La “famiglia nel bosco” e le domande che dobbiamo porci

Di Pietro Crivellente
27 Novembre 2025
Perché la coppia di Palmoli ha scelto una via così estrema e che cosa voleva difendere? Nelle città iperindividualistiche i bambini crescono tra cani in passeggino e cene silenziate dagli schermi: dove si custodisce oggi la relazione, chi se ne cura? Siamo ancora capaci di costruire luoghi di fiducia?
La casa nel bosco a Palmoli dove vivono Nathan Trevallion e Catherine Birmingham a cui oggi il Tribunale per i minorenni di L'Aquila ha disposto la sospensione della potestà genitoriale dei tre figli minori, fra i 6 e gli 8 anni, che vivono con loro in un rudere fatiscente e privo di utenze e in una roulotte in provincia di Chieti
La casa nel bosco a Palmoli dove vivono Nathan Trevallion e Catherine Birmingham a cui il Tribunale per i minorenni di L'Aquila ha disposto la sospensione della potestà genitoriale dei tre figli (foto Ansa)

Caro direttore, la vicenda della famiglia di Palmoli cui sono stati tolti i figli pone diversi interrogativi che vorrei provare a mettere in luce. Si sarebbe forse tentati, soprattutto a fronte delle notizie che pian piano emergono in merito, di sorvolare rapidamente, dicendo che “insomma, siamo nel 2025”, “non si può vivere in quelle condizioni”, “sono proprio dei selvaggi”, “come si può permettere a dei bambini di crescere in una condizione simile” e via dicendo. E, quindi, in sostanza, “se lo sono meritati”. Invero siamo davanti a un accadimento che chiede di essere osservato con grande attenzione poiché, come è stato fatto notare molto bene dall’articolo di Caterina Giojelli, chiama ad una seria riflessione su un tema atavico e delicatissimo: la libertà di educazione dei propri figli.

Perciò, al di là delle responsabilità di queste persone, i recenti fatti – e i tam tam che ne sono conseguiti ne sono una dimostrazione – convocano a considerazioni più vaste e profonde, che riguardano tutti e ciascuno, anche chi figli non ne ha. Perché, in un certo senso, ci rimettono davanti un aspetto fondamentale e irrinunciabile della vita umana, cioè la vita insieme, la vita comunitaria e, dunque, la vita stessa poiché la solitudine non permette la vita né il propagarsi di essa.

Il diritto alla relazione (non solo nel bosco)

Certamente se i servizi sociali hanno, dopo vario tempo e diversi tentativi, optato per questa drastica soluzione, avranno avuto i loro motivi. Ciò detto, dato che la ragione addotta per il provvedimento non è, come in un primo momento si era pensato, legata all’impossibilità dei giovanissimi figli di andare a scuola (stanno infatti seguendo un percorso di scuola domiciliare legalmente riconosciuto), né è stata determinata solo dalle condizioni di disagio domestico (acqua corrente, elettricità, etc…), ma poiché il provvedimento è fondato “sul pericolo di lesione del diritto alla vita di relazione”, beh, allora, conviene fermarsi un momento e, appunto, riflettere.

Poiché se di diritto alla vita di relazione si tratta, vien da pensare anche a ben altre situazioni, che magari si verificano in contesti non boschivi né agresti, bensì pienamente cittadini, ma in cui è tutto da capire come sia tutelato questo diritto. Provo a spiegarmi.

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I viali dei cani sul passeggino

L’altro giorno cammino per un viale milanese e incrocio una donna che spinge un passeggino doppio, modello unodietrolaltro e non unodifiancoallaltro. Stupore mi prende quando sul sedile posteriore vedo un cane – credo un Jack Russel, ma non sono un esperto – che altezzoso prova a fare capolino verso lo schienale davanti a lui. Dunque il bambino, l’unico a questo punto, che andava a passeggio con la signora, era “portato” alla stregua del cane; benché occupasse il sedile anteriore, sedeva sulla sua omologa seduta, pariteticamente, letteralmente sullo stesso piano.

Non sono riuscito e non riesco a trattenermi dal chiedermi con che tipo di consapevolezza di sé potrà crescere un bambino che, magari anche su altri piani, viene posto alla stessa altezza del suo amico a quattro zampe. Cioè: con che coscienza guarderà agli altri bambini? E agli altri cani? Come si relazionerà ai suoi pari? Con quale intesa giocherà insieme ad altri bambini? In altri termini, come è salvaguardato il suo diritto alla vita di relazione?

