La distanza tra il «chiudete la Lombardia» e il «ghe sem»

Repubblica, i sindacati, i fondi del governo, da un lato. Il nuovo ospedale di Milano, le imprese e i sindaci bergamaschi, dall’altro

Il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, e il presidente di Fondazione Fiera Enrico Pazzali, durante il sopralluogo presso il nuovo ospedale realizzato in Fiera a Milano

Quanta distanza c’è tra il titolo di Repubblica, “Chiudete la Lombardia” e l’esultanza vernacolare, «ghe sem!», ci siamo, con cui il governatore lombardo Attilio Fontana ha salutato l’apertura del nuovo ospedale in fiera? C’è un abisso di sentimenti, di attitudine, oseremmo dire persino di fiducia con cui si guarda al futuro.

Operazione record

Nel fine settimana aprirà per i primi 24 pazienti il nuovo ospedale milanese. Una struttura costruita in tempi record: su 25 mila metri quadrati sono stati preparati 250 posti letto che serviranno ad alleggerire la pressione sugli altri nosocomi lombardi. Il tutto è avvenuto in meno di un mese. Come ci ha raccontato Bruno Finzi, uno dei capi ingegneri che si è messo a disposizione gratuitamente, «si è lavorato giorno e notte». Ieri l’arcivescovo di Milano ha invocato per il nuovo ospedale l’intercessione del santo medico Riccardo Pampuri.

Oggi, in mezzo a tante notizie tristi, è il giorno dell’orgoglio lombardo. In un battibaleno, e grazie alla abnegazione e alla generosità di tanti (raccolti 20 milioni di euro), è stato possibile trovare migliaia di dispositivi di protezione, monitor, ventilatori, caschetti Cpap.

Come dice oggi in un’intervista al Giornale Fedele Confalonieri, «l’ospedale è un miracolo, tutto il resto è rumore». È rumore Beppe Grillo che risorge dalla sua afasia per proporre il «reddito universale», ad esempio.

Imprese e sindacati

Quanta distanza c’è tra l’atteggiamento dei sindacati, che si sono messi a questionare per decidere coi prefetti chi deve lavorare e chi no, e le parole di buon senso di Marco Bonometti, presidente di Confindustria Lombardia, che oggi alla Stampa spiega che «se non si farà nulla in termini di aiuti, qui viene fuori la rivoluzione. Ci saranno tanti fallimenti, molti posti di lavoro andranno a rotoli»?

Prima la salute, ma subito dopo il lavoro. Altrimenti dopo il virus dovremo combattere la fame. E allora, dice Bonometti, poiché dal governo è arrivata una «mancetta», «servono interventi mirati a sostegno delle imprese, con garanzie a loro favore, sospensione dei pagamenti sulla falsariga di quanto accade all’estero». E poi, dare la possibilità, a chi può garantire la tutela dei dipendenti, di lavorare. «I sindacati – spiega Bonometti – anche in un momento tanto difficile stanno cercando ideologicamente di fare una campagna di tesseramento. Forse non si rendono conto che, quando andremo a contare le macerie, non ci saranno più nemmeno i posti di lavoro».

I sindaci della Bergamasca

Quanta distanza c’è tra lo stanziamento del governo e l’esperienza che stanno vivendo i sindaci della Bergamasca? Tutti i primi cittadini della provincia – tutti, mica solo quelli leghisti – si sono molto lamentati che dei 400 milioni distribuiti dal governo ai sindaci la maggior parte siano andati al Sud. Giusto aiutare chi ha bisogno e dunque giusto che i soldi vadano dove c’è necessità. Ma è più che comprensibile il malumore di un territorio che non può fare a meno di osservare, come spiega oggi il Corriere di Bergamo, che «giovedì un gruppo di persone si dà appuntamento su Facebook e va ad assaltare un supermercato di Palermo. Sabato spuntano i fondi per l’emergenza alimentare. Veloce, efficiente, capace di bypassare ogni intralcio burocratico, il governo ci mette una toppa. Da Bergamo è difficile non domandarsi perché di fronte ad altre urgenze i tempi di reazione siano stati ben diversi».

Foto Ansa