Lampedusa, emergenza profughi. Mantovano: «L’Europa deve fare di più, intervenga all’origine del problema»

«L’Italia fronteggia un’emergenza causata in buona parte da conflitti che l’Europa ha contribuito a determinare. Invece di parlare a vanvera occorre convincere i governi di Libia ed Egitto ad aprire centri di accoglienza sul loro territorio»

Non basta quanto fatto finora dall’Europa per fronteggiare l’emergenza profughi a Lampedusa. Occorre intervenire all’origine del problema, se si vuole risolverlo. Ne è convinto Alfredo Mantovano, sottosegretario al ministero degli Interni dell’ultimo governo Berlusconi, durante il quale ha fronteggiato una delle prime e più importanti ondate di profughi richiedenti asilo in Italia dal 2011 ad oggi, quella dei tunisini sbarcati sempre a Lampedusa. Nei giorni in cui l’isola siciliana ancora conta i morti (finora sono stati 111) e proseguono le ricerche per recuperare i dispersi (almeno 150), Mantovano suggerisce quale dovrebbe essere la strada da seguire per evitare ulteriori drammi: una stretta collaborazione con i paesi dove salpano i migranti, sulla base degli accordi di cooperazione già in essere, al fine di istituire centri di accoglienza in Libia o in Egitto affiancati da commissioni per la valutazione dello status dei rifugiati. Così da poter garantire loro un viaggio sicuro.

Mantovano, chi ha perso la vita in prossimità delle coste di Lampedusa?
La stragrande maggioranza di chi tenta la via del mare salpando dalle coste libiche, siriane o egiziane, sono persone che fuggono o da persecuzioni dirette, e quindi si tratta di potenziali rifugiati, o da guerre civili e disastri tali da giustificare comunque la richiesta di protezione umanitaria. È un problema diverso da quello degli arrivi di chi, invece, parte per cercare lavoro e magari lo fa al di fuori delle regole. È un problema con cui la legge nazionale non c’entra nulla. Queste persone vedono nella traversata in mare una prospettiva meno drammatica di quella da cui fuggono. Sono distinzioni da fare, anche in ore così tragiche, altrimenti non si capisce più nulla.

Perché scelgono l’Italia per entrare in Europa?
L’Italia è il punto di arrivo per il 99 per cento di queste persone; sicuramente lo è per la sua posizione nel Mediterraneo, per la sua vicinanza alla Libia e perché Lampedusa è più vicina alle coste africane di quelle italiane. Ma lo è anche perché, diversamente da altri paesi come per esempio la Grecia, non fa ricorso a strumenti duri e dissuasivi nei confronti di chi tenta l’avvicinamento alle sue coste oppure al contrario ne facilita il transito purché non si fermino da loro. A differenza di altre nazioni e indipendentemente da che ne pensino a Bruxelles, l’Italia ha sempre mostrato prontezza e generosità nell’accogliere.

La normativa europea come si esprime su profughi e rifugiati?
La questione dei profughi e dei rifugiati non può essere guardata in modo formalistico e burocratico, com’è oggi. Mi riferisco al fatto che la Convenzione di Dublino impone al primo paese dove arrivano i potenziali titolari di protezione umanitaria il dovere di provvedere all’accoglienza e all’integrazione. È ovvio che un simile principio possa star bene a paesi come la Finlandia e l’Olanda, ma occorre anche fare i conti con il fatto che questo principio è stato scritto quando i profughi e i rifugiati erano quelli della guerra in Kosovo e non le decine di migliaia di tunisini, libici e siriani che abbiamo visto arrivare dal 2011 ad oggi in Italia. Non si tratta di una lamentela personale, ma del fatto che l’Italia, da sola, sostiene il peso della stragrande maggioranza di richieste di asilo nel Mediterraneo.

Secondo il Corriere della Sera, ogni mille abitanti ci sarebbero 9 rifugiati in Svezia, 7 in Germania, 4,5 nei Paesi Bassi e solo 1 in Italia.
Le cifre contenute nell’editoriale di Gian Antonio Stella non fotografano la realtà in tutta la sua dinamicità. I rifugiati della Germania, infatti, sono arrivati in anni e anni. L’Italia, invece, dal 2011 ad oggi si è trovata a dover fronteggiare un’emergenza di enormi proporzioni, ondate di profughi tutti insieme. Oltretutto causate in buona parte da conflitti che l’Europa ha contribuito a determinare in prima persona, come, per esempio, nel caso della Libia. Non si può fare un calcolo freddo. È evidente che l’Italia non ce la fa da sola. Non bastano i centri di accoglienza come non bastano nemmeno le convenzioni alberghiere perché i centri sono troppo pieni. Anche la Marina militare e la Guardia Costiera stanno facendo miracoli, ma l’Italia non reggerà a lungo in queste condizioni.

Cosa deve fare l’Europa?
Deve chiedersi come fare per evitare le morti in mare. Frontex (l’Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione europea, ndr) è solo un sistema che collega e coordina quello che esiste già e i suoi risultati sono sotto gli occhi di tutti. Il primo problema non è nemmeno quello dell’accoglienza. Molto meglio sarebbe – ed è quello che l’Italia dovrebbe proporre martedì al Consiglio dei ministri degli Interni dell’Unione Europea –, alla luce degli accordi di cooperazione già in essere con i paesi dall’altro lato del Mediterraneo, provare a convincere i loro fragili governi ad allestire centri di raccolta sul loro territorio. Centri ai quali andrebbero affiancate commissioni per la valutazione dello status di rifugiato, in modo da anticipare quello che oggi viene fatto sul territorio europeo. Così da poter garantire ai rifugiati un viaggio sicuro senza correre alcun rischio. Forse con la Siria potrebbe anche non funzionare, ma con la Libia e l’Egitto sì. È questo il terreno su cui deve impegnarsi l’Europa, invece di parlare a vanvera. Tutti criticano la collaborazione del governo italiano con la Libia di Gheddafi, ma, con tutti i limiti che ha avuto, ha evitato tantissime morti in mare.

La Bossi-Fini è una buona legge?
La Bossi-Fini, che oggi tutti criticano, ha avuto l’effetto positivo di moltiplicare il numero di commissioni che decidono sullo status dei rifugiati. Prima di questa legge, la commissione era una sola. Ora, invece, ci sono 15 commissioni territoriali, 20 se si considerano le sezioni.