Le moschee sono responsabili della radicalizzazione dei giovani musulmani? Sì e no. Ecco perché

Due islamologi belgi e un imam francese spiegano che «gli imam non sono più in grado di rispondere alle domande dei giovani» che si rivolgono così agli estremisti

L’islam ha un problema e le moschee c’entrano eccome, anche se in modo diverso di quanto si pensi generalmente. È questa l’analisi dell’importante quotidiano belga La Libre, all’indomani della strage di Parigi, che è stata organizzata in un quartiere di Bruxelles, Molenbeek. «Le moschee in Belgio sono responsabili della radicalizzazione violenta di alcuni giovani?».
Sì e no, risponde il quotidiano. Da un parte, gli imam che governano le moschee del Belgio non sono estremisti e se anche lo fossero, sapendo che i luoghi di culto «sono controllati», non potrebbero mai fare sermoni radicali. Il problema del fondamentalismo, però, è ugualmente legato alle moschee, secondo l’islamologo Michael Privot, perché queste non sono più in grado di attirare e di educare i giovani musulmani. Gli imam, secondo Privot, non conoscono più niente delle giovani generazioni, «che in moschea non trovano risposte alle loro domande». Anche per Corinne Torrekens, esperta di islam all’Università libera di Bruxelles, il problema è che gli imam «non sono in grado di rispondere alle loro domande religiose, sociali e politiche».

FRATELLI MUSULMANI E SALAFITI. Insoddisfatti, continua Torrekens, i giovani vengono attirati «da predicatori salafiti» o dei Fratelli Musulmani al di fuori delle moschee o su internet. Questi «fanno discorsi prima di tutto politici e violenti, sostenuti da interpretazioni letterali ed estremamente conservatrici dell’islam». Purtroppo le «idee salafite» in Belgio sono sempre più «diffuse dal basso», ammette Privot, attraverso internet, libri, borse di studio statali che permettono di andare a studiare in Arabia Saudita. In questa situazione, le moschee «sono incapaci di approntare un contro-discorso», insiste Torrekens, «soprattutto non sono in grado di proporre orizzonti reali ai giovani».

BELGIO E FRANCIA. Questo problema educativo, però, non è proprio solo del Belgio ma anche della Francia. Come dichiarato in estate a tempi.ti da Azzedine Gaci, rettore della moschea Othman di Villeurbanne, città limitrofa a Lione, «noi in moschea abbiamo un problema. Facciamo l’equivalente del catechismo cattolico con ragazzi dai 6 ai 12-13 anni: insegniamo lingua araba, corano, eccetera. Dopo questa età, però, non abbiamo più niente da proporre loro. Questo è un problema perché è proprio in questo periodo della vita che si pone la questione dell’identità, del senso delle cose, di come vivere il rapporto con gli altri: tutti problemi importanti che non si possono spiegare con uno schemino sulla lavagna. Nel momento in cui i giovani hanno più bisogno di noi, noi non ci siamo».
Ciò che manca, continuava Gaci, «sono i mezzi intellettuali e finanziari, avremmo bisogno di formatori perché ci sono domande per le quali non basta un libro. Abbiamo bisogno di giovani che stiano con i ragazzi, non solo sessantenni, persone che possano uscire e vivere con loro in una compagnia. Ma non disponiamo dei mezzi umani. I giovani cercano di dare un senso alla loro vita con il terrorismo. Abbiamo un problema educativo».

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