La protesta della Coldiretti blocca il Brennero: «Salviamo il made in Italy»

Migliaia di coltivatori e allevatori presidiano il valico del Brennero, presentando uno studio realizzato con Unioncamere: «Dal 2007 a settembre 2013 chiuse 140mila stalle e aziende agricole»

Sono le bandiere gialle e verdi della Coldiretti, la principale organizzazione dei produttori agricoli e degli allevatori del Paese, quelle che da stamani picchettano e bloccano il valico del Brennero. Alcune migliaia di manifestanti, con temperature vicine allo zero, bloccano il passaggio di alcuni Tir. In particolare, casualmente quelli bloccati trasportano fiori e semilavorati di maiale, ed è proprio la tutela delle carni di maiale una delle ragioni della protesta. Coltivatori e allevatori hanno denunciato in quest’occasione i dati emersi da uno studio realizzato insieme a Unioncamere.

CHIUSE 140MILA STALLE E AZIENDE. Tra gli striscioni della protesta si legge: “Ogni 1.500 prosciutti stranieri un posto di lavoro in meno per gli italiani”. Secondo lo studio Coldiretti-Unioncamere dall’inizio della crisi al settembre 2013 sono state chiuse quasi 140mila stalle ed aziende agricole e una delle cause è la concorrenza sleale dei prodotti esteri spacciati come Made in Italy. In appena nove mesi del 2013, prosegue lo studio, sono state chiuse 32.500 stalle e aziende agricole, e persi 36mila occupati. Oggi l’Italia vede la crescita di importazioni di minor qualità dall’estero, e il calo delle produzioni locali: produciamo solo il 70 per cento dei prodotti alimentari che consumiamo: importiamo il 40 per cento del latte e della carne, il 50 per cento del grano tenero per il pane e il 40 per cento del grano duro per la pasta, il 30 per cento del mais, l’80 per cento della soia.

LE IMPORTAZIONI. In compenso dall’inizio della crisi abbiamo permesso ad alcuni paesi di arricchirsi, grazie alle nostre importazioni di prodotti alimentari: dal 2007 ad oggi l’import di carne di maiale è infatti aumentato del 16 per cento, quelle di cereali del +45 per cento (sono «usati spesso per pane, pasta e riso spacciati per italiani» si denuncia nello studio), quelle del latte del +26 per cento («anch’esso destinato magicamente a divenire made in Italy»), quelle di frutta e verdura del +33 per cento.