Men in Black 3, divertimento a sprazzi per un timido sequel

 Terzo capitolo della saga con protagonisti i Ghostbusters in nero. Già dopo il debole sequel, uscito nel 2002, si avvertiva una certa stanchezza a livello di sceneggiatura, idee e interpreti e il terzo capitolo non fa certo eccezione. Ricco di effetti speciali all’altezza che rendono bene le creature varie e bizzarre, mostri buoni e meno buoni che affollano il mondo, il film, ancora diretto dal regista degli episodi precedenti, il discontinuo Barry Sonnenfeld (La famiglia Addams, Wild Wild West), gioca sul sicuro: la coppia protagonista funziona ancora nonostante siano passati parecchi anni dal titolo apripista e la vecchiaia faccia capolino almeno dalle parti di Tommy Lee Jones. Entrambi funzionano e il feeling rimane intatto anche a distanza di anni: Smith, che anche per lo status di star internazionale acquisito negli anni Duemilan, è indiscusso protagonista, è gigione e simpatico mentre il volto di pietra di Jones è il suo contraltare duro e apparentemente senza sentimenti.

Il carisma c’è e vedere due attori che hanno recitato in film di registro ben diverso, condividere la scena insieme senza calpestarsi i piedi a vicenda è la cosa migliore del film e ricorda allo spettatore tante altre coppie felici del cosiddetto buddy movie all’americana: Nick Nolte e Eddie Murphy di 48 ore, Mel Gibson & Danny Glover di Arma Letale. Anche l’impianto spettacolare è riuscito con un largo uso di effetti speciali e una sceneggiatura che alterna cose buone a cose meno apprezzabili. Certe trovate narrative sono divertenti: non tanto il salto del tempo che non è problematizzato come in altri film tutti giocati sul tempo come Ritorno al futuro e non solo, quanto per alcuni personaggi di contorno come Andy Warhol e il suo ruolo chiave nella Factory o – per chi scrive la cosa più divertente del film – il riferimento nella stanza dei bottoni a Tim Burton.

Non tutto però scorre liscio: c’è molta bizzarria ma anche molta superficialità, molto folklore che lascia il sorriso e poco più. Poco o nulla viene problematizzato o approfondito: il salto indietro nel tempo non apre la narrazione a possibili paradossi temporali, il che sarebbe stato indubbiamente interessante così come il contesto di riferimento, il 1969, è una semplice cornice utile ai fini della narrazione solo per la svolta nel finale. Anche sul piano dei personaggi l’andamento è scostante: il personaggio dell’agente O interpretato da Emma Thompson e il suo corrispettivo “giovane” Alice Eve è poco incisivo nella vicenda anche se il personaggio più debole è paradossalmente quello su cui regista e sceneggiatore hanno puntato di più, la vera novità di Men in Black 3, l’agente K giovane, un Josh Brolin fuori ruolo, rigido e poco divertente e, nella versione italiana, doppiato male. È proprio il suo personaggio, non definito granché dallo sceneggiatore Etan Cohen (lo stesso di Tropic Thunder e Madagascar 2), a essere la zavorra più che il valore aggiunto del film: le schermaglie con Smith sono poca cosa e anche l’affondo sul suo passato, compresa la storia sentimentale, sembra assolutamente non necessario.