo e dell’umanità. Quando l’etichetta nazi-fascista è applicata indiscriminatamente al partito di Matteo Salvini o allo stato di Israele, ai sostenitori di Donald Trump o agli intellettuali francesi sovranisti, il pericolo è dietro l’angolo: quella che vorrebbe essere la denuncia di derive che porterebbero alla ripetizione dei crimini del passato spiana piuttosto la strada all’egemonia della logica del nemico assoluto in politica, che è il brodo di coltura dei genocidi. Questo naturalmente non significa che la Lega Nord o le politiche israeliane o quelle dell’amministrazione Trump non possano essere criticate, ma che la critica puntuale è cosa molto diversa dall’anatema che essenzializza Salvini, Trump, Netanyahu e i loro sostenitori come nazisti o fascisti. Atti politici ingiusti o discutibili possono sempre essere duramente denunciati, ma coi nazisti e coi fascisti come tali si fa quello che s’è fatto a Norimberga o in piazzale Loreto: questo è il non detto che rappresenta il veleno che a lungo termine porta all’eliminazione fisica dell’avversario.

Altri sono i fini, altra è la funzione della memoria e delle Giornate della Memoria che non quelli di prevenire la ripetizione del male. Memoria e Giornate della Memoria definiscono la nostra identità, personale e sociale. E sono sempre il frutto di una selezione: si sceglie di ricordare qualcosa anziché qualcos’altro, si enfatizza un motivo di orgoglio, di lutto o di senso di colpa anziché un altro. Si sceglie di ricordare gli 8.564 ebrei italiani deportati a cause della complicità italiana col governo nazista (di cui circa 7.500 persero la vita), anziché le circa 28 mila vittime italiane (stima approssimativa per difetto) delle due parti nella repressione del brigantaggio anti-unitario filo-borbonico fra il 1860 e il 1870. Si celebra la vittoria italiana nella Prima Guerra mondiale, dove le truppe italiane causarono 400 mila morti fra le file dell’esercito austro-ungarico, non si celebra la vittoria nella Guerra d’Etiopia, dove i morti combattenti e civili fra gli etiopici furono altrettanti. In materia di memoria sociale e culturale non valgono gli appelli alla par condicio e alle pari opportunità: non contano la quantità e il peso delle sofferenze storicamente accertabili, ma il significato che gli si attribuisce. Come ha scritto Rod Dreher,

«la memoria di una cultura è il risultato del vaglio collettivo di fatti al fine di produrre una narrazione: una narrazione che la società racconta a se stessa per ricordare chi essa è. Senza memoria collettiva non c’è cultura, e senza cultura non c’è identità. (…) Le memorie culturali hanno la funzione di legittimare l’ordine sociale esistente, dice Paul Connerton. Questo è il motivo per cui gli appartenenti a “gruppi subordinati”, cioè a minoranze sociali, fanno tanta fatica a restare attaccati alle proprie memorie culturali. Mantenere vive le memorie significa combattere contro l’ordine dominante».

Il combattimento per la memoria – io lo definirei piuttosto una vera e propria guerra interminabile – non deve necessariamente concludersi con la sconfitta dei “gruppi subordinati”. Il destino relativo alla memoria dei profughi istriani ne è una dimostrazione: fino a pochi anni fa le traversie dei 350 mila italiani espulsi dai luoghi natii a causa dell’annessione delle loro terre alla Jugoslavia e l’orrore dei 3-5 mila infoibati dai titini erano ignorati o addirittura negati da un vasto fronte dominante; oggi queste vicende ricevono il giusto riconoscimento in una Giornata del ricordo che si celebra il 10 febbraio, istituita con la legge n. 92 del 30 marzo 2004, approvata dalla Camera dei Deputati con 502 voti favorevoli, 4 astensioni e 15 voti contrari. Fra questi ultimi si contavano quelli dei deputati Nichi Vendola, Giuliano Pisapia e Marco Rizzo.

Riconosciuto dunque che quella della memoria è una vera e propria guerra per l’identità di una cultura e di una società, si dovrebbe almeno convenire su alcuni valori di fondo da tutti accettati. E quello a mio parere più importante è che la memoria sociale e culturale dovrebbe comporre il più armonicamente possibile il senso di colpa coi motivi di orgoglio. Una memoria collettiva modellata esclusivamente sul riconoscimento di colpe, tradimenti, viltà, delitti, ingiustizie storiche sarebbe una memoria depressiva, un’istigazione al suicidio in quanto popolo e in quanto civiltà. La memoria è fatta anche della giusta considerazione per le splendide eredità che ci arrivano dal passato. Le commemorazioni dei centenari delle glorie patrie dell’arte e della scienza sono un esempio delle iniezioni di autostima di cui una civiltà ha bisogno per continuare a fruttificare. Ma se, per dirne una, il settimo centenario della morte di Dante Alighieri, nume tutelare della lingua italiana, si celebra in un contesto dove gli intellettuali e i responsabili politici usano la lingua inglese per parlare delle cose più importanti del momento storico che si sta vivendo (da lockdown a recovery plan, contrariamente agli altri paesi che ricorrono alla propria lingua per parlare di queste realtà), nella memoria e quindi nell’identità nazionale c’è qualcosa che non va. E si rischia di sprofondare nel cinismo di cui avvertiva Milan Kundera nel Libro del riso e dell’oblio: «Si grida che si vuole costruire un avvenire migliore, ma non è vero. L’avvenire non è che un vuoto indifferente che non interessa a nessuno, ma il passato è pieno di vita e il suo volto irrita, disgusta, ferisce, al punto che vogliamo distruggerlo o ridipingerlo. Non si vuole essere padroni dell’avvenire che per cambiare il passato. Ci si batte per avere accesso ai laboratori dove si possono ritoccare le fotografie e riscrivere le biografie e la Storia».

Foto Ansa