La mia coscienza, un nemico pubblico

Intervista all’ostetrica Ellinor Grimmark: «Solo perché sono contraria all’aborto sono stata paragonata all’Isis. Volevano “curare” le mie idee sbagliate»

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Oggi l’Europa ha fatto il callo agli attentati, ma nel 2015 era diverso. Il terrorismo di matrice islamica aveva appena cominciato la sua lunga serie di attacchi. Le stragi di Charlie Hebdo, Hyper Cacher e Bataclan (146 vittime in tutto) avevano sconvolto il mondo intero, provocando una reazione, anche emotiva, che non ha nulla a che vedere con le timide commemorazioni organizzate dopo gli ultimi attentati di Londra, Stoccolma e Parigi. Allora giornali e televisioni parlavano di come fermare e distruggere lo Stato islamico, non si leggevano ancora commenti rassegnati sulla necessità di «abituarsi a convivere» con il terrorismo.

Fu all’apice di questo clima di allerta che in Svezia Mona Sahlin, ex leader del partito socialdemocratico, politica di lungo corso, appena nominata dal governo a capo dell’ufficio di coordinamento per il contrasto all’estremismo violento, affermò pubblicamente durante un incontro ufficiale in una chiesa della capitale: «Ellinor Grimmark è come l’Isis. Le ostetriche che non praticano aborti sono pericolose tanto quanto gli estremisti religiosi e i jihadisti». Grimmark non era in platea, ma quando le hanno riferito l’invettiva non voleva neanche crederci: «Sono rimasta scioccata. Come hanno potuto paragonarmi allo Stato islamico? Davvero non ne ho idea ma è chiaro che in Svezia ormai l’aborto libero è come una religione». L’ostetrica più famosa di tutto il paese, al centro di una delle cause legali più importanti degli ultimi anni, racconta la sua storia a Tempi dalla Norvegia, dove è stata costretta a trasferirsi con tutta la famiglia per poter continuare a seguire la sua vocazione: aiutare i bambini a nascere. In patria è considerata ormai come un nemico delle donne e tutto perché si è rifiutata di praticare aborti, nel rispetto della legge svedese. «È come se fossi in esilio. La cosa più difficile di questi quattro anni è stata sopportare l’odio della mia gente, degli svedesi: un odio viscerale e immotivato».

«Non sei la benvenuta qui»
Tutto ha inizio nel 2007, quando Grimmark, 40 anni, sposata e mamma di due bambini, decide di cambiare lavoro. «Ero impiegata in un catering ma non era quello che desideravo davvero. Volevo stare più vicina alla gente, fare qualcosa di importante e significativo per le persone. Il mio sogno è sempre stato diventare ostetrica e far nascere bambini». Così comincia gli studi di infermieristica, tre anni propedeutici a quelli di ostetricia, e lavora come infermiera. Dopo cinque anni, nel 2012, inizia finalmente in due diversi ospedali il suo tirocinio come assistente in sala parto. La strada sembra spianata: Grimmark è brava, piace a pazienti e colleghi. Inoltre, il lavoro scelto è richiestissimo: in Svezia, infatti, l’80 per cento delle contee (16 su 20) ha bisogno di ostetriche. Quella di Jönköping, dove vive, non fa eccezione e ancora prima di ottenere la licenza, nel 2013, l’ospedale locale dove ha svolto il tirocinio le offre un lavoro.

Grimmark è entusiasta, ma teme che la sua posizione sull’interruzione di gravidanza possa causarle qualche problema. «Io non potrei uccidere una mosca, figuriamoci un bambino», spiega. «Per me la vita comincia fin dal concepimento. Sono cristiana e non penso di avere il diritto di sopprimere una vita. Semplicemente non posso praticare aborti». Prima di accettare il lavoro dell’ospedale si consulta con un’amica ostetrica, Margaretha, 18 anni di servizio nella contea di Jönköping da obiettrice di coscienza: nessun problema, le risponde, non ti faranno storie. Così Grimmark accetta la proposta dell’ospedale, specificando di essere obiettrice. Quando la notizia arriva ai piani alti, riceve una telefonata dalla direttrice: «Come puoi anche solo pensare di diventare un’ostetrica con idee simili?», sbraita. «Tu devi fare aborti e se non vuoi, non sei la benvenuta nel nostro ospedale». Aggiunge anche una minaccia e Grimmark la ricorda bene: «Ha giurato che mi avrebbe fatto cacciare dalla scuola di ostetricia. Io sono rimasta scioccata, avevo paura. Ho provato a spiegare la mia posizione, ma non voleva sentir ragioni. Era arrabbiatissima, gridava: non mi aveva telefonato per ascoltare».

