Ma perché, quando si parla di vita, le domande scomode finiscono sempre nel cestino?

L’eutanasia in Québec, la petizione “Uno di noi”, l’obiezione di coscienza. Tutto viene superato nel nome dell’autonomia e della volontà del paziente. E gli interrogativi fondamentali finiscono in spazzatura

Articolo tratto dall’Osservatore Romano – In Québec sarà possibile per i curanti fornire un «aiuto medico a morire» in casi selezionati di pazienti in fase avanzata di malattia con «sofferenze eccezionali»: l’Assemblea nazionale lo scorso 5 giugno ha definitivamente adottato la legge con 94 voti a favore e 22 contrari. Questo nonostante il Governo canadese avesse già espresso la propria disapprovazione nei confronti del progetto legislativo in questione e nonostante i vescovi dello Stato francofono avessero — come ha sintetizzato il quotidiano «la Croix» — «manifestato le loro inquietudini».

Benché il testo approvato possa essere oggetto di una contestazione giudiziaria da parte del Governo federale canadese, il Québec ha scelto dunque di ignorare le voci dissonanti. Il fatto è sintomatico di un certo modus operandi che sempre più spesso politica e società paiono adottare quando sul piatto vi sono questioni bioetiche importanti.

Gli esempi potrebbero essere moltissimi. Ascoltando conferenze o dibattiti in tema di fine vita sempre più spesso capita di sentire parlare di autonomia. In genere di autonomia del paziente, molto raramente di autonomia del curante: la prima giustamente ricordata, la seconda a torto dimenticata. Facendo il parallelo con la fase iniziale della vita si potrebbe dire che si parla molto in bioetica di autonomia della madre, molto raramente di autonomia dell’embrione o del feto: la prima anche in questo caso evidenziata a ragione, la seconda spesso volutamente taciuta.

Non è difficile quindi accorgersi che oggi le riflessioni sulla vita, sia essa all’inizio o al termine, a fronte di uno sbandierato pluralismo di idee e di vedute tendono sempre più a essere a senso unico. In altre parole, la discussione — specie se pubblica — tende a essere monodirezionale e a escludere qualsiasi voce che tenda ad andare in direzione opposta. E occorre ribadire: a escludere piuttosto che a confutare.

Un altro esempio evidente è stata in questi giorni la mancata presa in considerazione da parte della Commissione europea di due milioni di cittadini che con l’iniziativa «l’embrione uno di noi» chiedeva di porre un argine alle ricerche scientifiche che implicano l’utilizzo di cellule embrionali umane e di non finanziare programmi di cooperazione che prevedano l’aborto. Non trasmettendo agli organi legislativi comunitari le bozze di normativa proposte dai promotori dell’iniziativa la Commissione europea ha perciò deciso non solo di bocciare ma anche di ignorare del tutto quanto proponevano due milioni di cittadini.

Lo stesso atteggiamento, in scala ridotta, si può vivere oggi in molte aule universitarie o durante incontri rivolti alla popolazione che vertano su temi bioetici sensibili, quali ad esempio la sospensione o la non messa in atto di mezzi di sostegno vitale. La discussione tende invariabilmente a mettere in evidenza l’autonomia del paziente, o meglio la sua autodeterminazione. Attraverso l’esercizio di quest’ultima, il paziente ha il diritto di chiedere, se in grado di esprimersi, la sospensione ad esempio dell’alimentazione clinicamente assistita — detta “artificiale” spesso con il non dichiarato intento di presentarla in modo già negativo a partire dall’aggettivazione — o dell’idratazione, e ciò magari anche se informato delle conseguenze potenzialmente letali di una tale scelta. Sempre più spesso si sente dire che il medico “deve” rispettare tale scelta.

Da tutto questo e da casi come quello del Québec derivano alcune riflessioni. In primo luogo se è senza dubbio lecito che il paziente possa esercitare la propria autonomia chiedendo la sospensione di mezzi di sostegno vitale, possiamo affermare con altrettanta sicurezza che il medico debba accettare di mettere in pratica una tale richiesta? I soggetti morali in gioco sono due: possiamo accettare che l’autonomia di uno prevalga su quella dell’altro? Possiamo tranquillamente dire che la coscienza del medico deve essere forzata a fare ciò che non ritiene giusto? Secondariamente sorge un altro dubbio: se l’autonomia deve valere in modo assoluto, e se quindi un atto diventa lecito per il solo fatto di essere l’espressione della volontà di un paziente che lo chiede, con quale argomento potremo opporci alla richiesta di qualcuno che chiede gli vengano somministrati trattamenti evidentemente inutili dal punto di vista medico? In altre parole si ha l’impressione che l’accento venga messo su un’autonomia a senso unico: va bene concedere tutto a patto che ciò vada nel senso dell’abbreviare la vita, quanto al resto la discussione è semplicemente abolita.

Nella calura quasi estiva di un’aula durante un master universitario circolava un cestino nel quale i partecipanti potevano mettere un foglietto con le loro domande o osservazioni che poi sarebbero state lette alla fine della lezione. Una di queste domande era: «Perché al posto di offrirci delle caramelle per l’intervallo non leggete pubblicamente tutte le domande fatte, anche le più scomode?». La risposta non si ebbe mai, il foglietto venne semplicemente ignorato, anche lui inghiottito dalla logica del senso unico. Come le domande scomode.