Italiani sfiduciati e spaesati? Sì, ma non su tutto. Cresce la stima per il privato e le scuole non statali

Il sondaggio di Repubblica fotografa un paese alla deriva, ma il quotidiano non mette in rilievo i dati in controtendenza, che rilevano che la gente si fida del Papa e dell’iniziativa privata

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demos-scuole-privateChissà perché, chissà come, in questo finire di 2014 gli italiani sono più perplessi che mai e non c’è istituzione che regga al vento gelido della loro sfiducia. Ne dà conto Repubblica, pubblicando e commentando gli esiti dell’annuale sondaggio che la testata debenedettiana ha commissionato a Demos.

Un senso di spaesamento e di abbandono sembra pervadere la società italiana. E dalla sfiducia non si salva nessuno. In cima, naturalmente, partiti e parlamento. Con indici di fiducia rispettivamente del 3 e 7 per cento. Poco più che residui statistici. Ma crollano anche la stima nei riguardi del presidente della Repubblica (in calo di 21 punti dal 2010), della magistratura (-17), dell’Unione Europea (-22) e, via via, di forze dell’ordine, enti locali, banche, sindacati, associazioni imprenditoriali. In questo clima di generale disincanto, si salva solo il Papa. Papa Francesco (ma non la Chiesa), apprezzato da nove italiani su dieci.

Insomma, eccetto il Santo Padre, nessuno è esente dalla vertiginosa caduta di stima e di affidabilità. Così, negli italiani giunti alle soglie del nuovo anno, prevale un generale sentimento di solitudine e di scetticismo verso il futuro. Sconsolato, il sociologo di Repubblica Ilvo Diamanti osserva che «in pochi anni, dunque, abbiamo perduto i principali riferimenti della vita pubblica e sociale. E abbiamo impoverito quel capitale di partecipazione e di fiducia necessario alla società, alle istituzioni e alla stessa economia per funzionare». Uno stallo veramente da paese sbandato.

Stiamo viaggiando verso quello che gli astrofisici chiamano “orizzonte degli eventi”, oltre il quale un fenomeno cessa di essere rilevabile e ogni luce è ingoiata dai “buchi neri” dell’universo. Fuor di metafora, l’orizzonte del viaggio starebbe in una decadenza inarrestabile che potrebbe sconfinare in default dello Stato e nella regressione del sistema socio-economico italiano a zattera alla deriva nel Mediterraneo. Ma è così? È proprio questo il destino senza ritorno a cui gli italiani si stanno rassegnando?

Stranamente, un tenue segno di contrattacco rispetto alla palude recessiva vigente, emerge dai dati della ricerca. E, stranamente, Repubblica evita di valorizzare questo segnale. Di cosa riferiscono, infatti, nel sondaggio gli unici indici di crescita della fiducia? Riferiscono della continua ascesa della cosiddetta “propensione al privato”. Indice che, in netta controtendenza rispetto alla percezione che i cittadini hanno di tutti i soggetti di emanazione statale, guadagna tre punti rispetto al 2010. Dunque, in cosa hanno almeno un po’ di fiducia gli italiani e, di conseguenza, a cosa dovrebbero guardare e valorizzare le istituzioni minate da un consenso inesorabilmente al ribasso?

Quel poco di fiducia che hanno ancora gli italiani sembra confluire tutta nella stima per l’iniziativa privata. Stimano ad esempio che, sia in campo sanitario sia in quello scolastico, «bisogna ridurre il peso dello Stato nella gestione dei servizi e dell’istruzione». E che «bisogna lasciare più spazio alle strutture private e alle scuole private». Insomma, i cittadini non sono fessi. Capiscono benissimo quali sono i “buchi neri” dello Stato italiano e quel poco di fiducia che rimane in loro la depongono ai piedi di un Papa e la proiettano sull’iniziativa del privato-sociale.

Sarà bene che qualche collaboratore di palazzo Chigi faccia notare queste cose al buon Matteo Renzi. E che qualche collaboratore di Carlo De Benedetti le faccia notare anche all’Espresso, il settimanale che ha nominato – figuratevi – “Uomo dell’anno” il pubblico ministero Raffaele Cantone.

Uomo dell’anno un supercommissario che nulla ha fatto e nulla può fare per favorire una ripresa economica e delle virtù civiche, se non mettere altre braghette burocratiche e predicatorie all’Expo mondiale di Milano. E nulla ha fatto e nulla può fare, da supercommissario embededd della giunta Marino, per bonificare il tessuto di una capitale simbolo di uno Stato tecnicamente fallito. E fallito, perché ancora tutto incentrato su Roma.

Così che, anche con il simbolico insistere sugli uomini delle procure, seguita purtroppo a confermarsi la profezia del prete di Desio don Luigi Giussani. Il quale, già nel ’96, spiegava all’illustre Stampa di Torino che se «una parte esigua di tutto il popolo si erige a maestro illuminato e a giudice di tutti – concetto caratteristico di qualsiasi tentativo rivoluzionario – assicurando una idolatria agli attori in scena», è inevitabile che si arrivi allo «smarrimento totale di un punto di riferimento naturale oggettivo per la coscienza del popolo». È andata così, col placet di Repubblica&Co., «questo smarrimento comporta una inevitabile, se non progettata, distruzione dello stato di benessere».

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