L’inferno di Moria conferma che l’Ue è ancora disunita e fragile

Il rogo del campo profughi greco ha evidenziato i soliti problemi: quando si parla di migranti, la solidarietà a Bruxelles non esiste

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«Non è un segreto che l’Unione Europea fino ad ora abbia fallito per quanto riguarda la politica migratoria e la gestione delle richieste di asilo politico». Le parole al Financial Times di Josep Borrell, alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, rispecchiano la realtà e dunque non stupiscono più nessuno. Ma che Bruxelles riconosca così platealmente il proprio fallimento, senza tentare in nessun modo di risolvere il problema denunciato, è preoccupante.

TUTTI SAPEVANO CHE MORIA ERA UN INFERNO

I roghi che una settimana fa hanno raso al suolo il campo profughi di Moria, sull’isola di Lesbo, hanno lasciato 13 mila migranti a dormire in strada, tra i quali 4.000 bambini. Tutti in Europa sapevano che quel campo profughi era un inferno: sovrappopolazione, mancanza dei più elementari presidi sanitari (non c’erano neanche sapone e bagni) e soprattutto migliaia di persone lasciate da anni a loro stesse, con pratiche di asilo bloccate e mancanza di un futuro. Atene non ha mai cercato di migliorare la situazione di questi profughi per evitare di attirarne altri, sapendo che se fosse successo nessuno in Europa li avrebbe aiutati.

Anche davanti alla tragedia annunciata, l’Ue non ha fatto una piega: alcuni paesi, i più volenterosi, si sono offerti di prendere qualche bambino per fare bella figura. Ma poco altro. Anche la Germania, che si è offerta di accogliere 2.750 profughi, non ha volutamente specificato «migranti provenienti da Moria». Infatti, il governo tedesco ha aperto le porte soltanto a richiedenti asilo, la cui domanda sia già stata approvata. Ha sbarrato insomma la strada al vero problema che dal 2015 assilla l’Europa: che cosa fare dei migranti economici e di coloro che non hanno diritto all’asilo politico in base alle regole europee?

«INUTILI FARSI ILLUSIONI»

Per il quinto anno di fila, la risposta europea è stata la stessa: i paesi che in base al trattato di Dublino devono farsene carico, ovvero i paesi di primo ingresso nell’Ue (Grecia, Italia, Malta) si arrangino. Entro fine settembre la Commissione Europea ha promesso che presenterà una nuova riforma del sistema che regola l’asilo, ma nessuno si fa illusioni. Berlino vorrebbe strappare un accordo nel suo semestre di presidenza, ma come riporta il Financial Times tutti i responsabili ripetono lo stesso mantra: «Inutile farsi illusioni».

Sono troppi i paesi, dal gruppo Visegrad a quello dei “frugali”, che rifiutano un sistema che preveda quote obbligatorie di migranti da accettare. Francia e Germania, dal canto loro, non hanno nessuna intenzione di accogliere migranti economici, ma pretendono di aprire le porte solo a profughi che hanno il diritto di asilo. L’unica strada percorribile resta quella che punta sulla “buona volontà” di paesi che di volta in volta partecipino a operazioni di smistamento di migranti. Volontà che, a giudicare dal patto di Malta e da quelli precedenti, purtroppo non c’è.

Foto Ansa