Non date a Merlo del «manettaro». Lui è «un giornalista per bene»

Dopo l’archiviazione dell’indagine che sfiorò Lupi, l’editorialista di Repubblica rivendica il fango che lanciò sull’ex ministro e la sua famiglia: erano «giudizi morali», pazienza per i processi

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Francesco Merlo

Francesco Merlo è un tipo di giornalista che molte testate invidiano a Repubblica, utilissimo sicario professionale capace di trovare sempre l’arma retorica giusta per infliggere il massimo dolore possibile alle sue vittime polemiche, nonché un valido appiglio di cronaca con cui finirle senza misericordia. Le sue character assassination offrono ogni volta abbondante spargimento di sangue altrui (in senso metaforico) e ricchissima diffamazione, più soverchia che abbondante, non di rado gratuita, e questa di certo non metaforica.

Innegabilmente Francesco Merlo brandisce la penna con grande maestria, e quando la sguaina per fare del male, qualcuno sicuramente soffrirà. Se scrivesse per un altro giornale, sarebbe lo sparamelma in capo di tutta la macchina del fango. Per sua fortuna invece scrive per Repubblica, quindi non ha bisogno di cercarsi l’anima né di esercitare la pietà che non ha, nemmeno quando si accanisce su avversari già cadaveri. Perché lui sta con «i giornalisti per bene».

Chissà per quale motivo, dunque, un killer dattilografico amorale come Francesco Merlo, all’indomani dell’archiviazione dell’«indagine sulle grandi opere che sfiorò Maurizio Lupi» (Corriere della Sera), abbia sentito il bisogno di giustificare tutto il veleno che all’epoca riversò sull’incolpevole ministro delle Infrastrutture e sulla sua ancor più incolpevole famiglia. (Sarà perché qualcuno glielo ha ricordato, per esempio il Foglio oltre a Tempi?).

Il 15 marzo 2015 Maurizio Lupi si dimise, come ha ricordato lui stesso su Facebook, non perché gli fosse contestato qualche reato (non era nemmeno indagato), ma «per le polemiche suscitate da quell’inchiesta e per gli attacchi alla mia famiglia».

Ricordate? Lupi era stato messo alla gogna perché pare che uno degli indagati di quella clamorosa indagine, poi finita in nulla, ça va quasi sans dire, avesse omaggiato con un orologio suo figlio. Merlo all’epoca si gettò festante sulla preda e con la bava alla bocca trascinò nell’orgia giustizialista Cl, la Compagnia delle opere, don Giussani. Scrisse che il ciellino Lupi avrebbe dovuto dimettersi non solo da ministro, ma pure da padre.

Possibile che adesso un giornalista macellaio come Merlo si senta in colpa per aver fatto a pezzi un uomo soltanto perché oggi, quattro anni dopo, si scopre che non c’era nessun valido motivo per massacrarlo? Certo che no, non è possibile. E infatti il commentino che Merlo ha scritto su Repubblica di ieri, intitolato “C’è differenza tra l’assoluzione penale e quella politica”, non è una giustificazione, ma un aggravio. Nell’articolo Merlo teorizza, citando proprio il caso di Lupi, che non è da manettari, al contrario è giustissimo impiccare una persona con la corda fornita dalle indagini giudiziarie sul suo conto, e chissenefrega se alla fine il miserabile verrà assolto. Piuttosto è da giustizialisti preoccuparsi dell’esito del processo.

Si lamenta perché qualcuno adesso vuole farlo passare per forcaiolo, il povero Merlo. Che ha fatto di male? In fondo è «un giornalista per bene», no?

«Si aggrediscono come impuniti manettari anche i cronisti che si sono permessi di esercitare il loro diritto di critica per malefatte e mascalzonate po-li-ti-che. Da sempre difendiamo la nobiltà della politica anche dall’idea che essa esista solo perché un giudice la fa esistere. Per tutelarla, i giornalisti per bene, raccontando e commentando la cronaca, non si appellano mai al potere giudiziario. Non sono dei Robespierre i giornalisti quando chiedono (e qualche volta ottengono) le dimissioni di sindaci o ministri».

Non sono dei Robespierre, «i giornalisti per bene», non si appellano ai giudici, figurarsi, a loro non interessa nemmeno il processo. Infatti a Merlo interessa solo la gogna.

«Ci sono state condanne e assoluzioni, per falso, per peculato… ma l’innocenza penale non certifica la rettitudine politica e non riguarda l’etica politica. Insomma, l’innocenza penale è ben compatibile con la colpevolezza politica e il malgoverno va denunziato e raccontato anche se non è reato».

A questo punto, chi conserva un minimo, ma proprio un minimo, di memoria di come Merlo all’epoca usò «l’indagine che sfiorò Maurizio Lupi» per condannare lo stesso Lupi (non indagato) e tutti gli indagati (poi prosciolti) non solo al gabbio, ma pure all’inferno, beh, sarà rimasto un po’ basito da questa rivendicazione allucinante e allucinata.

«Ricordo solo che l’assoluzione di Andreotti ci permise meglio di esprimere i nostri giudizi morali e politici liberandoci dalla pietas dovuta ad ogni imputato».

A parte il patetico accenno alla «pietas dovuta ad ogni imputato» (pietas? Di Merlo? Su Repubblica?), c’è un fatto angoscioso di cui bisogna prendere atto: da quando si è persuaso di essere un «giornalista per bene», Merlo ha smesso di fare informazione e si è messo a fare il prete, o meglio l’ayatollah. Distribuisce «giudizi morali», pronuncia fatwe, e se ne vanta pure.

