Perché il caso della “famiglia nel bosco” riguarda tutti
C’è una storia, in Abruzzo, che in questi giorni sta facendo discutere l’Italia. Non è una storia di cronaca nera, né un caso di abbandono come purtroppo ne conosciamo. È la storia di tre bambini, di una famiglia che ha scelto di vivere in modo non convenzionale e di uno Stato che ha deciso di intervenire con la mano pesante, sospendendo la potestà genitoriale e trasferendo i bambini in una casa-famiglia.
Una storia che tocca corde profonde: la protezione dei minori, certo, ma anche la libertà di una famiglia di vivere secondo i propri valori. Due princìpi costituzionali che non possono essere messi uno contro l’altro.
Una famiglia fuori dal mondo o fuori dallo standard?
La famiglia in questione vive in un vecchio casolare tra i boschi di Palmoli. Una scelta radicale, pochi comfort, molta natura, un’educazione impostata come “unschooling”, una versione estrema dell’istruzione domiciliare, comunque prevista dalla Costituzione e normata dalla legge. Un modello discutibile? Può darsi. Non convenzionale? Sicuramente. Ed è proprio qui che nasce il primo nodo della vicenda: quanto deve assomigliare una famiglia al modello ritenuto “normale” per essere considerata idonea? Il confine tra protezione e omologazione forzata diventa sottile, sottilissimo.
La Costituzione parla chiaro: i bambini hanno diritto all’istruzione, alla socialità, alla salute. Questo nessuno lo mette in discussione. L’istruzione è indispensabile così come la socializzazione tra pari. Eppure, la stessa Costituzione riconosce anche che la famiglia ha il diritto di educare i figli secondo i propri principi morali, filosofici e religiosi. Non un dettaglio, ma un pilastro. Se i minori (o i fragili in generale) non sono accuditi come necessario, lo Stato deve intervenire. Ma solo in questo caso. Perché lo Stato è un garante che non può attribuire ai genitori patenti di adeguatezza.
Il rischio dell’approccio ideologico
Il timore, in casi come questo, è che l’intervento del Tribunale dipenda da un giudizio di valore condizionato da un approccio ideologico. Chi stabilisce, infatti, che lasciare i figli in balia di un cellulare a dieci anni sia cosa migliore rispetto a un’educazione nel bosco? Qual è il peso delle privazioni nel primo caso (la spensieratezza di un’infanzia disconnessa) rispetto al secondo (il cellulare)?
Oggi il bersaglio è la famiglia di Palmoli. Domani potrebbe essere chi educa i figli secondo principi religiosi, chi li cresce in una comunità rurale, chi sceglie l’istruzione parentale. Non è una questione di destra o sinistra, come qualche voce ingenua o interessata vuol far credere. La libertà educativa non ha colore politico – a meno che non si voglia affermare il principio che tutte le educazioni alternative devono essere schiacciate in nome di un modello unico, statale, centralizzato e che vadano soppresse le voci dissonanti e la pluralità educativa.
La famiglia è il primo educatore
C’è una verità tanto semplice quanto dimenticata: lo Stato esiste perché esistono le famiglie, non il contrario. La famiglia è la prima comunità, il primo educatore, il primo presidio di libertà. Ogni passo dello Stato dentro quella sfera deve essere ponderato e motivato da ragioni gravissime. Perché non c’è nulla di più invasivo del togliere un figlio ai propri genitori e una padre e una madre a un bambino: è il gesto più traumatico che un’autorità possa compiere e che può facilmente sconfinare nell’arbitrio.
Molti pensano che questa storia sia lontana. Che riguardi una famiglia fuori dagli schemi, un caso limite. Questa vicenda, invece, parla del rapporto tra cittadino e Stato, tra scelte individuali e controllo pubblico, tra libertà e diritto. Parla della forma di società che vogliamo: una società in cui l’individuo possa esprimersi in pienezza, o una uniformata. E parla anche di noi, delle nostre case, delle nostre scelte genitoriali: perché ciò che accade oggi può diventare un precedente domani, per chiunque non rientri in uno standard definito da un giudice, da uno psicologo o da un assistente sociale.
I bambini vanno protetti. Sempre. Ma vanno protette anche le famiglie, quando lo Stato rischia di superare il limite. Perché una nazione libera non è quella dove esiste un solo modo giusto di vivere, ma quella dove tanti modi possono convivere, purché rispettino la dignità della persona, soprattutto dei più fragili. La vera sfida è trovare l’equilibrio, mantenendo sempre al centro la famiglia e il sacrosanto principio della libertà educativa.
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