La libertà vi renderà prosperi. Il “modello Madrid” spiegato da uno dei suoi fautori

Di Carlo Marsonet
19 Gennaio 2026
Intervista a Diego Sánchez de la Cruz dell’Instituto Juan de Mariana: «Sono fiero di avere aiutato Aguirre e Ayuso a creare un ecosistema diverso dal resto della Spagna. Qui chi vuole costruire sente di poterlo fare senza che regole e tasse lo distruggano prima ancora di iniziare. Ecco come siamo diventati la capitale europea delle opportunità»
La presidente della Comunità autonoma di Madrid Isabel Díaz Ayuso parla davanti a imprenditori e manager riuniti per l’evento “Invest in Madrid” a Quito, Ecuador, 10 aprile 2025 (foto Ansa)
La presidente della Comunità autonoma di Madrid Isabel Díaz Ayuso parla davanti a imprenditori e manager riuniti per l’evento “Invest in Madrid” a Quito, Ecuador, 10 aprile 2025 (foto Ansa)

Se si seguissero ogni tanto le lezioni della storia, ci si ricorderebbe di un fatto semplice: e cioè che senza libertà individuale non vi possono essere sviluppo, benessere e prosperità. Non è ideologia affermarlo, quanto piuttosto negarlo. Ma si sa, l’uomo predilige coprire la realtà inventandosi capri espiatori immaginari piuttosto che assumersi la responsabilità delle proprie azioni. Il liberalismo, invece, pone enfasi sulla responsabilizzazione delle persone che va di pari passo con la libertà esperita da ciascuno: da questo derivano le possibilità di crescita personale e di miglioramento sociale.

L’ennesima testimonianza di ciò è offerta da quello che la Comunità di Madrid sta vivendo da qualche lustro e che viene descritto da un libro da poco pubblicato: Il modello Madrid. Una rivoluzione liberale, 1995-2025 (Ibl Libri). L’autore, Diego Sánchez de la Cruz, direttore delle ricerche dell’Instituto Juan de Mariana, discute di quello che rappresenta, per certi aspetti, un nuovo miracolo economico in seno all’Europa. Ne parliamo proprio con lui poco prima della presentazione del libro organizzata dall’Istituto Bruno Leoni, che si terrà oggi, lunedì 19 gennaio, a Milano.

Direttore Sánchez de la Cruz, a quando risalgono le origini del “modello Madrid” di cui parla?

Il “modello Madrid” è nato nel momento in cui la regione ha deciso di smettere di comportarsi come tutti gli altri territori della Spagna, che si limitavano a replicare le stesse politiche socialiste obsolete che avevano portato il nostro paese alla stagnazione e al declino. Dal 1995, i governi di centrodestra sono stati rieletti e i partiti di sinistra non sono riusciti a conquistare il potere, ma la vera trasformazione è iniziata nel 2003, quando Esperanza Aguirre è diventata presidente della regione e ha spinto senza remore Madrid verso qualcosa che suonava quasi come un’eresia alla nostra “classe dirigente” e alle nostre “élite intellettuali”: affidarsi ai cittadini per scegliere come vivere la propria vita, invece di affidarsi alle burocrazie per gestire tutto attraverso uno Stato assistenziale permanente.
Non è stato però un percorso facile. Madrid ha dovuto nuotare controcorrente in un paese in cui il sospetto nei confronti dei mercati era quasi uno sport nazionale. Molti semplicemente non riuscivano a immaginare che tasse più basse e una regolamentazione più leggera potessero essere qualcosa di più di un “regalo ai ricchi”; eppure, quando la classe media della regione ne è diventata la principale beneficiaria e la prosperità ha raggiunto la gente comune, mentre altri territori subivano i prevedibili fallimenti dell’interventismo, il modello di Madrid ha iniziato a essere ammirato piuttosto che temuto.