Quello che resta da appurare è se Merlo sembri solamente tonto oppure sia proprio bugiardo quando sostiene che «i giornalisti per bene» come lui «raccontano e commentano la cronaca» e «non si appellano mai al potere giudiziario».

Francesco Merlo, “I peccati di famiglia”, Repubblica, 19 marzo 2015:

«”Prima che da ministro devi dimetterti da padre”, gli avrebbe detto don Giussani, se davvero era quel “San Gius” che ci raccontano loro. E non perché Maurizio Lupi ha procurato un lavoro al figlio: chi non lo farebbe? Ma perché ha consegnato il suo cucciolo alla peggiore ingegneria italiana. Quell’ingegneria che allarga, sopraeleva e condona, e intanto unge, corrompe e mescola la sabbia di spiaggia al cemento armato.

[L’immagine di Lupi] si trasfigurava ai miei occhi in quella del papà che invece di liberare il figlio, laureato del Politecnico di Milano con il massimo dei voti, di allontanarlo da sé raccomandandolo per esempio agli Ingegneri veri e ai Capomastri con i calli da lavoro, lo aveva dannato e ora lo continuava a condannare alla Corruzione di Stato. “Non ho mai chiesto nulla per lui” ripeteva infatti Lupi sempre più spingendolo nella sabbie mobili del Ministero dei piani regolatori e delle norme aggirate, delle grandi opere a costi maggiorati e senza controllo, degli appalti sporchi per 25 miliardi concessi al principale del suo Luca».

Questo giusto a conferma del fatto che Merlo non dice bugie quando piagnucola che «i giornalisti per bene non si appellano mai al potere giudiziario». No, infatti: condannano senza processo. Ancora:

«Lupi fa così il (consapevole?) elogio del mascalzone italiano e del “bertolasismo” diffuso. Incalza è infatti il Papa di tutti i funzionari, dirigenti, soprintendenti e Commissari Supereroi con pieni poteri sui grandi eventi, le feste nazionali, le ristrutturazioni, le costruzioni e le ricostruzioni, i rifacimenti, gli ammodernamenti, da Pompei sino all’Expo».

Tra parentesi: l’Incalza citato da Merlo è Ercole Incalza, ricordate? Il dirigente del ministero fautore di molte grandi opere (l’Alta velocità per esempio) che all’epoca fu dipinto dai media come il gran visir di tutti i corrotti. Ebbene, quello a cui Merlo non ha assolutamente fatto appello per scrivere il suo articolo era il quindicesimo procedimento nei confronti di Incalza, risoltosi nel quindicesimo proscioglimento. Con l’archiviazione della settimana scorsa siamo a sedici.

E lo spregevole “bertolasismo”? Già, Guido Bertolaso. Eccone un altro su cui Merlo ha esercitato da «giornalista per bene» il suo diritto di cronaca e di giudizio morale, senza mai appellarsi al potere giudiziario.

Francesco Merlo, “L’impunito omeopatico”, Repubblica, 23 ottobre 2010:

«Anziché una squadra di incorruttibili, armati di codice e protetti da una intelligenza anche militare, Silvio Berlusconi ha mandato a Napoli Guido Bertolaso, l’impunito. Propone, dunque, un trattamento omeopatico: cura la malattia con la malattia stessa. L’emergenza spazzatura – è la sola certezza che tutti, a sinistra come a destra, ormai abbiamo – nasce infatti da una grande corruzione, non solo economica e morale, ma anche politica e intellettuale. […]

Solo Berlusconi poteva arrivare alla sfrontatezza di contrastare la corruzione con un presunto corrotto. Tanto più che Bertolaso è indagato per la più odiosa delle corruzioni: la sciacallaggine che specula sulla sofferenza e sulle disgrazie, trasforma i disastri in affari, ingrassa nella monnezza. […]

Dopo che lo hanno scoperto al centro di una cricca di arrembanti, vedono nei suoi abiti la tenuta da fuga, l’abbigliamento pratico di chi è pronto a scappare non perché inseguito dalla lava, da una frana o dagli energumeni della spazzatura, ma dalla finanza e dai carabinieri. Come si vede, anche nelle situazioni da pianto si può trovare qualcosa da ridere. […]

Cosa penseranno vedendolo arrivare a Napoli, non solo le persone per bene che, con ragione, protestano, ma i plebei rivoltosi che bruciano la spazzatura e ora si armano pure di molotov? Probabilmente cercheranno i suoi cari attorno a lui, la sua famiglia allargata, il cognato, la moglie, i parenti che ha favorito e gli imprenditori della cricca pronti a sguazzare nella sofferenza. Insomma Bertolaso a Napoli è una provocazione. […]

Dunque Berlusconi ha mandato a Napoli il presunto capo dei monatti. […]».

Inutile precisare qui come si concluderà – otto anni più tardi, otto anni di persecuzione morale da parte degli ayatollah per bene – l’infinito processo contro Guido Bertolaso: assolto perché «il fatto non sussiste». Inutile constatare che per pestare Lupi e Bertolaso (e non solo loro) Merlo in effetti non si è «mai appellato al potere giudiziario», ma ha direttamente elevato a condanna una sfilza di accuse spiattellate sui media e nemmeno sottoposte a verifica processuale. Ricordare qui tutto questo è inutile e perfino peggio che inutile: è fare un torto a un giornalista per bene. Magari soltanto un attimo intontito. Oppure bugiardo. (Tra le due, comunque, bisogna per forza escludere che un giornalista per bene dica le bugie).

Foto Ansa

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