La Giornata della memoria e i genocidi di oggi

Appello al presidente Mattarella perché l’anniversario serva a ricordare la Shoah, ma anche l’odierna sorte di Israele, degli armeni, degli uiguri

Caro Presidente Mattarella, ci rivolgiamo a Lei alla vigilia della Giornata della Memoria, in giorni bui e calamitosi.

Ormai da anni sperimentiamo un senso di crescente disagio ed esasperazione rispetto alla celebrazione di questo anniversario, tanto prezioso e importante, purtroppo sempre più ostaggio di cattive retoriche. I “mai più”, i “noi ricordiamo”, il focus sull’“indifferenza” sono stati con forza e più volte contraddetti erga omnes, nonostante troppe parole, da fatti tremendi ed eloquenti, che ci obbligano oggi a rivolgerci a Lei, in virtù dell’alta e nobile carica che Ella ricopre. Non si tratta di fatti accessori, bensì di eccezionale importanza e urgenza, ancorché troppo spesso scelleratamente tacitati o comunque messi in sordina: fatti che, negli ultimi anni, anche contestualmente alla pandemia, hanno subito una spaventevole accelerazione e radicalizzazione.

Anche Hitler ricordava, ed ebbe buona memoria. Al momento di avviare la soluzione finale, i nazisti si ricordarono del genocidio perpetrato pochi lustri prima dal governo dei Giovani Turchi, con ampie corresponsabilità tedesche, contro armeni, assiri e greci del Ponto. E, se fu possibile pianificarlo e attuarlo, orchestrandone sin da subito la negazione, il genocidio, allora, risultava reiterabile e “perfezionabile”, complici anche le politiche dell’oblio. Non fu affatto casuale che Rudolf Höβ, il carnefice di Auschwitz, in gioventù avesse servito nelle truppe tedesche di stanza in Turchia e nel deserto siro-iracheno a fianco delle milizie ottomane impegnate nell’opera genocidaria contro gli armeni!

La Giornata della Memoria – di fondamentale importanza etica e politica assieme a quella del 24 aprile commemorante il Genocidio Armeno – serve, come Ella ben sa, in particolare, su due fronti, diversi e correlati, non disgiungibili e altrettanto urgenti, che devono procedere paralleli e specifici: la lotta senza confine a ogni forma di antisemitismo, passato e presente, e l’opposizione fattiva e tempestiva a qualsivoglia politica genocidaria, in nuce o manifestamente dispiegata.

Nello specifico della lotta contro l’antisemitismo, preoccupano e lasciano esterrefatti i ritardi del Parlamento ad adottare, come hanno già fatto altri Paesi dell’Unione Europea, la definizione IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance), specie a fronte del crescente antisemitismo e della crisi economico-sociale a cui stiamo andando incontro, con tensioni che probabilmente andranno accrescendosi, terreno inquietantemente fertile per il rinvigorirsi di propaganda e azioni antisemite, come già accade. Ci appelliamo a Lei, Signor Presidente, perché l’adozione della vigente definizione IHRA, nella sua integrità, possa avanzare e trovare sostegno condiviso. Parimenti, sempre in relazione alle scelte politiche nella Nazione di cui siamo orgogliosamente cittadini, lascia interdetti una contraddizione macroscopica e vergognosa: anche se molti politici, con una certa facilità e superficialità, proclamano di piangere le sorti degli ebrei d’Italia e d’Europa nel periodo nazifascista, recentemente l’Italia ha più volte votato in varie sedi internazionali contro il legame fondativo tra gli ebrei, il Monte del Tempio e, persino, lo stesso Muro Occidentale, tradendo così non solo l’ebraismo, ma anche il cristianesimo, la Storia e finanche l’arte, la musica e la letteratura italiane: dai Salmi a Verdi, da Dante a Vivaldi. Si tratta di una nuova, subdola e virulenta modalità di negazione e di sostituzione, in altre parole di una forma, solo apparentemente morbida, di antisemitismo di Stato (purtroppo, il nostro Stato!). Chiaramente le politiche dello Stato di Israele possono essere legittimamente, anche duramente, criticate. Tuttavia, questa specifica negazione è indicativa e presaga di ben altro, come, già intuito e denunziato, anni fa, in Italia, dal rabbino e intellettuale Giuseppe Laras.

