L’eterno premier, l’ex generale e il ruolo dei partiti arabi. Tutto sulle elezioni in Israele

Di Anna Bagaini
26 Ottobre 2026
Domani si vota nello Stato ebraico e vincere non basterà a Eisenkot e Netanyahu per governare. Guerra, 7 ottobre, Palestina ma non solo: in gioco c’è il futuro democratico del paese
Un manifesto elettorale a Gerusalemme del partito Yashar, guidato dall'ex capo di stato maggiore dell'esercito israeliano Gadi Eisenkot, principale sfidante di Benjamin Netanyahu. Domani si terranno le elezioni parlamentari in Israele
Un manifesto elettorale a Gerusalemme del partito Yashar, guidato dall'ex capo di stato maggiore dell'esercito israeliano Gadi Eisenkot, principale sfidante di Benjamin Netanyahu. Domani si terranno le elezioni parlamentari in Israele (foto Ansa)

Domani gli israeliani torneranno alle urne per eleggere la 26esima Knesset, il parlamento monocamerale. Ma il voto potrebbe essere molto più di un’elezione di governo o di un referendum su Benjamin Netanyahu. È una scelta sulla direzione che prenderà Israele, una possibile ultima occasione per interrompere la traiettoria di erosione democratica degli ultimi anni: non soltanto cambiare chi governa, ma stabilire se e come Israele possa recuperare i contrappesi istituzionali e l’equilibrio democratico compromessi in questi ultimi anni.

Le prime elezioni dopo il 7 ottobre

Si tratta delle prime elezioni legislative israeliane successive all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e  il voto arriva al termine di una legislatura segnata da una serie di crisi che hanno profondamente condizionato la politica israeliana: il trauma del 7 ottobre e la successiva guerra a Gaza; il dibattito sull’estensione del servizio militare alla popolazione haredi; lo scontro sulla riforma giudiziaria e sul ruolo della Corte suprema; le tensioni crescenti in Cisgiordania; la crisi diplomatica e l’isolamento internazionale di Israele; il processo per corruzione a carico di Netanyahu.

Ma il 7 ottobre aleggia su queste elezioni non solo come evento determinante di una coscienza collettiva, ma anche come vettore di una questione politica lancinante che attraversa ormai il dibattito politico israeliano: chi dovrà rispondere dei fallimenti e delle responsabilità per quanto è accaduto  il 7 ottobre? L’opposizione ha chiesto un’indagine indipendente sulle responsabilità politiche e istituzionali, mentre il governo ha difeso la propria gestione della guerra e ha posto al centro della propria narrazione la sicurezza nazionale e la necessità di proseguire la politica intrapresa negli ultimi anni.

L’ultima occasione per Israele

L’attacco di Hamas a Israele non ha quindi cancellato le fratture che già attraversavano la società israeliana. Al contrario ha dato vita a ulteriori spaccature che si sono sovrapposte e hanno inasprito divisioni politiche, ideologiche e sociali preesistenti: tra destra e sinistra, tra laici e religiosi, tra sostenitori e oppositori di Netanyahu, tra diverse formulazioni del rapporto tra sicurezza e soluzione del conflitto, ma soprattutto tra opposte concezioni della natura stessa dello Stato israeliano. È in questo contesto che emerge la seconda, e forse più profonda, dimensione delle elezioni del 2026: la questione democratica.

Negli ultimi anni, infatti, il conflitto sul carattere e sui limiti del potere esecutivo è diventato uno dei principali assi della politica israeliana. Il tentativo di riformare il sistema giudiziario, il confronto con la Corte suprema, le modifiche ai meccanismi di controllo istituzionale e il rapporto sempre più conflittuale tra governo e apparati indipendenti hanno alimentato il dibattito sul cosiddetto democratic backsliding, cioè sul progressivo indebolimento dei contrappesi che limitano il potere della maggioranza di governo.

Per questo motivo, le elezioni del 2026 vengono percepite da una parte dell’opinione pubblica e degli osservatori come una possibile last chance per invertire questa traiettoria. L’Israel Democracy Institute ha descritto il voto come un possibile referendum sul futuro del carattere democratico di Israele, mentre analisi recenti hanno definito l’attuale fase una critical juncture: un momento nel quale le scelte politiche possono avere conseguenze durature sulla configurazione delle istituzioni.

Quota 61

La preoccupazione non riguarda soltanto quale partito controllerà il governo. Riguarda soprattutto le regole attraverso cui il potere verrà esercitato. Parlare di last chance, tuttavia, non significa sostenere che Israele cesserebbe automaticamente di essere una democrazia il giorno dopo le elezioni. La questione è piuttosto quella della reversibilità. Finché esistono elezioni competitive, un’opposizione in grado di contendere il potere e istituzioni capaci di esercitare forme di controllo sull’esecutivo, esiste anche la possibilità di invertire una traiettoria di erosione democratica. Ma quanto più profondamente vengono trasformate le istituzioni che garantiscono questi contrappesi, tanto più difficile può diventare ripristinarle.

