La grande testimonianza dei profughi yazidi e cristiani: hanno perso tutto, pur di non rinnegare la loro fede millenaria

Il cardinale Filoni, di ritorno dall’Iraq, ha raccontato il suo viaggio. «Questa gente ha preferito abbandonare tutto, perdere tutto, anziché la fede e la tradizione religiosa che custodiscono da millenni».

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Ieri sull’Osservatore Romano il cardinale Fernando Filoni, inviato da papa Francesco in Iraq, ha raccontato il suo viaggio tra quelle terre martoriate dalla furia islamista. Il cardinale non ha solo ripetuto quel che va dicendo da tempo, e cioè che la popolazione yazida e cristiana è allo stremo e che la prova che essa sta sopportando è titanica, ma ha anche aggiunto un’annotazione personale interessante: «A me ha fatto molto bene questa missione». Perché, accanto alla sofferenza e alla tribolazione («soprattutto in quelle famiglie dove ci sono tanti bambini»), il cardinale non ha potuto fare a meno di registrare la grande testimonianza che, a lui in prima persona e a noi tutti, queste persone stanno dando.

«NOI SIAMO VENUTI DOPO». In primo luogo – e non è un elemento da sottovalutare – da parte delle autorità civili: «Dovunque sono andato», ha raccontato, «le autorità civili — sia quelle dell’Iraq, il presidente della Repubblica, sia quelle del Kurdistan iracheno, il presidente e il primo ministro — hanno assicurato la loro vicinanza, la loro solidarietà, il loro aiuto. Soprattutto mi hanno detto di essere totalmente impegnati nella difesa dei cristiani: vogliamo che ritornino, perché sono parte integrante del mosaico della nostra terra e hanno un diritto nativo di stare qui in mezzo a noi. E hanno riconosciuto: noi siamo venuti dopo». Queste parole hanno confortato Filoni che, pragmaticamente, si aspetta che a quelle promesse seguano i fatti.

FEDELE AL PROPRIO CREDO. In secondo luogo, Filoni ha descritto l’incontro con le comunità degli sfollati «Ho trovato delle comunità molto belle, che danno veramente una testimonianza di fede straordinaria». Perché questa gente ha perso tutto, pur di non perdere la fede. «Davanti a situazioni in cui sarebbe stato facile ingannare chi chiedeva di rinnegare la fede, pur di rimanere nella propria terra, oppure accettare piccoli compromessi e cedimenti con i jihadisti o con altri, questa gente ha scelto di rimanere fedele al proprio credo. Ha preferito abbandonare tutto, perdere tutto, anziché la fede e la tradizione religiosa che custodiscono da millenni».

SIAMO TUTTI NAZARENI. Per questo, noi, così lontani e distratti rispetto alla loro tragedia, cosa possiamo fare? Filoni ha detto che «questa gente ha bisogno di sentire la nostra solidarietà, fatta non solamente di parole, oppure di aiuto attraverso offerte di tipo economico. Una solidarietà che dev’essere prima di tutto ecclesiale: i loro problemi non sono una questione di persone lontane che alla fine non ci toccano, non ci riguardano. Il loro desiderio è che noi ci facciamo carico di un affetto, di una vicinanza, di un aiuto, di un sostegno che vada al di là delle questioni materiali e al di là delle parole stesse. Questo è un compito che come Chiesa dobbiamo assumerci. Sono fratelli e sorelle dispersi qua e là, piccole comunità, ma posso testimoniare che sono ricchissimi di fede, di tradizione, di amore straordinario al Papa e ai propri vescovi». Questi nostri fratelli ci testimoniano che siamo tutti nazareni. Ce lo dicono al prezzo della loro vita. A noi il compito di immedesimarci nel loro coraggioso sacrificio o, almeno, di esserne consapevoli. (eb)

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