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Sembra di capire, comunque, che questo percorso liberale e virtuoso abbia incontrato resistenze e ostacoli significativi…

Eccome! All’inizio la resistenza politica è stata molto forte. I sindacati, i partiti di sinistra e i segmenti più potenti della burocrazia hanno combattuto quasi tutte le riforme come se fossero un attacco alla civiltà stessa. La libertà di scelta scolastica, la gestione privata degli ospedali, la riduzione delle tasse, la semplificazione delle normative: tutto questo ha avuto un costo politico. Ma ha anche innescato un cambiamento culturale: giornalisti, economisti e intellettuali che sostenevano queste idee hanno iniziato a vedere il loro lavoro confermato dalla realtà. Ha cominciato a emergere un ecosistema genuinamente liberale, al quale sono stato orgoglioso di contribuire direttamente aiutando a progettare e promuovere più di 300 misure di deregolamentazione che hanno reso Madrid la regione spagnola più favorevole per avviare un’impresa, investire o innovare. Alla fine dei conti, si è trattato di una mossa audace a favore del libero mercato e della libertà politica, ma i risultati parlano più forte dell’ideologia. In un certo senso, il risultato più grande ottenuto da Madrid è stato di natura culturale: ha reso naturale la libertà economica in un paese che per lungo tempo l’aveva considerata sospetta.

Quali sono le leve dell’idea di società aperta madrilena?

Il modello di società aperta di Madrid funziona perché collega due idee che spesso viaggiano separatamente in politica: dinamismo economico e libertà individuale. La parte economica è quella più visibile: un sistema fiscale progettato non per punire il successo ma per premiare l’impegno; un contesto normativo che tratta gli imprenditori come adulti anziché come sospetti; e un sistema di servizi pubblici in cui la domanda non è “pubblico o privato?”, ma “cosa funziona meglio per le persone?”, il che porta naturalmente a un ruolo importante per i fornitori privati nel settore sanitario e dell’istruzione.
Ma è la dimensione culturale a conferire al modello il suo carattere unico. Madrid è una regione in cui metà della popolazione proviene da altre zone della Spagna o dall’estero, e questa diversità ha plasmato una cultura civica poco incline al tribalismo o all’ossessione per l’identità. Qui il merito, il lavoro e le opportunità contano più dei sussidi o delle narrazioni vittimistiche. L’integrazione avviene attraverso il lavoro e l’ambizione, non attraverso l’ingegneria ideologica. E il ritmo della vita quotidiana riflette questa libertà: lunghi orari di apertura, vivace vita notturna e la sensazione che lavoro, tempo libero e aspirazioni possano rafforzarsi a vicenda.
Un altro elemento cruciale è l’ecosistema intellettuale che ha reso possibile tutto questo. Think tank come l’Instituto Juan de Mariana, l’Instituto de Estudios Económicos e varie fondazioni hanno contribuito a creare un ambiente culturale in cui giornalisti, economisti, studenti e giovani professionisti si sono sentiti sempre più a loro agio con i mercati e scettici nei confronti dell’intervento statale. Oggi, a Madrid, i giovani sono molto più liberali rispetto alla media spagnola; giornalisti e editorialisti tendono ad abbracciare argomenti favorevoli al mercato; e il capitale culturale della regione propende chiaramente verso l’apertura, la libertà di scelta e la libertà civica.

Dal lato dei provvedimenti concreti, ce n’è uno più importante o rappresentativo degli altri?

Se dovessi individuare il passo decisivo, direi che la rivoluzione fiscale è stata senza dubbio la spina dorsale. Ma ciò che rende il modello così attraente è l’ecosistema che ha creato: un luogo in cui senti di poter costruire qualcosa, dove l’ambizione è celebrata anziché giustificata, dove le regole non ti distruggono prima ancora di iniziare. Madrid è diventata la capitale del capitalismo in Europa.

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«Socialismo o libertà» è lo slogan della presidentessa della “Comunidad autónoma” di Madrid, Isabel Díaz Ayuso. Un’espressione che ricorda tra l’altro non poco quanto sosteneva Friedrich von Hayek ne La via della schiavitù. Quali sono i riferimenti intellettuali più importanti di Ayuso?

