«Noi cattolici in Turchia siamo trattati come stranieri, non abbiamo status legale»

Ieri una delegazione di rappresentanti della Chiesa cattolica, guidata dal presidente della Commissione episcopale turca, l’arcivescovo Ruggero Franceschini, ha chiesto al Parlamento che la Chiesa possa essere riconosciuta persona giuridica, «cosa che non può essere negata a un’istituzione viva e operante nella società come la Chiesa».

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«Adesso c’è un atteggiamento generale favorevole nei nostri confronti. Credo che i nostri problemi saranno risolti. Siamo sempre stati considerati stranieri, per questo motivo non abbiamo mai avuto il diritto di stabilire fondazioni come le altre minoranze religiose», ha detto oggi il portavoce della Chiesa episcopale Turca Rinaldo Marmara.

Ieri una delegazione di rappresentanti della Chiesa cattolica, guidata dal presidente della Commissione episcopale turca, l’arcivescovo Ruggero Franceschini, e formata anche dall’arcivescovo turco-armeno Hovhannes Tcholakian e dai rappresentanti della chiesa siriaca e caldea, è stata invitata ad Ankara a parlare davanti alla Commissione parlamentare che sta riscrivendo la Costituzione del paese. La delegazione ha chiesto che la Chiesa possa essere riconosciuta, come le altre minoranze religiose, persona giuridica, «cosa che non può essere negata a un’istituzione viva e operante nella società come la Chiesa». Solo così, la Chiesa potrebbe finalmente esercitare diritti sulle circa 200 proprietà di suo possesso, che però non può gestire. La delegazione ha anche chiesto un risarcimento per tutti gli anni in cui le proprietà sono state di fatto sequestrate. La delegazione ha anche chiesto che tutte le strutture e le chiese possano essere riparate e utilizzate. «Come minoranze religiose non chiediamo niente di più rispetto agli altri cittadini turchi», ha aggiunto Franceschini..

«Noi cattolici in Turchia siamo trattati come stranieri. Le nostre istituzioni non godono di uno status legale» ha detto Marmara, che è anche direttore della Caritas turca. La comunità cattolica possiede infatti circa 200 proprietà in Anatolia, senza contare quelle a Istanbul, ma non ha diritti su di esse. «È incredibile, ma le nostre chiese sono intestate ai singoli religiosi. Quando questi muoiono, le nostre chiese possono passare ai loro eredi». «Le altre minoranze» ha concluso Marmara, «hanno fondazioni registrate nel dichiarazione del 1936, mentre noi siamo rimasti al trattato firmato nel 1913 tra Sait Halim Paşa e il Vaticano durante il periodo Ottomano».
@LeoneGrotti

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