Nigeria. «Boko Haram non ha distrutto solo case e chiese. Ha anche seminato la discordia tra cristiani e musulmani»

Intervista al cardinale arcivescovo di Abuja, John Onaiyekan: «L’esercito dice di aver riconquistato molti villaggi. Speriamo sia vero»

CORRECTION Cameroon Nigeria Boko Haram
Michika, Baga, Damasak, Malam Fatouri e molte altre. Sono tante le città del nord della Nigeria che l’esercito di Abuja, insieme a quello del Niger e del Ciad, afferma di aver strappato a Boko Haram con l’offensiva partita il 14 febbraio. I terroristi islamici, che per tutta risposta hanno giurato fedeltà all’Isis, continuano però nei loro attentati: ieri due donne kamikaze si sono fatte esplodere in un mercato a Maiduguri, uccidendo sette persone.

NIGERIANI CAUTI. Se il presidente Goodluck Jonathan ha già cominciato a cantar vittoria, i nigeriani sono più cauti. «Di sicuro l’esercito sta facendo pressione  ai terroristi», parla a tempi.it il cardinale John Onaiyekan, arcivescovo della capitale Abuja. «Però non ci sono giornalisti che verifichino in modo indipendente come stiano andando davvero le cose. Le uniche notizie che abbiamo provengono dai portavoce dei militari. Da quello che dicono, sembra che stiamo ricatturando molti villaggi. Speriamo sia vero».

«TORNARE, MA DOVE?». Se il risultato militare è ancora incerto, c’è certezza sulla situazione degli sfollati: 200 mila persone sono scappate dagli attentati dei jihadisti nei paesi vicini e circa 1,5 milioni di persone hanno perso la propria casa e vivono nei campi profughi. «La Chiesa chiede che i rifugiati possano tornare alle loro case e che il governo si occupi di loro. Anche se i soldati hanno ripreso i villaggi, devono metterli in sicurezza, perché la gente possa fare ritorno senza temere che Boko Haram li attacchi ancora. Molti nigeriani poi non sanno dove andare: spesso la loro casa non c’è più, il loro villaggio è stato raso al suolo. Il governo deve fare di più per permettere a queste persone di riprendere a vivere».

«MUSULMANI STANNO CAMBIANDO». Davanti all’apparente successo della nuova campagna militare, il cardinale nigeriano non capisce perché «stiamo agendo così solo ora e non l’abbiamo fatto due anni fa». «Sicuramente il governo ha sottovalutato il pericolo portato da questi fanatici islamici. In più, per ragioni politiche, non ha voluto agire. Non è stato facile neanche capire la dimensione religiosa di questo terrorismo: all’inizio le comunità islamiche dicevano che non aveva niente a che fare con i musulmani. Ora invece le cose stanno cambiando, anche loro stanno ammettendo le proprie responsabilità».

«CALIFFATO PROBLEMA DI TUTTI». Una notizia positiva, è rappresentata «dal fatto che tutti hanno capito che Boko Haram non è una minaccia solo per la Nigeria. Da una parte anche Niger, Ciad e Camerun hanno compreso che il Califfato è un problema di tutti, dall’altra noi abbiamo permesso loro di aiutarci. Stiamo ancora aspettando di vedere quanto successo avrà questa operazione, ma è positivo che l’Unione Africana abbia trovato un accordo per costituire una forza anti-terrorismo (di 8.000 uomini, ndr)».

«RICOSTRUIRE SCUOLE E CHIESE». Le operazioni sul terreno non sono però la principale preoccupazione dell’arcivescovo. Boko Haram devasta il nord della Nigeria dal 2009 e c’è un’intera area del paese da ricostruire. «I bisogni principali degli sfollati in questo momento sono riavere una casa, tornare ai campi per produrre. Queste persone non hanno più niente: non ci sono le scuole per i loro figli né le chiese per pregare Dio. Inoltre ci sono tante persone scappate all’estero che vivono di assistenza. Io sono stato ieri (lunedì, ndr) in un campo non lontano da casa mia, qui ad Abuja, e ho portato cibo, acqua e coperte. Bisogna aiutare questa gente e il governo non sta facendo abbastanza».

«BOKO HARAM CI HA DIVISO». Ma la ricostruzione di cui hanno bisogno i nigeriani è ancora più profonda: «Come sacerdote, io cerco di portare ai rifugiati un sostegno spirituale», precisa il cardinale. «Il danno maggiore che Boko Haram ha fatto è aver minato il rapporto di amicizia e fiducia che c’era tra cristiani e musulmani. Qui ad Abuja i cristiani sono in un campo e i musulmani in un altro, perché Boko Haram ha seminato la discordia e la divisione. Gente che viveva nello stesso villaggio, nella stessa tribù e nella stessa famiglia ora si ritrova divisa al suo interno».

«LA FEDE C’È ANCORA». È questo il più grande problema che la Nigeria dovrà affrontare, anche quando i Boko Haram saranno sconfitti: «Chi pensa che i jihadisti abbiano distrutto solo case e scuole, non vede fino in fondo qual è il problema. Però c’è speranza. Lunedì sono stato nel campo profughi e ho parlato con uno dei leader dei rifugiati. Parlavamo del male fatto da Boko Haram e lui mi ha detto che sarà difficile tornare a essere uniti come prima della guerra, anche tra membri della stessa tribù. Però poi ha aggiunto: “È difficile, ma con l’aiuto di Dio tutto è possibile”. Questo significa che la fede c’è ancora e che troveremo un modo di riconciliarci. Ma abbiamo molta strada da fare».

Foto Ansa/Ap