Stabilicum: l’illusione ottica di una scelta che non c’è

Una legge elettorale non risponde soltanto alla domanda "chi governa?". Risponde, prima ancora, a un'altra domanda: "Chi rappresenta chi?"
L'aula di Montecitorio all'esame alla Camera della riforma della legge elettorale, Roma, 15 luglio 2026
L'esame della riforma della legge elettorale alla Camera dei deputati, Roma, 15 luglio 2026 (Foto Ansa)

La Camera ha approvato la riforma elettorale che l’inesauribile fantasia italica ha voluto battezzare “Stabilicum”. Il nome è un programma: garantire una maggioranza stabile alla coalizione che vince. Obiettivo legittimo, per certi versi condivisibile. Ma una legge elettorale non risponde soltanto alla domanda “chi governa?”. Risponde, prima ancora, a un’altra domanda: “Chi rappresenta chi?”. Ed è su questa seconda domanda che il testo in discussione merita un esame più approfondito e un giudizio più severo di quello che sta ricevendo.

Che cosa cambia

Vale la pena riassumere l’impianto. Lo Stabilicum abolisce i collegi uninominali e introduce un sistema interamente proporzionale. La ripartizione avviene in collegi plurinominali, gli stessi 49 del Rosatellum, ma resi più capienti dall’assorbimento dei seggi uninominali. Alla coalizione che superi il 42 per cento dei voti validi in entrambe le Camere spetta un premio di maggioranza: 70 seggi alla Camera, 35 al Senato, fino a un tetto di 220 deputati e 113 senatori. I candidati del premio sono raccolti in un listino nazionale stampato sulla scheda. Quanto alle liste nei collegi, restano integralmente bloccate: l’emendamento sulle preferenze, depositato durante l’esame e presentato come la grande concessione alla libertà dell’elettore, è stato respinto. Su questa bocciatura torneremo, perché è istruttiva due volte.

La rappresentanza è una relazione

La tradizione del popolarismo — che di leggi elettorali si è occupata fin dal principio, visto che la proporzionale del 1919 fu una conquista sturziana — non ha mai pensato la rappresentanza solo come una tecnica di trasformazione dei voti in seggi. L’ha pensata come una relazione: tra una persona che vota e una persona che risponde. Don Sturzo si batteva per la proporzionale, sì, ma per una proporzionale con le preferenze e radicata nel territorio, perché il deputato doveva essere l’espressione di una comunità concreta, conoscibile, esigente. L’appello ai “liberi e forti” era rivolto a elettori, non a spettatori. Ogni legge elettorale va misurata su questo metro: accorcia o allunga la distanza tra l’eletto e l’elettore? Il Rosatellum quella distanza l’aveva già allungata parecchio: liste bloccate, pluricandidature, capilista paracadutati che vincevano un uninominale e facevano “scorrere” il listino secondo logiche note solo alle segreterie, deputati eletti in un territorio che non li aveva mai visti. Lo Stabilicum aveva l’occasione di correggere queste storture. Ha scelto invece, su due punti decisivi, di fare peggio.

Il deputato di nessuno

Il primo punto è il premio di maggioranza. Settanta deputati e trentacinque senatori verranno eletti in un listino nazionale. La scheda riporterà i loro nomi in basso, sotto ogni coalizione: una trasparenza tipografica che non deve trarre in inganno. Quei parlamentari non saranno eletti da nessun territorio e in nessun territorio. Saranno eletti — in blocco! — dal risultato aggregato nazionale, e la loro imputazione a questa o quella circoscrizione sarà un esercizio contabile a posteriori, non un legame politico. Chiamiamola per quello che è: una territorialità finta. Il deputato del premio non deve la propria elezione agli elettori di un luogo, ma al solo fatto di essere presente nel listino della coalizione risultata vincente. Non ha un collegio a cui rendere conto, un’assemblea di sezione che lo convochi, un consiglio comunale che lo interpelli. Risponde a chi lo ha collocato in lista, cioè verso l’alto, mai verso il basso. È l’esatto rovesciamento del principio rappresentativo: non più il territorio che manda qualcuno a Roma, ma Roma che assegna qualcuno — sulla carta — a un territorio. Chi ha fatto politica nei municipi, nelle zone, nei quartieri, sa che la differenza tra queste due direzioni non è un tecnicismo. È sostanza.

