John Kerry è diventato un imam?

Il segretario di Stato americano è così impegnato a difendere l’islam che ora chiama «apostati» tutti quelli che secondo lui non sono «veri musulmani». Ma così fa il gioco dell’Isis

«Daesh non è altro che un insieme di assassini, rapitori, criminali, banditi, trafficanti, ladri. Ma soprattutto sono degli apostati, individui che hanno sequestrato una grande religione, che mentono sul suo reale significato e sul suo scopo e ingannano le persone». Queste parole non sono state pronunciate da un musulmano, un imam o un esperto di religione islamica ma dal segretario di Stato americano John Kerry.

KERRY “SALAFITA”. Il discorso pronunciato a Roma pochi giorni fa, però, ha fatto storcere il naso a molti musulmani. Un popolare attivista, Nasser Weddady, l’ha accusato di takfirismo, una parola usata per descrivere quei musulmani sunniti che accusano gli altri di apostasia, come ad esempio i salafiti, i membri dello Stato islamico o di Al-Qaeda. «Sono confuso», ha scritto ironico l’attivista. «Pensavo che John Kerry fosse un cattolico romano. Si è forse convertito all’islam? Mi chiedo come abbia fatto un takfir a farsi nominare a capo del dipartimento di Stato americano».

APOSTASIA. L’apostasia, cioè l’abbandono volontario della propria religione di appartenenza, è un fatto molto serio nell’islam e in tanti paesi musulmani è sanzionata con la pena di morte. Nonostante il Corano non dica mai esplicitamente che l’apostata vada ucciso, negli Hadith si dice esplicitamente che «il sangue di un musulmano (…) può essere sparso (…) nel caso in cui una persona abbandoni l’Islam (apostata) e lasci la comunità dei musulmani». Lo Stato islamico, ad esempio, fa ampio uso dell’accusa di apostasia per uccidere tutti i musulmani, sunniti e sciiti, che non si sottomettono.

INTROMISSIONI. Quello dell’apostasia è un tema molto dibattuto nella teologia islamica. Ma perché Kerry si intromette in disquisizioni teologiche? Come tanti altri importanti diplomatici occidentali, il segretario di Stato americano sembra pervaso da una strana frenesia che lo porta a negare qualunque legame tra Stato islamico e islam e a correggere qualunque terrorista si definisca musulmano specificando che «ha sequestrato una religione e mente sul suo reale significato».

DAESH, NON STATO ISLAMICO. Per questo motivo non chiama più i jihadisti che hanno proclamato un Califfato in Iraq e in Siria con il nome che questi si sono scelti per la loro organizzazione terrorista, “Stato islamico”, ma ha cominciato a usare il termine “Daesh”, ovvero l’acronimo arabo per Stato islamico. Se questo è un modo per infastidire anche solo verbalmente i terroristi, ben venga. Ma per Kerry è solo un modo per parlare dei jihadisti senza usare il suffisso islam e così non comprometterli con la religione.

«C’È QUALCOSA DI STRANO». Kerry sembra ossessionato dalla distinzione tra ciò che è davvero islamico e ciò che non lo è. Ma come acutamente osservato da Shadi Hamid, esperto dei movimenti islamisti dell’autorevole Brookings Institution, «c’è qualcosa di strano in un presidente americano o in un segretario di Stato che si mette ad opinare su cosa è o non è legittimamente islamico». È come se pretendesse di dire al Papa chi è e chi non è cattolico.

«NON È UNA COSA SENSATA». Ora che Kerry ha cominciato ad accusare di apostasia i musulmani che lui ritiene «non islamici», forse è andato un po’ troppo oltre. Che gli piaccia o meno, infatti, i seguaci dell’Isis si ritengono veri musulmani. Elliot Abrams, ufficiale dell’ex amministrazione Bush, ha scritto: «Le persone che fanno queste [azioni terroristiche] si pensano veri musulmani. Questo fatto deve essere affrontato e spiegato. Loro agiscono così nel nome della loro religione. Quindi non puoi dire: “No, no, voi dell’Isis, voi di Al-Qaeda non capite l’islam come lo capisco io”. Non è una cosa sensata da dire».

AVVANTAGGIARE L’ISIS. Intromettendosi in questo modo nella religione musulmana e consegnando patenti ai fedeli, Kerry, al pari dei suoi colleghi nel governo francese e inglese, non solo si dimostra ben poco laico, ma avvantaggia lo Stato islamico nella sua ideologia. Come scritto sul Washington Post dall’esperto Hamid, quando l’Occidente comincia a parlare del «”vero islam” complica la vita ai musulmani nel mondo arabo che vogliono farlo. I governi occidentali non sono considerati credibili da nessuno in Medio Oriente. (…) Così, quando i politici occidentali criticano dal punto di vista religioso lo Stato islamico, i jihadisti hanno vita facile a rigettare le critiche». Non solo dei governi occidentali, ma anche dei musulmani arabi, tacciandoli di essere al soldo dell’Occidente.

«MEGLIO NON IMMISCHIARSI». Ecco perché «i politici non musulmani farebbero meglio a non immischiarsi pubblicamente nell’aspetto religioso della loro battaglia o a non promuovere i loro tentativi di mostrarsi solidali con i musulmani». Purtroppo, per una strana forma di sudditanza, tanti politici europei si immischiano continuamente e nel tentativo di difendere l’islam rendono più difficile la comprensione e la soluzione del fenomeno estremista. Continua Hamid: «Per comprendere le motivazioni dell’Isis la religione non è sempre il modo migliore. Però è perlomeno rilevante. Possiamo pensare che i seguaci dell’Isis non siano motivati dal vero islam (qualunque esso sia). Ma che loro siano motivati da ciò che ritengono essere il vero islam è un fatto importante. Lo Stato islamico ha qualcosa a che fare con l’islam. Bisogna solo capire che cos’è quel “qualcosa”».

Foto Ansa