«L’autonomia funziona se viene concessa solo a chi se la merita. Come al Veneto»

Dopo Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna anche molte regioni del Sud avviano le pratiche per la richiesta dell’autonomia. Intervista all’assessore veneto Elena Donazzan: «Lo Stato deve avere la forza di punire chi sperpera»

Non solo Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna. Anche altre dieci regioni a statuto ordinario (tutte tranne Abruzzo e Molise) hanno ufficialmente presentato richiesta allo Stato, o si stanno concretamente organizzando, per ottenere più autonomia. È quanto rivela uno studio del Senato diffuso ieri da Repubblica. «Non è che sono domande fatte solo per impedire che le regioni del Nord abbiano l’autonomia che meritano?», si domanda maliziosamente Elena Donazzan, assessore all’Istruzione e lavoro del Veneto, parlando con tempi.it a poco più di un mese dal 15 febbraio, data in cui il governo dopo una lunga contrattazione dovrà formulare la proposta finale alle regioni che hanno chiesto l’autonomia.

Assessore, anche diverse regioni del Sud hanno chiesto più autonomia, sulla scorta della vostra iniziativa. Stupita?
Sinceramente lo davo per scontato. La procedura è prevista dall’articolo 116 della Costituzione dopo la riforma del 2001: noi siamo stati i primi ad attivarla e credo possa contribuire a rendere più responsabili i governi dei diversi territori. La cronaca dimostra che troppo centralismo non giova. Più la gestione dei servizi e le decisioni sono vicine al cittadino e più la gente può giudicarle e scegliere di conseguenza da chi essere amministrata.

La richiesta da parte delle regioni di gestire in modo autonomo alcune o tutte le materie in concorrenza con lo Stato (dall’educazione, alla protezione civile fino ai rapporti con l’Ue)  è la panacea di tutti i mali?
No. Ci sono dei limiti. Per le regioni piccole, ad esempio, amministrare autonomamente alcune competenze come l’istruzione potrebbe solo essere un costo, più che garanzia di migliore gestione. Frammentazione non è sinonimo di semplificazione. Qui bisognerebbe parlare della necessità di riorganizzare lo Stato: abbiamo decisamente troppe regioni. Ma tralasciamo problemi annosi e chiediamoci: quanto ci costerà l’autonomia?

Ottima domanda.
Io parlo per il Veneto, che versa in tasse più di quanto riceva dallo Stato in servizi. Ma il problema non è tanto questo. Il punto è che paghiamo per avere servizi che non sono all’altezza delle nostre aspettative. La nostra regione ha dimostrato di saper gestire le risorse meglio dello Stato, ma questo non vale per tutti. Pensiamo ad esempio alla Sicilia, che ha un elevatissimo grado di autonomia e servizi pessimi.

Quindi?
La mia ricetta è questa: bisogna dare a ogni territorio l’autonomia che si merita. La Campania ha chiesto di gestire la sanità: anche senza spulciare i bilanci, basta leggere gli ultimi casi di cronaca per restare perplessi. Io penso che chi dimostra di saper gestire la cosa pubblica, deve poterlo fare.

E chi la gestisce in modo insoddisfacente?
Lo Stato deve avere la forza di commissariare.

Il solito pregiudizio del Nord verso le regioni del Sud.
Non è problema di Nord e Sud, io non faccio distinzioni in questi termini. Dico solo che l’autonomia serve ed è virtuosa a due condizioni: se viene concessa a chi già oggi ha dimostrato di saper gestire e se lo Stato ha la forza di intervenire con forza laddove le cose non funzionano.

Pensa che questo governo sia in grado di soddisfare queste due condizioni?
Oggi lo Stato non ha la forza di punire chi gestisce peggio la cosa pubblica. Il voto del 4 marzo ha cambiato profondamente il quadro politico del nostro paese. Al sud il Movimento 5 stelle ha vinto promettendo sussidi e reddito di cittadinanza. Se le premesse sono queste, temo che il governo non avrà la forza di commissariare le regioni che sperperano. Serve un governo forte, capace di essere autorevole e pretendere risultati.

Forse allora chi definisce la richiesta di autonomia di Veneto e Lombardia una “secessione dei ricchi” che indebolisce il Sud ha ragione?
Non diciamo sciocchezze. Soddisfare la nostra richiesta di autonomia è un modo per impedire la secessione. Io amo la patria e l’unità nazionale, ma il Veneto oggi si sente sfruttato. Se non diamo alle regioni capaci e virtuose la possibilità di gestire meglio le risorse pubbliche, alimentiamo il malcontento perché a un certo punto qualcuno riterrà la misura colma.

Crede che il governo soddisferà le richieste del Veneto?
Nel contratto di governo che Lega e M5s hanno firmato è previsto il riconoscimento dell’autonomia. Le due forze politiche si sono vincolate e il loro successo dipende esclusivamente dalla capacità di dimostrare di saper rispettare gli impegni presi rispetto a quanto avveniva in passato.

Il Veneto ha fatto molte richieste allo Stato e difficilmente verranno tutte accolte: che cosa deve contenere la proposta del governo perché lei e i veneti vi riteniate soddisfatti?
Se lo Stato ci concederà di gestire solamente le risorse che già oggi stanzia per il Veneto, sarà come una vittoria mutilata. Se invece lasciano sul territorio anche solo un euro in più, il risultato è importante.

Il Veneto versa allo Stato 15,5 miliardi in più di quanto riceve sotto forma di servizi. Li rivolete tutti indietro?
Ovviamente no, perché l’Italia fallirebbe. Ma fatta la soglia, da definire, di solidarietà nazionale, vogliamo qualcosa in più di quanto riceviamo ora perché i veneti come i lombardi hanno votato in un referendum ed è necessario che la volontà popolare sia rispettata.

C’è una materia su tutte che per lei è fondamentale che il Veneto gestisca in modo autonomo?
L’istruzione, che riguarda il mio assessorato. Questo tema è molto sentito nel nostro territorio. Si parla spesso della nostra identità, a cui teniamo molto, di cultura del lavoro: questa è frutto di un’educazione che si sta perdendo e sulla quale noi vogliamo puntare. La scuola è fondamentale e vogliamo gestirla, anche per collegare meglio l’offerta formativa al tessuto economico-sociale e produttivo locale. Inoltre, siamo stufi di avere precari o di vederci assegnare insegnanti attraversato infornate di assunzioni fatte più o meno a scopo sociale. Vogliamo personale qualificato e vogliamo restituirgli la dignità che merita, e penso anche al nodo del compenso. Tutto questo ha a che fare con la nostra visione del territorio. Ecco perché ci serve l’autonomia.

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