Le manovre e i tagli sono iniqui perché i partiti non studiano – RS

Perché chiunque va al governo e cerca di tagliare la spesa, il risultato è sempre un «taglio lineare» e quindi iniquo? Perché per riformare davvero la sanità o la scuola o la giustizia, ci vogliono studi e analisi dettagliati della durata di almeno due anni. E le forze politiche non ce li hanno

“Ogni volta che un governo prova a tagliare la spesa pubblica – un mostro che ogni anno costa qualcosa come 700 miliardi di euro, più o meno la metà dell’intero prodotto nazionale – le reazioni sono immancabilmente due: la (comprensibile) protesta da parte degli interessi colpiti, e il biasimo nei confronti del governo. Al governo si rimprovera di non essere capace di colpire i «veri» privilegiati, di non essere capace di individuare i «veri» sprechi, di non sapere intervenire sulle «vere» inefficienze. Parti sociali, gruppi di pressione e singoli cittadini più o meno indignati si uniscono in una sacra crociata contro i «tagli lineari», spesso dando ad intendere che, ove i tagli stessi non fossero lineari, coloro che protestano ne sarebbero esenti” (Stampa, p. 1).

“Sembra proprio che nessun governo sia capace di procedere a tagli non lineari, ossia tagli mirati, selettivi, chirurgici. E anche per questo tutte le manovre, che le faccia la sinistra, che le faccia la destra, o che le faccia un governo tecnico, finiscono sempre per puntare più sugli aumenti delle tasse che sui tagli alla spesa. È un fatto rilevante, perché una correzione di 20 miliardi fatta con 15, con 10, o con 5 miliardi di tasse in più ha effetti profondamente diversi sulla crescita, e quindi sul futuro di un paese. (…) Ma perché è così difficile evitare tagli che sono o appaiono lineari, e quindi ingiusti?” (Stampa, p. 31).

“Una ragione che spesso si dimentica è che, nella maggior parte degli ambiti di spesa, e in particolare nella sanità, nella scuola, nella giustizia, nei servizi pubblici locali, per disporre di un piano di tagli «non lineari» e ragionevoli, ci vogliono almeno un paio di anni di studi. Un partito, una forza politica, una coalizione che aspiri a governare un paese, dovrebbe avere i cassetti pieni di decine e decine di piani operativi, frutto di studi accurati, analitici , dettagliati. Non basta sapere che nell’erogazione di un servizio ci sono 15-20 miliardi di sprechi (è il caso della sanità) ma occorre sapere con estrema precisione dove gli sprechi si annidano: in quali regioni, in quali ospedali, in quali reparti, per quali prestazioni” (Stampa, p. 31).

“Quando la politica «decide» qualcosa – riformare la sanità. dismettere parte del patrimonio pubblico, ridurre gli sprechi di un servizio – dovrebbe avere già i piani operativi pronti, come li hanno gli stati maggiori degli eserciti. (…) Le forze politiche, pur sapendo da almeno vent’anni quali sono i problemi strutturali dell’Italia, sono del tutto prive di piani operativi (non hanno studiato!), tanto è vero che, quando decidono di intervenire su qualcosa, invariabilmente procedono nominando una commissione «per studiare il problema», come se il problema fosse sorto in quel momento. Ma quella commissione, di nuovo, nona avrà tempo per studiare. E così la storia si ripete all’infinito. Insomma, solo l’emergenza muove la politica, ma proprio la mancanza di piani operativi la rende incapace di fronteggiare efficacemente le emergenze. Così non siamo mai pronti, e rischiamo di perdere la guerra” (Stampa, p. 31).