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La borsa e la vita

Mamma mia, che lavoro

Di Alan Patarga
09 Maggio 2026
In Italia tra gender gap e sostegni insufficienti l’equilibrio tra maternità e carriera è ancora un miraggio per troppe donne. Eppure il primo errore è proprio continuare a parlare di “child penalty”
mamma
Foto di Kelly Sikkema / Unsplash

Mestiere difficile, quasi impossibile. Leggere l’ultimo rapporto Le Equilibriste. La maternità in Italia 2026, appena pubblicato dalla Ong Save the Children e giunto alla sua undicesima edizione, è un esercizio utilissimo alla vigilia della Festa della Mamma. L’incipit della nota stampa che ne ha accompagnato l’uscita, in particolare, chiarisce subito il leitmotiv dello studio:

«In Italia, diventare madri significa ancora troppo spesso camminare su un filo sottile: da una parte il lavoro, dall’altra il carico di cura familiare. Un equilibrio fragile, fatto di scelte complesse, desideri che si intrecciano con rinunce e percorsi professionali che rallentano o si interrompono. E quando si prova a rientrare nel mercato del lavoro, le difficoltà non mancano».

Un quadro a tinte fosche, che già il titolo del rapporto rende ineludibile: “le equilibriste” siete voi, che pretendete di fare figli e avere una carriera e far quadrare tutto.

Gli ultimi dati horror

Sia chiaro: i dati messi in fila da Save the Children sono tutti veri e fotografano il dramma di un paese che per anni ha pensato poco e male alle politiche legate alla natalità e al bilanciamento dei tempi di vita e lavoro. Ma l’approccio del rapporto è tutto negativo:

«In Italia la nascita di un figlio segna spesso un forte cambiamento nelle traiettorie lavorative delle donne. La cosiddetta “child penalty” [sic!], che misura l’impatto sulla partecipazione al lavoro, sui salari e sulle prospettive di carriera, arriva al 33 per cento e produce effetti duraturi nel tempo».

E se si rammenta che «circa l’80 per cento dei giovani desidera avere figli», poi si sottolinea puntualmente che «le retribuzioni delle madri diminuiscono, soprattutto nel settore privato» (il dato che si cita è una possibile riduzione dei salari «fino al 30 per cento», omettendo di ricordare quanto su questa specifica forma di gender gap incidano congedi e ricorso al part-time), che esistono «divari di genere molto marcati nel lavoro dopo la genitorialità» (è occupato il 92 per cento dei padri, circa il 63 per cento le madri, che scende al 58 per cento se i figli sono almeno due) e prevedibilmente «forti differenze territoriali nell’occupazione delle madri», con il Centro-Nord che vede tassi di occupazione superiori al 70 per cento e il Sud con le Isole fermo a poco più del 45. Tra le regioni, la più virtuosa nelle statistiche legate alla maternità appare l’Emilia-Romagna, in coda c’è invece la Sicilia.

Quegli incentivi che non bastano mai

È chiaro che a fronte di questi dati ogni tentativo della politica di arrestare la denatalità (nel 2025 siamo arrivati al record negativo di appena 355 mila nuovi nati nell’anno) appaia insufficiente. Va detto che, nell’ultima legge di bilancio, il governo Meloni ha tentato di incrementare i sostegni: il bonus mamme lavoratrici è salito a 60 euro mensili, per dipendenti e autonome con almeno due figli e reddito Isee non superiore ai 40 mila euro annui. A questo si è aggiunta la decontribuzione totale fino a 8 mila euro (esclusi premi e contributi) per i datori di lavoro privati che assumono donne, madri di almeno tre figli minorenni, reduci da almeno un semestre senza un lavoro stabile. E anche l’estensione dei congedi parentali fino ai 14 anni del figlio, e non più 12 come in precedenza. Misure che hanno comportato uno stanziamento extra di 1,6 miliardi di euro e un impegno di spesa nel triennio 2026-2028, pari a circa 3,5 miliardi.

Abbastanza? Sicuramente no, così come il piano asili finanziato dal Pnrr – e segnalato a più riprese in ritardo di esecuzione – altrettanto certamente non basterà a soddisfare la domanda di posti in strutture educative per l’età prescolare, che più che una necessità è considerato un prerequisito per consentire alle donne di conciliare la maternità con l’impegno fuori casa.

Il diavolo congela ovuli

È su queste carenze reali, e su una narrazione che mette in evidenza le sole difficoltà della genitorialità, che si innestano mode e tentazioni che, pur non rinnegando del tutto la maternità, tendono però a renderla altro dalla vita “reale”. A ben vedere, la principale differenza tra il film del 2006 Il diavolo veste Prada e l’omonimo sequel uscito nelle sale nei giorni scorsi, sta proprio nella differente prospettiva con la quale la protagonista, impersonata da Anne Hathaway, guarda alla vita: nella prima pellicola, l’aspirante giornalista intuisce i rischi di una carriera tanto assorbente da negarle ogni altra soddisfazione nella sfera privata e fa una scelta radicale per non diventare “solo” il proprio lavoro. Nel seguito, questa tensione svanisce del tutto e scopriamo che Andy – questo il nome del suo personaggio – vent’anni dopo (attenzione: spoiler!) sostiene di avere due figli che, in realtà, sono due ovuli congelati in perenne attesa di essere impiantati.

È una resa culturale che non ha a che fare soltanto con il cinema: lo scorso gennaio, proprio in Italia, ha fatto discutere la notizia che un gruppo della moda (Otb di Renzo Rosso, il fondatore di Diesel e altri marchi di successo) abbia deciso di offrire la crioconservazione degli ovociti per ritardare il momento della maternità come “benefit” aziendale. Un progetto presentato come una agevolazione alle dipendenti per «preservarne la fertilità», il primo di questo tipo nel nostro paese, e che porta con sé anche una sorta di “convenzione” con un centro specializzato in procreazione medicalmente assistita (Pma) «neanche fosse un abbonamento in palestra», commentava in quei giorni con disappunto il quotidiano della Cei, Avvenire. Ma quel che appare nuovo in Italia non è tale all’estero: già nel 2014 alcune multinazionali della Silicon Valley proponevano il “social freezing” come nuova frontiera del work-life balance.

Campionesse di corsa a ostacoli

Eppure, anche a livello di produttività l’essere genitori è ormai da anni considerato un valore. Lo certifica per esempio uno studio pubblicato nel 2023 dalla Harvard Business Review, secondo il quale le competenze acquisite da mamme e papà nel gestire i figli e in generale il ménage familiare rappresentino abilità preziose anche sul posto di lavoro. Le doti di efficienza, problem solving, ottimizzazione di tempi e spazio, gestione delle priorità, costituiscono un valore aggiunto che molto spesso chi non ha figli fatica ad acquisire, compensando semplicemente con la maggiore disponibilità di tempo per lavorare. Non solo: la stessa ricerca evidenzia come i datori di lavoro più illuminati, che contribuiscono con sostegni concreti alla genitorialità dei loro dipendenti, ne traggono un beneficio diretto quantificabile in un ritorno medio di 18 volte per ogni dollaro investito.

Insomma, presentare i figli come un ostacolo alla carriera (il terribile concetto di “child penalty”) è sbagliato non solo umanamente e moralmente, ma anche economicamente. È come se un atleta specializzato nella 3.000 siepi non riconoscesse che gli ostacoli che incontra lungo la sua corsa non fossero parte della gara e non definissero che tipo di atleta abbia scelto di essere, e non ne comprendesse dunque il valore. Perderebbe il senso di sé e l’occasione di fare cose grandi.

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