L’anti antipolitica. Il governo Letta è l’ultimo argine al furore grillino

Le larghe intese di Letta sono l’ultima speranza di dimostrare che la politica è capace di fare il suo mestiere. Dare le risposte che i grillini non possono fornire

A questo punto il problema è capire a quale partita stiamo giocando. Al termine (se davvero è terminato) di un ventennio di bipolarismo sterile e isterico, un governo delle larghe intese – seguito a un governo dall’architettura partitica identica, ma pur sempre un governo esplicitamente tecnico – mette per la prima volta insieme destra e sinistra. Lo sappiamo tutti: non c’è stata affatto una necessità pacificatrice né l’esigenza di coniugare gli opposti per sistemare i meccanismi della nostra democrazia, che a quasi settant’anni dalla stesura della Costituzione mostrano tutta la loro muffa. C’è stata semplicemente l’urgenza di superare lo stallo di un Parlamento costituito da tre minoranze equivalenti, Pd e Pdl affiancate dai grillini (che stranezza, in genere i triangoli spaccano le coppie, stavolta l’hanno favorita). E siccome spesso nella vita succede che le occasioni fanno l’uomo probo, e non soltanto ladro, magari a questo giro l’impossibile e improvvisata maggioranza sarà persino capace di produrre le riforme di cui si parla da tre decenni abbondanti.

Nel 1979, in un articolo sull’Avanti!, il giovane segretario socialista Bettino Craxi (aveva 45 anni, due meno di quanti ne abbia oggi Enrico Letta) propose una riconversione in senso presidenzialista della Repubblica. Il presidente del Consiglio (1981-82) Giovanni Spadolini ne seguì un pochino la traccia e da lì in poi ci furono tre commissioni bicamerali – l’ultima quella celebre presieduta da Massimo D’Alema – incaricate di studiare la ristrutturazione della Carta. Il più recente soffio riformista è arrivato dai dieci saggi nominati da Giorgio Napolitano, ma non ce n’era bisogno. Lo sappiamo che cosa ci serve: modalità diverse di elezione del capo dello Stato; rafforzamento dei poteri del premier; superamento del bicameralismo perfetto poiché Camera e Senato svolgono gli stessi compiti e rallentano l’approvazione delle leggi; riduzione dei parlamentari; trasformazione dei partiti da enti di fatto a soggetti giuridici: cioè, per dirla come la si direbbe al bar, oggi sono disciplinati dalle stesse regole che disciplinano il club della briscola.

Vietato avere una storia
Però, per tornare a noi, il governo Letta è spuntato nel corso di tre giorni drammatici perché il tentativo di Pier Luigi Bersani di costruire qualcosa coi cinque stelle, o meglio coi loro voti, è fallito come era chiaro a tutti che dovesse fallire. La maggioranza molto relativa del Pd non è stata nemmeno in grado di indicare un candidato al Quirinale che andasse bene al Pd medesimo. Ma pure questa è una storia straconosciuta. Il notevole della faccenda è che il primo governo politico destra-sinistra della (sedicente) Seconda Repubblica è stato scientificamente costruito senza uomini di destra e di sinistra. O meglio, senza nessuno cresciuto nel Msi o nel Pci, i due partiti eredi delle idee assassine del Novecento. Il ministro che fa eccezione è l’ex sindaco di Padova, Flavio Zanonato, 63 anni a luglio, che ha fatto in tempo a ricoprire il ruolo di consigliere comunale e segretario provinciale del Pci. Ma la presenza di Zanonato nella squadra di Letta la si deve proprio alla marginalità della sua vicenda politica, e a qualche prova paraleghista come la fabbricazione del famoso muro di via Anelli, che doveva proteggere la città dagli spacciatori extracomunitari e finì col creare un ghetto. Zanonato era soprannominato sceriffo, come il leggendario Giancarlo Gentilini di Treviso, e si guadagnò la fama di comunista pratico perché amministrava la città come dev’essere amministrata una città del Nord, senza perdersi in buonismi veltroniani – sempre che il giudizio fosse azzeccato. Per il resto, niente reduci. Un po’ è una questione anagrafica, poiché il Pci è stato sepolto da Achille Occhetto nel 1991, ventidue anni fa, e la classe dirigente si è per forza rinnovata. Un po’ è una questione che ha a che fare coi disastri degli ultimi tempi: i post-fascisti si sono dissolti al sole del potere, il loro ex capo Gianfranco Fini è stato asfaltato perché (facilissima previsione) a sinistra continuano a considerarlo un nero, a destra ormai lo considerano un badogliano; qualcuno alla Maurizio Gasparri è rimasto con Silvio Berlusconi; altri come Ignazio La Russa e Giorgia Meloni hanno fondato F.lli d’Italia che però ha per segretario un ex democristiano (diventato grande con Giovanni Goria) come Guido Crosetto; c’è infine Francesco Storace con la Destra incapace di tornare in Parlamento da varie legislature.