Prima ancora di cominciare a lavorare, l’ostetrica viene licenziata, nonostante non ci fosse nessuna base legale. Ruth Nordström, difensore della donna e legale del gruppo Avvocati per i diritti umani in Scandinavia, spiega a Tempi perché: «L’articolo 5 della legge svedese sull’aborto parla chiaro: “Solo una persona autorizzata a esercitare come medico può praticare un aborto o terminare una gravidanza”. La mia assistita è un’ostetrica, non è un dottore e quindi nessuno può chiederle di interrompere gravidanze senza contravvenire alla legge».

Un rifiuto dietro l’altro
All’inizio, Grimmark non la prende sul personale e ottenuta la sua licenza professionale, fa richiesta alla clinica Ryvhos, la seconda dove aveva svolto il tirocinio. Anche qui trova porte spalancate, alla fine del colloquio le dicono: «La assumeremo». Appena però sottolinea di essere un’obiettrice di coscienza, il registro cambia e riceve la solita telefonata: «Non ti vogliamo, le tue idee sono sbagliate». Tenta in un terzo ospedale, quello di Värnamo, dove tutto sembra più semplice: «Prima ancora di fare il colloquio, ha spiegato via email la sua posizione», riassume l’avvocato, «e questa volta non ha trovato il solito muro. Il 20 gennaio 2014 ha firmato un contratto per sei mesi ma non ha neanche fatto a tempo a cominciare». La notizia, infatti, esce su tutti i giornali e Grimmark annuncia di avere finalmente trovato un datore di lavoro disposto ad assumerla.

A pochi giorni dall’uscita degli articoli, il 27 gennaio, riceve l’ennesima telefonata dal direttore dell’ospedale: «Mi dispiace, non puoi lavorare con noi o la reputazione della nostra clinica sarà danneggiata. Se non avessi esternato pubblicamente le tue idee, avremmo potuto collaborare. Ma non sei rimasta in silenzio». Visto però che l’istituto ha un disperato bisogno di ostetriche («sono tante le donne svedesi dirottate in Norvegia per partorire») prima di licenziarla le offre di sottoporsi a una terapia per «curarsi». «Mi hanno trattato come una malata», commenta la donna a Tempi. «Pensavano che uno psicologo avrebbe potuto convincermi a cambiare idea. Ma io ho spiegato che sarei rimasta sempre me stessa».

Dopo l’ennesimo rifiuto, Grimmark si ritrova da sola, senza lavoro e in un paese ostile. «La reazione del popolo svedese è stata davvero terribile: non potevo credere che ci fossero così tante persone pronte a odiarmi senza neanche conoscermi», ripensa ai tanti articoli, commenti e battute simili a quella di Mona Sahlin («È come i jihadisti») che le sono stati rivolti. «Mi odiano perché penso e dico le cose sbagliate. Perché rispetto la vita. Mi hanno percepito come una minaccia al diritto di abortire. Ormai basta pensare in modo diverso per diventare un nemico. Ancora non capisco come il mio paese sia potuto diventare così».

Il suo però non è solo un caso di mancato rispetto della libertà di coscienza. C’è di più per l’avvocato Nordström: «Qui sono in discussione anche la libertà di opinione e parola. Il terzo ospedale l’aveva assunta nonostante fosse un’obiettrice ma quando lei ha risposto alle domande dei giornali, è stata cacciata. Da quando non si possono esprimere pubblicamente le proprie opinioni in Svezia?».

