«La Turchia è sull’orlo della bancarotta». Solo la crisi può fermare Erdogan

Il 16 aprile Erdogan si gioca tutto: se vince il referendum sarà un nuovo sultano. Ma la crisi economica rampante ha fatto aumentare lo scontento tra la popolazione

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Recep Tayyip Erdogan comanda la Turchia dal 2003, anno in cui per la prima volta è stato eletto premier (manterrà la carica fino al 2014), ma è questo mese che si gioca la partita più importante della sua carriera politica. Se il 16 aprile i turchi approveranno il referendum costituzionale proposto dal partito di maggioranza Akp, infatti, il paese verrà trasformato in una repubblica presidenziale e il leader islamista, attualmente presidente della Repubblica, potrà diventare un vero e proprio sultano con poteri inediti.

DOPO IL BOOM, LA CRISI. C’è solo un dettaglio che separa Erdogan dal trionfo: la crisi economica. Se il leader è stato eletto e rieletto alla guida del paese è perché, a partire dal 2003, Ankara ha conosciuto un boom economico senza precedenti, con indici di crescita vicini anche al 9 per cento. Erdogan ha modernizzato l’economia turca, ha ridotto la burocrazia e aperto il mercato agli investitori privati. Le imprese straniere hanno riversato nell’economia turca 400 miliardi di dollari tra il 2003 e il 2012, una cifra dieci volte più alta di quanto era avvenuto nei precedenti 20 anni.

DEFICIT E INFLAZIONE. È nel nome di questo miracolo economico in salsa anatolica che molti elettori hanno perdonato a Erdogan un’eccessiva tendenza al ritorno all’islamismo. Ora che il presidente ha accentuato la retorica religiosa e si avvicina all’appuntamento più importante, però, l’economia soffre e i turchi potrebbero non essere più disposti a chiudere un occhio: nel terzo trimestre del 2016 il Pil, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso, è calato dell’1,8 per cento e a dicembre la disoccupazione è salita al 13 per cento. Inoltre, la lira continua a perdere terreno rispetto al dollaro e l’inflazione è salita al 10 per cento.

TURISMO CROLLATO. L’economia reale riflette perfettamente questi dati: il turismo è crollato di un terzo, soprattutto a causa degli attentati terroristici, centinaia di hotel sulla riviera turca sono in vendita, mentre nel Grande Bazaar di Istanbul 600 negozi su 2.000 hanno chiuso. Turkish Airlines, la compagnia di bandiera, ha dovuto lasciare negli hangar 30 aerei.
Il leader islamista ci ha messo del suo. Dopo il fallito colpo di Stato di luglio, del quale sono stati accusati i seguaci di Fetullah Gulen, religioso residente negli Stati Uniti, Erdogan ha licenziato 130 mila ufficiali e fatto arrestare 47 mila persone. Più di 800 aziende sono state confiscate e circa 60 imprenditori sono finiti in carcere con l’accusa di “gulenismo”. L’instabilità politica e l’indebolimento dello stato di diritto hanno fatto diminuire gli investimenti stranieri del 40 per cento, mentre le agenzie di rating considerano ormai «spazzatura» i titoli di Stato.

«INVESTIRE È TROPPO RISCHIOSO». Anche l’economia locale ha risentito degli arresti. Haci Boydak ha fondato diverse compagnie, tra le quali Istikbal e Boytas, due concorrenti turchi di Ikea. Ha creato così tanto lavoro nell’Anatolia centrale che la sua città di Kayseri gli ha intitolato lo stadio. Ora però è finito in disgrazia: Erdogan l’ha fatto arrestare, le sue proprietà sono state confiscate e le sue aziende poste sotto il controllo statale. Anche il nome dello stadio è stato cambiato. Secondo Tolga Yigit, manager turco di un’importante banca di investimento americana con sede a Istanbul che ha parlato allo Spiegel Online usando uno pseudonimo, «investire in Turchia è diventato semplicemente troppo rischioso. La Turchia è sull’orlo della bancarotta».

IL «COMPLOTTO» EUROPEO. Erdogan fa di tutto per distrarre la popolazione dalla realtà economica del paese e accusa l’Europa «nazista» di avere ordito un complotto «islamofobo» per mettere in ginocchio la Turchia. Ovviamente non c’è niente di più falso: molti paesi europei guardano con terrore a un possibile default di Ankara. La Tigre anatolica ha contratto debiti per circa 270 miliardi di dollari con diverse banche internazionali: deve 87 miliardi alle banche spagnole, 42 miliardi a quelle francesi e 15 miliardi agli istituti di credito tedeschi. Ci sono inoltre 7.000 aziende tedesche in Turchia che rischiano il fallimento. Il 16 aprile si scoprirà se Erdogan è più forte anche della crisi.

Foto Ansa

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