Lo slogan di Ayuso ha funzionato non solo perché era audace, ma anche perché attingeva a una lunga tradizione intellettuale. La Spagna ha una secolare tradizione liberale, molto più antica di quanto la maggior parte degli spagnoli creda. Dalla Scuola di Salamanca, che difendeva la libertà individuale nel XVI secolo, alla Costituzione di Cadice del 1812, che tentava di modernizzare la Spagna attraverso un governo limitato e i diritti individuali, il paese aveva già una tradizione sorprendentemente compatibile con il liberalismo classico moderno. Aguirre e Ayuso hanno interiorizzato questa tradizione in modi diversi.
Aguirre era profondamente versata nella teoria liberale, mentre il liberalismo di Ayuso è istintivo e quasi viscerale. Non è un’accademica, ma la sua visione del mondo fa eco agli avvertimenti di Hayek sul rischio che una pianificazione ben intenzionata scivoli nel controllo, e alla difesa di Popper delle società aperte contro la rigidità ideologica. La sua intuizione è corretta: lo Stato, anche con buone intenzioni, spesso diventa un ostacolo piuttosto che una soluzione.
Dal punto di vista politico, Ayuso ha ereditato e ampliato il progetto avviato da Esperanza Aguirre, la “Lady di ferro” di Madrid. La loro ammirazione per Margaret Thatcher o Ronald Reagan non è mai stata dettata dalla nostalgia, ma dalla consapevolezza che la prosperità inizia quando le persone acquisiscono un maggiore controllo sulla propria vita, non minore. Pertanto, quando Ayuso dice «socialismo o libertà», non sta semplicemente esagerando per ottenere un effetto retorico. Sta sintetizzando secoli di pensiero, spagnolo e internazionale, in un’unica e netta scelta: o sono gli individui a plasmare il proprio futuro, oppure è lo Stato a plasmarlo per loro.

Un’ultima domanda riguarda un aspetto cruciale sottolineato dal suo libro. E cioè la diversa strada seguita da Isabel Ayuso nella gestione della pandemia da Covid-19 (motivo per il quale, tra l’altro, è stata insignita del Premio Bruno Leoni nel 2021). Ce ne può parlare?

Come la Lombardia, anche Madrid è stata colpita duramente all’inizio della pandemia. Sotto tale pressione, Ayuso ha preso una decisione che all’epoca era quasi tabù in Europa: ha rifiutato l’idea che l’unico modo per proteggere la vita fosse quello di chiudere la società a tempo indeterminato. Dopo il lockdown iniziale a livello nazionale, Madrid ha evitato il panico. Le restrizioni sono state applicate in modo mirato nei quartieri invece che in modo uniforme; le aziende hanno potuto operare secondo protocolli chiari; le scuole hanno riaperto in anticipo perché il costo sociale della loro chiusura era semplicemente troppo alto. Ayuso ha anche sfruttato il sistema sanitario misto di Madrid in una misura che poche altre regioni hanno potuto eguagliare. Gli ospedali pubblici e privati hanno collaborato per aumentare la capacità ricettiva e, in tempi record, Madrid ha costruito un ospedale dedicato alle emergenze che è diventato un simbolo di resilienza.
Alla base di tutto questo c’era una differenza filosofica: Ayuso preferiva la responsabilità personale alla coercizione. Ha trattato i cittadini come adulti capaci piuttosto che come bambini da sorvegliare. Dal punto di vista economico, la regione ha sofferto meno e si è ripresa più rapidamente. Dal punto di vista sociale, Madrid ha evitato le profonde ferite che altri luoghi stanno ancora affrontando. E in termini di risultati sanitari, dopo la caotica prima ondata (gestita a livello centrale, non regionale), la performance di Madrid è stata solida. Ayuso ha pagato un prezzo politico elevato per questa posizione, ma la storia sta iniziando a darle ragione. Il Premio Bruno Leoni ha dunque riconosciuto qualcosa di essenziale: governare in una crisi non significa solo contare i contagi, ma anche difendere uno stile di vita libero e dignitoso. Vorrei però sottolineare un ulteriore elemento.

Prego.

Parallelamente alla riapertura socioeconomica, Madrid ha approvato un piano di deregolamentazione di ampia portata al quale ho partecipato personalmente: ciò ha prodotto più di 300 misure di deregolamentazione ed è stato accompagnato da una nuova ondata di riduzioni fiscali che porta il totale a 140 tagli fiscali negli ultimi due decenni. Complessivamente questo ha generato un risparmio medio nel corso della vita di quasi 20 mila euro per contribuente, rafforzando così la posizione di Madrid come capitale europea in termini di libertà economica e opportunità.

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