È divertente andare a vedere anche le cariche alla Camera e al Senato. A Montecitorio il presidente è Laura Boldrini, eletta coi vendoliani ma proveniente da una carriera all’Alto commissariato delle Nazioni Unite; a palazzo Madama è Piero Grasso, magistrato antimafia. I due capigruppo del Pd sono Luigi Zanda al Senato, uomo di centro, e Roberto Speranza alla Camera, ragazzo di 34 anni che ne aveva dodici allo scioglimento del Pci. I loro omologhi nel Pdl sono il democristiano Renato Schifani e un socialista, Renato Brunetta. Nel centrodestra è successo semplicemente perché Berlusconi non ne può più degli aennini. Nel centrosinistra, invece, in nome di un rinnovamento subìto. Per correre dietro ai cinque stelle, e sperare di ingolosirli a un governo assieme, Bersani ha rinunciato ai suoi candidati (dovevano essere Dario Franceschini per la presidenza della Camera e Anna Finocchiaro al Senato) e appoggiato degli outsider fashionable, apprezzabili in quanto inesperti e incompetenti (nel senso che sono privi di competenze specifiche). Sono le specialità dei nostri giorni: in politica oggi si vale se non si ha nome né storia, perché in caso contrario sono nomi e storie sputtanati, non ci si scampa. Eccolo il punto centrale di questo tempo sbandato.

Le trincee abbandonate
Nella Prima Repubblica la dialettica fra destra e sinistra era concretissima per quanto inutile. Inutile perché in un paese del Patto atlantico il governo era precluso ai comunisti. Concretissima perché Dc e Pci esprimevano due idee del mondo opposte. Intanto geograficamente, visto che la Dc stava con Washington e il Pci con Mosca; e poi ideologicamente, considerato che ancora nei primi anni Ottanta Enrico Berlinguer non manifestava il proposito di aggiornare o di guarire il capitalismo, ma di abbatterlo. Nella Seconda Repubblica – terminata la Guerra fredda – la dialettica si è ribaltata: fumosa ma utile. Utile perché destra e sinistra si sono perfettamente alternate alla conduzione del paese, una legislatura a me l’altra a te; fumosa perché fra i due schieramenti non si sono apprezzate differenze di fondo. Al massimo tafferugli sui giudici, schermaglie sulla tasse, bagattelle su che tipo di federalismo fosse preferibile; e senza che il furibondo (e rivisto oggi particolarmente ridicolo) dibattito producesse risultati tangibili. Basta pensare che vent’anni di conflitto dichiarato da Berlusconi alla magistratura non hanno portato ad alcuna riforma di quelle promesse a ogni campagna elettorale, come la separazione delle carriere o l’inappellabilità delle sentenze da parte dei pm. Semmai hanno portato a qualche leggina ad personam, anomala risposta a un anomalo assedio. Diciamo così: dal 1994 a oggi, destra e sinistra si sono schierate nelle trincee ormai disabitate del Novecento senza spararsi un colpo. Berlusconi ha gridato ai comunisti tutti i santi giorni, e fra i progressisti si rideva e si ride molto dell’ossessione; ma non è che loro si siano comportati in maniera tanto più illuminata, poiché bastava che uno di An fosse fotografato mentre facesse ciao ciao a suo zio col braccio destro perché si lanciasse l’allarme antifascista: “Saluto romano!”. Gianni Alemanno, per fare un esempio fra migliaia, è salito al Campidoglio intanto che D’Alema chiamava a raccolta i suoi contro la «montante marea nera».

E dunque la Terza Repubblica parrebbe basarsi su questo governo dell’obbligata riconciliazione. Non c’è posto per comunisti e per fascisti. Un po’ perché sono davvero pochi, qualcuno è invecchiato, un governo della riconciliazione ha bisogno di gente dialogante e non oltranzista. Un po’ tutto di questo. Ma specialmente perché ora è spuntato un nemico nuovo, e un po’ meno evanescente e caricaturale dei fascisti e dei comunisti della Seconda Repubblica: l’antipolitica. Come ha detto benissimo Deborah Bergamini (Pdl), la logora dialettica destra-sinistra è stata sostituita dalla dialettica politica-antipolitica, tanto è vero che il governo di Enrico Letta è il governo dell’anti-antipolitica. È l’ultima speranza – o giù di lì – di dimostrare che la politica classica è capace di fare il suo mestiere, unendo le migliori forze, o pretese tali, delle vecchie parti belligeranti, e di dare le risposte che i grillini, nel loro furore nuovista e pasticciato, non saprebbero fornire. L’ultima occasione per dimostrare che la baruffa rossi-neri (così apprezzata dagli elettori: non facciamo finta di niente) è morta e le energie vanno dedicate anzitutto alla soluzione dei problemi, che sono numerosi. E poi, e non è secondario, per affrontare il poderoso tema filosofico-politico di oggi: la democrazia rappresentativa va ancora bene oppure va progressivamente sostituita dalla democrazia partecipativa? Gli esclusi di sempre – quelli che si sentono puri e marginali, eternamente schiacciati dallo stivale delle oligarchie – saranno migliori dei dinosauri di palazzo se coinvolti con la potenza del loro clic su una tastiera? Oppure è il solito aggiornamento della solita rischiosissima illusione egualitaria, ultimo prodotto della filiera che dalla Rivoluzione francese ha portato alla Rivoluzione d’ottobre e ai fascismi europei? Dal suffragio universale è dunque tempo di passare al referendum permanente, perché ognuno di noi ha diritto di dire la sua e di farsi contare su ogni decisione? Davvero uno vale uno? O invece la democrazia per come la conosciamo continua a essere il minore dei mali, poiché da che mondo è mondo il plebiscito è la scorciatoia per la dittatura? n

Ps. David Cameron, premier conservatore britannico e coetaneo di Enrico Letta, in campagna elettorale promise di portare in Parlamento le due proposte di legge più votate sul web. Le due proposte arrivarono: la prima era per la reintroduzione della pena di morte, la seconda per l’espulsione di tutti gli immigrati dal Regno Unito.