È ora che l’assessore della malaparola chieda scusa a Dolce&Gabbana

Per riconoscenza verso Milano, i due stilisti hanno devoluto una grossa cifra alla Scala. Due anni fa un membro della giunta Pisapia li squalificò come «evasori»

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«Ero un bambino delle elementari e mi è rimasta impressa l’illuminazione del teatro con quelle 365 lampadine, una per ogni giorno dell’anno. Certo, pur essendo innamorato della Scala, non potevo frequentarla. Mia madre faceva la portinaia e mio padre era operaio. Altro che Scala. Le scale potevo solo lavarle». Con questa simpatica dichiarazione a Repubblica, lo stilista Stefano Gabbana ha spiegato perché, assieme a Domenico Dolce, ha deciso di diventare socio fondatore del Teatro alla Scala di Milano.

DARE UNA MANO. Sebbene i due imprenditori non abbiano voluto rendere nota la cifra devoluta, si sa che per diventare fondatori e soci è richiesto da statuto il versamento di 600 mila euro in un periodo non inferiore ai cinque anni. Non solo: i due stilisti sostengono le rette di 20 studenti della scuola di ballo. «Ci teniamo tantissimo – hanno spiegato -: per noi supportare la Scala è un modo di ringraziare Milano per tutto quello che ha fatto per noi, è la città che ci ha dato il nostro mestiere, dove siamo diventati stilisti e imprenditori. Ma non potevamo dimenticare i ragazzi che hanno bisogno di una mano: chiedono solo di studiare, di allenarsi, di provare, dimostrano una dedizione verso l’arte e un’etica del lavoro ammirevoli, uniche nel loro genere. La vita, a noi due, ha dato tanto, ha premiato il nostro lavoro: come non dare una mano, potendo farlo, a ragazzi così?».

CHIEDERE SCUSA. Tanta generosità e riconoscenza non hanno potuto non fare tornare in mente le polemiche di due anni fa. Fu allora che l’assessore alle Attività produttive di Milano, Franco D’Alfonso, in base solo a una sentenza di primo grado, li bollò come «evasori fiscali», auspicando che il Comune chiudesse le porte a loro eventuali richieste. La dichiarazione non passò inosservata: Dolce e Gabbana reagirono chiudendo «per indignazione» i loro nove punti vendita a Milano per tre giorni.
Poi, come vi spiegammo su tempi.it ben prima della sentenza della Cassazione, la vicenda si chiuse nella maniera più ragionevole. A ottobre 2014 la Cassazione decretò che i due stilisti non erano colpevoli di alcuna evasione fiscale e il Pd cittadino si scusò con loro per i frettolosi giudizi espressi in precedenza. Ma, se non ci sbagliamo, D’Alfonso non ha mai pubblicamente ritrattato la sua uscita, anzi. Potrebbe farlo ora, se solo riuscisse a dimostrare un minimo di eleganza. Anche se non si è stilisti, sarebbe ora il caso di sfoggiarla.

Foto Ansa


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