Che fine ha fatto il Board of Peace di Trump?

Di Leone Grotti
28 Maggio 2026
A quattro mesi dalla nascita, le casse dell'organismo internazionale guidato dal presidente americano sono vuote e nessun progetto per Gaza è diventato realtà. Intanto i palestinesi continuano a vivere in condizioni «brutali»
Donald Trump ospita alcuni leader internazionali durante la prima (e unica finora) riunione del Board of Peace a Washington a febbraio
Donald Trump ospita alcuni leader internazionali durante la prima (e unica finora) riunione del Board of Peace a Washington a febbraio (foto Ansa)

Sono passati quattro mesi da quando Donald Trump, a margine del 56esimo Forum di Davos, ha dato vita il 22 gennaio al Board of Peace (Bop), un organismo internazionale che avrebbe dovuto aiutare la pacificazione e la ricostruzione di Gaza. Il condizionale è d’obbligo, perché nonostante le promesse di contributi finanziari da parte dei 27 membri, le casse sono desolatamente vuote e i progetti che dovrebbero prendere vita nella Striscia restano sulla carta a prendere polvere dentro i cassetti della presunta sede, il Donald J. Trump Institute of Peace a Washington.

Le casse del Board of Peace sono vuote

Nell’unica occasione in cui il consiglio si è riunito, gli Stati Uniti hanno promesso di versare nella cassaforte del fondo 10 miliardi, mentre nove membri hanno assicurato finanziamenti per 7 miliardi ciascuno, da devolvere alla ricostruzione della Striscia di Gaza.

Il fondo istituito presso la Banca mondiale, però, ha ancora un saldo pari a zero. «Non è stato versato nulla finora», ha dichiarato una fonte informata al Financial Times. Secondo un portavoce, sono stati fatti invece versamenti su un conto intestato al Board of Peace presso JPMorgan.

C’è un’importante differenza: se la Banca mondiale deve rivelare agli Stati membri l’andamento del conto, JPMorgan non ha obblighi di trasparenza.

Ci sono solo gli stipendi per i funzionari

Secondo quanto riportato dal quotidiano britannico, il Marocco ha finora versato 20 milioni di dollari per finanziare l’ufficio dell’Alto rappresentante per Gaza, e membro del Consiglio di amministrazione del Bop, Nikolay Mladenov, e per pagare gli stipendi del governo provvisorio della Striscia, il Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (Ncag), composto da tecnocrati palestinesi slegati dalla politica. Pagati per fare che cosa? Al momento non è chiaro, visto che Hamas non ha finora permesso a nessuno di entrare nella metà della Striscia di Gaza che di fatto governa.

Anche gli Emirati Arabi Uniti hanno già effettuato un versamento: 100 milioni di dollari per addestrare una nuova forza di polizia a Gaza. Anche da questo punto di vista, però, è tutto fermo dal momento che Hamas non ha accettato il disarmo e nessuno sembra essere davvero intenzionato a obbligare i terroristi a deporre le armi. Se non ce l’ha fatta Israele in due anni di guerra, è il ragionamento, chi può riuscirci? Ecco perché i fondi emiratini sono al momento «congelati».

Non solo, perfino gli 1,2 miliardi di dollari che il Dipartimento di Stato americano intende riallocare per sostenere progetti legati agli obiettivi del Board of Peace, non sono ancora stati versati. La ragione, probabilmente, è che nello statuto del Bop non è previsto un meccanismo per rendicontare l’utilizzo dei fondi.

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«Chi è responsabile di Gaza?»

Progetti per la rimozione delle macerie e per la ricostruzione di Gaza sarebbero già stati fatti, ma nessun appalto è stato scritto o pubblicato e nessun lavoro affidato a imprese. Anche perché, si chiede un industriale interessato a lavorare nella ricostruzione della Striscia, «chi è responsabile di Gaza? Quale legge viene applicata a Gaza? È molto rischioso per un’impresa lavorare con tutte queste domande senza risposta».

La verità è che dopo la firma del piano di pace per Gaza, il 9 ottobre 2025, che ha portato al rilascio degli ostaggi e al ritiro dell’esercito israeliano da metà della Striscia, l’attenzione internazionale è lentamente scivolata lontano dalla Terra Santa e tutti i nodi ancora da sciogliere sono rimasti intatti.

Nessuno fa pressione su Hamas e Israele

La Forza di stabilizzazione internazionale, che dovrebbe disarmare Hamas e garantire la sicurezza nella Striscia sotto la guida del generale Jasper Jeffers, non esiste ancora. E la ragione è semplice: nessun paese vuole mettere a repentaglio la vita delle proprie truppe in assenza di un accordo tra Hamas e Israele.

Ma questo accordo non c’è e senza un’adeguata pressione politica sulle parti non ci sarà mai: Hamas, infatti, non vuole cedere le armi perché non si fida di Israele e Israele non vuole ritirarsi dal territorio palestinese perché non si fida di Hamas.

Solo gli Stati Uniti possono fare una pressione efficace su entrambi ma Trump, padre-padrone del Board of Peace, non sembra essere più interessato alla Terra Santa, distratto com’è dalla guerra in Iran, dalla rivalità con la Cina e dal potenziale conflitto con Cuba, per non parlare delle elezioni di midterm.

Per quanto riguarda l’opinione pubblica, si è già dimenticata del 7 ottobre 2023 e della guerra di Gaza, riponendo ancora una volta la questione palestinese nel cassetto delle cause insolubili e trascurabili.

Palestinesi musulmani pregano davanti alle rovine di una moschea a Khan Younis, nella Striscia di Gaza devastata dalla guerra
Palestinesi musulmani pregano davanti alle rovine di una moschea a Khan Younis, nella Striscia di Gaza devastata dalla guerra (foto Ansa)

Cosa fa il Board of Peace?

Ad Hamas e Israele, in fondo, va bene così. Entrambi mantengono il proprio potere, nell’attesa magari di riprendere il conflitto quando più farà comodo, dando così vita a un nuovo ciclo di attentati e bombardamenti, che saranno prontamente seguiti dai media di tutto il mondo per poi tornare alla casella di partenza.

Chi ci rimette, come sempre, è il popolo palestinese: circa 2 milioni di persone vivono in poco più di 150 chilometri quadrati in condizioni «brutali», secondo l’Onu, in tende che non riparano dalla pioggia e dal freddo o negli scheletri di edifici e palazzi bombardati, non ancora crollati ma pericolanti.

Il cibo continua a essere scarso, l’acqua non è pulita, mancano i medicinali essenziali per la vita quotidiana, le fognature sono a cielo aperto e le discariche si trovano vicine ai campi per sfollati, infestati da parassiti e ratti. La guerra, infine, prosegue. Anche se l’intensità dei bombardamenti è diminuita, solo tra il 12 e il 20 maggio sono morti 24 palestinesi: sono 881 in tutto dall’inizio del cessate il fuoco a ottobre.

Il Board of Peace doveva porre fine a tutto questo, ma nessuno è in grado di dire che fine abbia fatto.

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