Perché il caso della “famiglia nel bosco” riguarda tutti

Di Matteo Brogi
26 Novembre 2025
Ciò che accade oggi può diventare un precedente domani, per chiunque non rientri in uno standard definito da un giudice. I bambini vanno protetti. Sempre. Ma vanno protette anche le famiglie, quando lo Stato rischia di superare il limiti
La casa nel bosco a Palmoli dove vivono Nathan Trevallion e Catherine Birmingham a cui il Tribunale per i minorenni di L'Aquila ha disposto la sospensione della potestà genitoriale dei tre figli minori, fra i 6 e gli 8 anni, che vivono con loro in un rudere fatiscente e privo di utenze e in una roulotte in provincia di Chieti
La casa nel bosco a Palmoli dove vivono Nathan Trevallion e Catherine Birmingham a cui il Tribunale per i minorenni di L'Aquila ha disposto la sospensione della potestà genitoriale dei tre figli minori (foto Ansa)

C’è una storia, in Abruzzo, che in questi giorni sta facendo discutere l’Italia. Non è una storia di cronaca nera, né un caso di abbandono come purtroppo ne conosciamo. È la storia di tre bambini, di una famiglia che ha scelto di vivere in modo non convenzionale e di uno Stato che ha deciso di intervenire con la mano pesante, sospendendo la potestà genitoriale e trasferendo i bambini in una casa-famiglia.

Una storia che tocca corde profonde: la protezione dei minori, certo, ma anche la libertà di una famiglia di vivere secondo i propri valori. Due princìpi costituzionali che non possono essere messi uno contro l’altro.

Una famiglia fuori dal mondo o fuori dallo standard?

La famiglia in questione vive in un vecchio casolare tra i boschi di Palmoli. Una scelta radicale, pochi comfort, molta natura, un’educazione impostata come “unschooling”, una versione estrema dell’istruzione domiciliare, comunque prevista dalla Costituzione e normata dalla legge. Un modello discutibile? Può darsi. Non convenzionale? Sicuramente. Ed è proprio qui che nasce il primo nodo della vicenda: quanto deve assomigliare una famiglia al modello ritenuto “normale” per essere considerata idonea? Il confine tra protezione e omologazione forzata diventa sottile, sottilissimo.

La Costituzione parla chiaro: i bambini hanno diritto all’istruzione, alla socialità, alla salute. Questo nessuno lo mette in discussione. L’istruzione è indispensabile così come la socializzazione tra pari. Eppure, la stessa Costituzione riconosce anche che la famiglia ha il diritto di educare i figli secondo i propri principi morali, filosofici e religiosi. Non un dettaglio, ma un pilastro. Se i minori (o i fragili in generale) non sono accuditi come necessario, lo Stato deve intervenire. Ma solo in questo caso. Perché lo Stato è un garante che non può attribuire ai genitori patenti di adeguatezza.

Il rischio dell’approccio ideologico

Il timore, in casi come questo, è che l’intervento del Tribunale dipenda da un giudizio di valore condizionato da un approccio ideologico. Chi stabilisce, infatti, che lasciare i figli in balia di un cellulare a dieci anni sia cosa migliore rispetto a un’educazione nel bosco? Qual è il peso delle privazioni nel primo caso (la spensieratezza di un’infanzia disconnessa) rispetto al secondo (il cellulare)?

Oggi il bersaglio è la famiglia di Palmoli. Domani potrebbe essere chi educa i figli secondo principi religiosi, chi li cresce in una comunità rurale, chi sceglie l’istruzione parentale. Non è una questione di destra o sinistra, come qualche voce ingenua o interessata vuol far credere. La libertà educativa non ha colore politico – a meno che non si voglia affermare il principio che tutte le educazioni alternative devono essere schiacciate in nome di un modello unico, statale, centralizzato e che vadano soppresse le voci dissonanti e la pluralità educativa.

La famiglia è il primo educatore

C’è una verità tanto semplice quanto dimenticata: lo Stato esiste perché esistono le famiglie, non il contrario. La famiglia è la prima comunità, il primo educatore, il primo presidio di libertà. Ogni passo dello Stato dentro quella sfera deve essere ponderato e motivato da ragioni gravissime. Perché non c’è nulla di più invasivo del togliere un figlio ai propri genitori e una padre e una madre a un bambino: è il gesto più traumatico che un’autorità possa compiere e che può facilmente sconfinare nell’arbitrio.

Molti pensano che questa storia sia lontana. Che riguardi una famiglia fuori dagli schemi, un caso limite. Questa vicenda, invece, parla del rapporto tra cittadino e Stato, tra scelte individuali e controllo pubblico, tra libertà e diritto. Parla della forma di società che vogliamo: una società in cui l’individuo possa esprimersi in pienezza, o una uniformata. E parla anche di noi, delle nostre case, delle nostre scelte genitoriali: perché ciò che accade oggi può diventare un precedente domani, per chiunque non rientri in uno standard definito da un giudice, da uno psicologo o da un assistente sociale.

Leggi anche

I bambini vanno protetti. Sempre. Ma vanno protette anche le famiglie, quando lo Stato rischia di superare il limite. Perché una nazione libera non è quella dove esiste un solo modo giusto di vivere, ma quella dove tanti modi possono convivere, purché rispettino la dignità della persona, soprattutto dei più fragili. La vera sfida è trovare l’equilibrio, mantenendo sempre al centro la famiglia e il sacrosanto principio della libertà educativa.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.