Lucia e gli altri sopravvissuti ai partigiani rossi. Una lettura della Resistenza «senza pregiudizi ideologici»

Il nuovo libro di Giampaolo Pansa, Bella Ciao, abbatte i connotati del mito politico per descrivere l’orrore della guerra civile e del male umano

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pansa-bella-ciaoGiampaolo Pansa, scrittore, giornalista, si porta addosso da anni un appellativo che rende onore al suo lavoro storiografico: «revisionista». L’onta indelebile per i faziosi è il massimo dei pregi per uno scrittore la cui missione è una «lettura compiutamente storica, senza pregiudizi ideologici» della Resistenza. Con questo spirito Pansa torna ad approfondire la guerra partigiana. Bella Ciao, in libreria dal 12 febbraio, raccoglie anche le testimonianze di chi, ancora in vita, ha voluto raccontare all’autore la propria storia.
Come quella di Lucia, una ragazzina di terza liceo catturata senza colpa durante la guerra civile dai partigiani rossi e stuprata per un mese prima di essere liberata da un funzionario del Pci. Questa e altre vicende si intrecciano nella ricostruzione che Pansa fa della Resistenza, abbattendo i connotati del mito politico per descrivere l’orrore della guerra civile e del male umano.

La linea che unisce la narrazione è la missione politica che animava i comunisti armati. Non la comica versione contemporanea dell’Anpi, secondo cui il partito guidato da Togliatti da una parte inneggiava a Stalin e dall’altra intendeva promuovere in Italia «un sistema politico pluralistico e democratico di tipo occidentale». Secondo il più sensato giudizio di Pansa, «i comunisti volevano fare la rivoluzione. E per gran parte della base e per non pochi dirigenti “fare come in Russia” aveva un solo significato: accoppare senza riguardi chiunque sembrasse un avversario politico».
Non si fermavano di fronte a nulla per la causa, nemmeno ordinare l’omicidio di altri partigiani che non accettavano di sottostare alle loro regole, come Giovanni Rossi, comandante di una banda partigiana ammazzato nel suo letto per ordine del Pci di Reggio Emilia.

Fu con cinismo e spietatezza che i seguaci del bolscevismo si impadronirono della guerra partigiana. Già nel primo autunno del 1943, ricorda Pansa, «il Pci dimostrò subito di essere il partito dominante di quella che ancora non veniva chiamata Resistenza. E lo provò nell’unico modo in quel momento possibile: l’assassinio degli avversari, i fascisti rimasti fedeli a Mussolini che avevano scelto di schierarsi con la nuova Repubblica sociale». La guerriglia produceva conseguenze calcolate: «Un attentato, una rappresaglia nemica. Un nuovo attentato, una nuova rappresaglia più dura», e così via.
«L’obiettivo era allargare l’incendio della guerra civile e spingere alla lotta pure chi ne voleva restare lontano». Il giornalista non dimentica di citare Giorgio Bocca, suo ex collega a Repubblica, secondo cui la strategia dei Gruppi di azione patriottica, i Gap, era volta alla provocazione del nemico. La rappresaglia nazifascista rientrava nei calcoli del Pci. Sarebbe stata utile «per coinvolgere gli incerti, per scavare il fosso dell’odio».

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