Come anticipato, Signor Presidente, la Giornata della Memoria, perché abbia senso, deve servire anche come monito attuale per riconoscere, smascherare, denunziare e combattere ogni forma di politica e connivenza genocidaria.

Lo scorso 10 dicembre 2020 il Presidente della Repubblica di Turchia, Recep Tayyip Erdogan, ha affermato dinanzi al mondo che “le anime di Nuri Pasha, di Enver Pasha e dei coraggiosi soldati dell’Esercito Islamico del Caucaso si rallegreranno” per la nuova conquista turco-islamica dei territori aviti degli armeni, con elogiativi e chiari riferimenti ai fautori del genocidio patito dagli armeni tra il 1915 e il 1922. Addolora e sconvolge il silenzio, Signor Presidente, della nostra Nazione, dell’Europa e dell’infinito coro dei “mai più” di fronte a parole che, se dette, per ipotesi, dalle massime cariche dei governi tedesco e italiano suonerebbero all’incirca così: “le anime di Hitler e di Mussolini, dei gerarchi e dei boia dei lager oggi esultano…”. Questa profanazione, Signor Presidente, è stata compiuta nel silenzio e nell’indifferenza del mondo, incluso il nostro Parlamento, con buona pace delle opprimenti retoriche sulla Giornata della Memoria e sui “mai più”. Non solo: ci sono state e ci sono connivenze economiche e politiche e acquiescenze che fanno rabbrividire, tra cui, persino, il commercio di armi contro gli armeni negli scorsi anni e mesi da parte di aziende italiane (con grave onta e responsabilità per il nostro Paese, che sa per esperienza diretta e attiva, anche sul proprio territorio – come alla Risiera di S. Sabba -, che cosa significhi essere carnefici genocidari), israeliane (fatto che i sottoscriventi firmatari – molti dei quali sono e restano convinti sionisti – non possono però non denunciare, sapendo, tuttavia, che tale situazione in Israele sta almeno avviando serie e scomode riflessioni in seno alla società civile e che, differentemente dall’Italia, Israele è costretto a un’ardua geopolitica tra confinanti ostili, con minacce terribili da parte di Paesi come l’Iran) e non soltanto. In quanto cittadini italiani ci vergogniamo dei troppi silenzi del nostro Parlamento e delle nostre Istituzioni ed esecriamo tali comportamenti, ragioni di inquietudini fin troppo concrete.

Le aggressive politiche dell’attuale Repubblica di Turchia, anche nel Mediterraneo e con pressioni sui nostri confini marittimi meridionali, coronate da queste entusiastiche rivendicazioni genocidarie, ci obbligano a denunce e moniti, Signor Presidente, sapendo che oltre alla sopravvivenza di piccoli popoli superstiti, come quello armeno e quello ebraico, è in gioco il futuro delle nostre prossime generazioni anche in Italia, con ricadute sensibili sulla loro qualità di vita e sul senso del loro essere cittadini. Come è risaputo, il presidente Erdogan è assurto a leader della Fratellanza Islamica, nota organizzazione terroristica, genocidaria sin dalla sua fondazione, come è ampiamente provato sia dalla vicinanza e piena collaborazione di costoro ai regimi fascista e nazista sia dalla presenza del cofondatore (il muftì Amin al-Husseyni) nelle truppe ottomane durante il genocidio armeno. Non è un caso che, oltre a foraggiare a più livelli l’antisemitismo internazionale, costoro siano responsabili tanto oggi, con Erdogan, delle azioni contro gli armeni, quanto, sino a ieri dei massacri dei cristiani copti e assiri, come pure delle persecuzioni inflitte a migliaia di vittime musulmane. Per non parlare delle violenze di stato messe in atto contro i curdi e del genocidio patito dagli yazidi. Signor Presidente, l’incalzare pressante della Storia obbliga tutte le persone di buona volontà – credenti e non credenti, ebree, musulmane e cristiane, di destra e di sinistra, progressiste o conservatrici -, e in primo luogo la politica, a conoscere questo male, a comprenderne le modalità di azione e comunicazione e a opporvisi. I silenzi e le esitazioni al riguardo stanno minando da più fronti e già da tempo, per lo più sottotraccia, la politica e talvolta persino l’uso della memoria, a detrimento della vita delle democrazie liberali, sempre più sotto assedio.