Una generazione di bambini soli con gli schermi

Sono spunti per riflettere, ma ahimè reali e molto concreti. Come lo sono le arcinote scene che vediamo al ristorante di adulti che lasciano i propri figli in balia di video (magari su TikTok) o del gioco al cellulare “per godersi finalmente una cena”. Come è salvaguardato qui il diritto alla vita di relazione? Cioè, come è educato il piccolo a costruire conversazioni e relazioni se, in un luogo in cui questo aspetto dovrebbe essere favorito, gli viene impedito proprio da chi dovrebbe farsene carico?

O ancora, sempre sui marciapiedi, capita di vedere, su passeggini (questa volta rigorosamente singoli) spinti da genitori o nonni un po’ affannati, bimbi sottoposti a sedute estenuanti di giochi al cellulare o video di cartoni animati che li estraniano completamente da tutto ciò che hanno intorno, fatti, cose, persone: vita. Ci sono tanti modi di isolare e di isolarsi. Ci sono tanti modi di creare situazioni che rischiano di ledere alla capacità innata e necessaria per la vita dell’uomo di vivere e crescere in comunità. Non si vuole qui certo equipararli, ma tant’è.

La famiglia nel bosco e il deserto delle città

La scelta dei genitori in questione è certamente bizzarra e, in fondo, poco efficace, almeno da alcuni punti di vista. Ma, anche perché non si tratta di gente barbara – pare siano peraltro ben istruiti e acculturati –, è conveniente porsi anche altre domande sulla vicenda, come, ad esempio, “perché si sono spinti ad una scelta così estrema?”; “cosa intendevano difendere o salvaguardare?”. Inoltre non si tratta indubbiamente di una vita di comodo – è molto più comodo vivere tra gli agi della civiltà –, e allora perché ingarbugliarsi in tante difficoltà, in tante tortuosità che la modernità ha da molto tempo procurato di evitare? Forse non era loro intenzione difendere il diritto dei figli alla relazione, o forse sì ma in modo certo singolare e forse volutamente provocatorio.

Se infatti il modello di relazione proposto nella società civile è parso loro eccessivamente basato su ciò che è fugace o falso, come un post su Instagram; se quello che sembra proporre oggi la cosiddetta società è effettivamente un isolamento a sua volta, iperindividualistico peraltro; se il rischio che i giovani corrono nella nostra società – e di esempi ne abbiamo, ahimè, in quantità – è quello del ritiro sociale o del ritiro scolastico, non può essere allora considerato il loro come un estremo atto difensivo? Forse, ed è pura ipotesi, magari paradossale, intendevano salvaguardare il diritto dei loro figli ad una sana relazione con sé, con gli altri, col mondo.

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Il compito di costruire luoghi di libertà e di fiducia

Ora, al di là degli intenti di questi genitori, ciò che interessa è il fatto che è desiderio e preoccupazione di ciascun genitore difendere e salvaguardare il diritto alla sana relazione con le cose e le persone dei propri figli perché è proprio attraverso ciò che un bambino, un ragazzo, un giovane può e deve crescere. È, in effetti, la cosa più importante che un genitore dovrebbe aver a cuore per i propri figli. Ma proprio per tale motivo la domanda da porsi a questo punto è: dove e con chi è salvaguardato oggi con la massima apertura questo preziosissimo bene? Chi se ne prende cura? Quali sono, se ci sono, i luoghi che possono essere terreno fertile per la crescita dei nostri giovani? Possiamo costruire insieme questi luoghi?

Penso che uno dei più tristi risvolti in questa storia sia il fatto che questi genitori sul piano educativo non abbiano trovato un alleato che abbia garantito la fiducia sufficiente a permettere loro la serenità di affidare i propri figli a qualcun altro diverso da loro stessi. Penso che noi genitori, noi insegnanti, noi adulti abbiamo il compito di costruire e vivere luoghi che possano essere luoghi di fiducia gli uni per gli altri, cui poter affidare noi stessi e i nostri figli, luoghi di fiducia che conservino il bene prezioso della libertà e che educhino alla libertà. La libertà di educazione è possibile solo se qualcuno decide liberamente di fidarsi dell’altro in un continuo andirivieni di fiducia e accordo tra adulti e giovani.

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