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La preferenza negata

Il secondo punto è il voto di preferenza. O meglio: la sua assenza, certificata in aula. L’emendamento di compromesso — capolista bloccato, eventuali eletti successivi scelti con le preferenze — è stato respinto, e le liste restano bloccate dal primo all’ultimo nome. La vicenda merita di essere raccontata per intero, perché è istruttiva due volte.

È istruttiva, primo, per quello che l’emendamento avrebbe concesso davvero: molto meno di quanto la parola “preferenze” lasciasse immaginare. Il meccanismo funzionava solo dove una lista elegge almeno due deputati nello stesso collegio; nella grande maggioranza dei 49 collegi, la maggior parte delle liste elegge zero o un seggio, e quell’unico seggio sarebbe stato, per definizione, il capolista bloccato. Le simulazioni disponibili — Youtrend ad esempio ne ha pubblicate di molto accurate — dicevano che una lista al 5 per cento avrebbe eletto con le preferenze meno dell’1 per cento dei propri parlamentari; al 10 per cento, circa il 6 per cento; bisognava salire al 20 per cento per superare un terzo. La preferenza sarebbe esistita sulla scheda, ma avrebbe inciso quasi soltanto sui partiti maggiori nelle loro roccaforti: per tutte le altre forze — quelle medie, quelle piccole, quelle nuove, cioè esattamente le realtà attraverso cui il pluralismo si rinnova — l’elettore avrebbe continuato a ratificare una scelta fatta altrove. La matita in mano, la decisione già presa da altri.

Ed è istruttiva, secondo, per l’esito: nemmeno questa concessione dimezzata è passata. Il legislatore ha giudicato eccessiva perfino una libertà che le simulazioni davano per largamente simbolica. Non si è voluto restituire agli elettori una scelta vera; non si è voluto concedere loro neppure l’apparenza di una scelta. Ora l’elettore non avrà la matita in mano con la decisione già presa da altri: non avrà proprio nulla su cui posarla, oltre al simbolo.

C’è poi l’effetto di sistema, che a questo punto non merita un cenno ma un allarme: con il listino premio nazionale e le liste di collegio integralmente bloccate, l’intera composizione del Parlamento sarà decisa prima che si apra il primo seggio. La riforma che si presenta come riavvicinamento tra cittadini e istituzioni consegna, nei fatti, la selezione della classe parlamentare a un numero di persone ancora più ristretto di prima.

Stabilità di chi, per chi

Non è in discussione che la governabilità sia un valore. È in discussione l’idea che si possa comprarla al prezzo della rappresentanza, come se le due cose stessero su piatti opposti di una bilancia. Si dirà: ma la Prima Repubblica, quella delle preferenze, cambiava un governo all’anno. Vero. Ma quell’instabilità non nasceva dalla preferenza: nasceva da un sistema politico bloccato dalla guerra fredda e, nel suo tramonto, da un finanziamento della politica degenerato. La prova sta nel controfattuale: la stagione delle liste bloccate, che doveva darci esecutivi solidi, ha prodotto Parlamenti docili e legislature altrettanto convulse — tre premier non eletti in una sola legislatura, ribaltoni, gruppi parlamentari in perenne transumanza. Se la nomina dall’alto garantisse stabilità, gli ultimi vent’anni sarebbero stati un’età dell’oro. Non lo sono stati. I governi durano quando i parlamentari rispondono a elettori veri, perché un deputato radicato ha un motivo per durare che un nominato non avrà mai. La stabilità che nasce dal comando è fragile; quella che nasce dal consenso organizzato sul territorio è l’unica che regge.

Credo in definitiva che esista un criterio semplice per giudicare le istituzioni: servono la persona o se ne servono? Un sistema in cui il cittadino è chiamato a votare una coalizione, un listino compilato altrove e liste decise altrove, dal primo all’ultimo nome, tratta l’elettore come un numero da aggregare, non come una persona da rappresentare. Lo Stabilicum stabilizzerà, forse, i governi. Destabilizza, certamente, la relazione che tiene in piedi tutto il resto. La rappresentanza avvicina; la nomina allontana. E un Parlamento di lontani, per quanto stabile, rappresenta soltanto se stesso.

Massimiliano Bombonati
Segretario Generale di Rete Popolare

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1 commento

  1. Dario Bonzini

    Tragicamente vero. Vediamo già i risultati delle liste bloccate nei nostri paesi dove ormai tende a diffondersi sempre più una nomenclatura di partito nella progressiva assenza di partiti sul territorio. Se nn si riproporranno le preferenze per la prima volta in vita mia cesserò di esprimere il mio voto