Infine, signor Presidente, anche durante il recentissimo voto di fiducia, il Presidente del Consiglio ha rivendicato con orgoglio le intese strette con il governo della Repubblica Popolare Cinese. Indipendentemente dalla preferenza di voto espressa dai singoli parlamentari circa la questione della fiducia, lascia atterriti e attoniti il fatto che nessun deputato o senatore abbia con giusta veemenza ricordato che l’attuale regime totalitario in Cina, candidata all’egemonia mondiale, sia un governo genocidario. La Cina ha perpetrato per anni, senza che vi sia stato nessun Processo di Norimberga – risultando così impunita e, ancor più, senza speranza di comprensione dei propri crimini e rigenerazione da essi – una sorta di strage di Stato della propria popolazione, a osceno detrimento del genere femminile. Oggi questo stesso regime – che ha inflitto e infligge infiniti orrori in Tibet e che nega i diritti ai suoi lavoratori, con tutte le violenze del caso a detrimento di milioni di persone colà e con una diversamente violenta concorrenza qui ai nostri lavoratori, alle nostre imprese, alle nostre economie e dunque al nostro stile di vita e stato di diritto – perpetra una feroce pulizia etnica contro la minoranza musulmana uygura, come denunziato chiaramente e con coraggio, tra gli altri, dal defunto emerito Rabbino Capo del Commonwealth Sir Jonathan Sacks. Se si condannano, a distanza di ottant’anni, come è doveroso, gli accordi commerciali con la Germania nazista, specie laddove alcune imprese tedesche furono direttamente invischiate negli orrori della Shoah, ci domandiamo come sia possibile, oggi, per un governo democratico e libero, che rivendica e coltiva la Memoria, pur con tutto il cinismo che la politica e l’economia possono talora richiedere, essere così servilmente prono a siffatta macropotenza? E, se lo è, quanto è credibile, allora, Signor Presidente, il suo fare Memoria?

Signor Presidente, tutte le questioni qui sollevate sono le sfide tremende del nostro presente, dove la memoria della Shoah (ma anche del Genocidio Armeno) può essere una guida. Ci rimettiamo, nell’incalzare della Storia, per non lasciare nulla di intentato circa il futuro che i giovani avranno a vivere, alle Sue parole e alla forza simbolica e morale che dal Suo seggio potrà riverberarsi sull’Italia e, con essa, sull’Europa.

Aldo Canovari
Angelo Guerini
Angelo Pezzana
Antonia Arslan
Antonietta Potente
Claudia Sonino
Corrado Ocone
Davide Riccardo Romano
Elio Cabib
Emanuele Boffi
Ezio Quarantelli
Federico Maria Sardelli

Franco Modigliani
Giulio Sapelli
Giuseppe Reguzzoni
Guido Guastalla
Lodovico Festa
Lucetta Scaraffia
Luciano Bassani
Luigi Amicone
Marco Alberto Quiroz Vitale
Martina Corgnati
Micheli Silenzi
Ugo Volli
Vittorio Robiati Bendaud
Vittorio Sgarbi

Foto Ansa – Stralci del presente appello sono stati pubblicati oggi sul quotidiano La Verità