«A Strasburgo ci daranno ragione»
L’ostetrica ha fatto causa nel 2014, ma due tribunali le hanno dato torto. L’ultimo verdetto è arrivato il mese scorso, il 13 aprile: «È scandaloso», parla la legale, «perché non hanno neanche preso in considerazione i nostri argomenti». Grimmark, secondo la difesa, non è stata solo discriminata dal punto di vista religioso, in barba allo Swedish Discrimination Act, è stata violata anche la sua libertà di coscienza, opinione e parola. Questi sono tutti diritti protetti dagli articoli 9 e 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che la Svezia ha riconosciuto nel 1995. «Secondo i giudici, Ellinor non è mai stata discriminata dal punto di vista religioso e quindi hanno chiuso il caso. Non si sono però occupati degli altri punti e la legge parla chiaro: un’ostetrica non può praticare aborti. Ma per i magistrati anche questa argomentazione non conta visto che, hanno sentenziato, la legge risale al 1975 e oggi i tempi sono cambiati». Il ricorso alla Corte europea dei diritti umani è quasi pronto e secondo Nordström la vittoria è certa: «Siamo molto fiduciosi. Sapevamo che non avremmo mai vinto in Svezia ma a Strasburgo ci daranno ragione, anche se serviranno un paio d’anni».

Mentre la giustizia fa il suo corso, Grimmark continua a seguire la sua vocazione. Ma a caro prezzo. «Ho chiamato alcuni ospedali in Norvegia, ho detto che non praticavo aborti e l’unica risposta è stata: “Nessun problema. Quando vuoi cominciare? Quanto puoi lavorare? Quanto vuoi essere pagata?”». Per tre anni l’ostetrica fa la spola, quattro giorni in Norvegia e tre in Svezia, fino a quando non resiste più. «Io ho due figli di 11 e 15 anni. Non ero mai stata lontana da loro e se c’è una cosa che odio come mamma è non essere presente. La mia famiglia ha sofferto molto, quindi abbiamo deciso tutti insieme di trasferirci in Norvegia un mese fa. I miei figli hanno dovuto lasciare amici e scuola, ma hanno capito. Mio marito però non ha ancora trovato un impiego in Norvegia e passa metà settimana lontano da noi, in Svezia». L’“esilio” forzato ha anche degli aspetti positivi: «Io amo il mio lavoro e la Norvegia è un paese meraviglioso: qui nessuno mi odia».

Grimmark avrebbe potuto però risparmiarsi molte grane e molti titoli di giornale offensivi se si fosse trasferita senza fare troppo chiasso. Invece ha voluto opporsi per via legale. E l’ha fatto per le donne e per il suo paese. «La Svezia è una democrazia, dice di difendere i diritti umani ma poi quando fa comodo distorce le sue leggi e tu ti scopri impotente. Credo che non sia così che dovrebbe funzionare una democrazia. Credo che se alle persone non verrà più concesso di seguire la propria coscienza, ma imposto di seguire solo quello che dice lo Stato, il mondo diventerà un posto orribile. Quindi c’era bisogno di qualcuno che dicesse: non potete farlo. Inoltre, molte donne mi hanno telefonato, mi hanno ringraziato e mi hanno chiesto di andare avanti. Anche loro, infatti, vogliono diventare ostetriche senza essere costrette a praticare aborti».

Femminismo ma non per tutti
La Svezia a parole è un paese iper-femminista e attento all’uguaglianza di genere, ma alcune donne sono più uguali di altre. Secondo Grimmark «Stoccolma protegge le donne solo se hanno l’opinione giusta. Altrimenti possono anche andarsene perché vengono considerate senza valore o, come nel mio caso, equiparabili ai jihadisti». Se lei è riuscita a sopportare questo calvario è solo grazie alla sua fede: «Ci sono due passi della Bibbia che mi hanno accompagnato in questi anni. Il primo è: “Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. E il secondo: “Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me”. Io mi accorgo che in Svezia l’odio per il cristianesimo è sempre più forte. Ormai “cristiano” è diventato sinonimo di “stupido”. Non so come siamo arrivati a questo: forse abbiamo avuto troppi anni buoni. Non abbiamo più bisogno di Dio».

Foto Abraham Engelmark

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