Eppure, proprio qui emerge il più grande elemento di incertezza di queste elezioni: anche un eventuale successo dell’opposizione non garantirebbe automaticamente una svolta. Il sistema politico israeliano è infatti profondamente frammentato e la formazione di un governo richiede il raggiungimento della soglia dei 61 seggi; un cambiamento politico deve quindi passare attraverso la costruzione di una coalizione parlamentare capace di sostenere il nuovo esecutivo. È questo il paradosso delle elezioni del 2026: potrebbero rappresentare una delle ultime occasioni per correggere la traiettoria democratica del paese, ma il sistema politico potrebbe non essere in grado di produrre la maggioranza necessaria per farlo.

Come funzionano le elezioni in Israele

Per capire le elezioni israeliane bisogna partire da un elemento fondamentale: Israele è una democrazia parlamentare e non elegge direttamente il primo ministro. I cittadini votano per il parlamento, la Knesset, composta da 120 membri, e il governo viene successivamente formato sulla base dei rapporti di forza emersi dalle elezioni e delle coalizioni che riescono a costruire una maggioranza parlamentare.

Il sistema elettorale è basato sulla rappresentanza proporzionale. Tutto il Paese costituisce un’unica circoscrizione elettorale: non esistono collegi territoriali e gli elettori non votano per singoli candidati, ma per una lista di partito. I 120 seggi della Knesset vengono quindi distribuiti alle liste in proporzione ai voti ottenuti.

Il primo passaggio è però rappresentato dalla soglia elettorale, oggi fissata al 3,25% dei voti validi. Le liste che non raggiungono questa soglia vengono escluse dalla distribuzione dei seggi. I voti ottenuti dalle liste che rimangono sotto la soglia, quindi, non contribuiscono alla composizione finale della Knesset.

Una volta stabilito quali liste hanno diritto alla rappresentanza, i voti vengono trasformati in seggi attraverso una procedura in due fasi. In una prima fase si calcola la quota di voti necessaria per ottenere i seggi; successivamente vengono distribuiti i seggi rimasti attraverso il metodo d’Hondt, che tende a favorire leggermente i partiti più grandi. Il sistema israeliano combina quindi elementi della rappresentanza proporzionale con un meccanismo di distribuzione dei seggi residui che può produrre differenze, anche se generalmente limitate, rispetto a una proporzionalità perfetta.

Un elemento particolarmente interessante sono i cosiddetti accordi sui voti residui (surplus-vote agreements). Prima delle elezioni, due liste possono accordarsi per essere considerate congiuntamente nella fase di attribuzione dei seggi residui. In questo modo possono aumentare le proprie possibilità di ottenere un seggio aggiuntivo. È un dettaglio tecnico, ma mostra bene come il risultato elettorale non dipenda esclusivamente dal numero complessivo di voti ottenuti da ciascun partito: anche le regole con cui quei voti vengono trasformati in seggi possono incidere sulla composizione della Knesset.

Non basta vincere per governare

Questa caratteristica ha conseguenze politiche importanti. La combinazione tra rappresentanza proporzionale, un’unica circoscrizione nazionale e una soglia relativamente bassa rende possibile per numerosi partiti ottenere una rappresentanza parlamentare. La Knesset tende quindi a essere frammentata, riflettendo la pluralità della società israeliana ma rendendo allo stesso tempo più difficile per un singolo partito ottenere una maggioranza autonoma.

Ed è qui che bisogna distinguere tra vincere le elezioni e formare un governo. Il partito che ottiene più voti non diventa automaticamente il partito di governo. Dopo le elezioni, il presidente dello Stato consulta i rappresentanti delle liste e assegna a un membro della Knesset l’incarico di formare un governo, scegliendo il candidato che appare avere le maggiori possibilità di ottenere la fiducia parlamentare. Non è quindi necessariamente il leader del partito più votato.

Il candidato incaricato deve poi costruire una coalizione capace di ottenere il sostegno della maggioranza della Knesset. Le trattative possono durare diverse settimane e comprendono accordi sui programmi politici, sulla distribuzione dei ministeri e sulle condizioni che consentono ai diversi partiti di sostenere il nuovo governo. Se il primo tentativo fallisce, l’incarico può essere affidato a un altro parlamentare; se nessuno riesce a formare un governo, la Knesset può essere sciolta e si torna alle urne.

Il caso Bennett

La conseguenza è che il risultato elettorale costituisce soltanto il primo passaggio di un processo più ampio di formazione del governo. Un partito può essere il più votato e tuttavia non riuscire a costruire una maggioranza; al contrario, un partito relativamente piccolo può diventare decisivo se i suoi seggi sono necessari per raggiungere la maggioranza parlamentare.

È ciò che rende particolarmente importante la logica delle coalizioni nella politica israeliana. Il caso del governo Bennett del 2021 è emblematico: Naftali Bennett divenne primo ministro pur guidando una lista che aveva ottenuto soltanto sette seggi, perché riuscì a costruire una coalizione parlamentare sufficientemente ampia.

Il sistema elettorale israeliano produce quindi una distinzione fondamentale tra rappresentanza e governabilità. Da un lato, la rappresentanza proporzionale permette a una pluralità di orientamenti politici, religiosi, ideologici e settoriali di entrare nella Knesset. Dall’altro, proprio questa frammentazione rende indispensabile la costruzione di coalizioni e può trasformare partiti relativamente piccoli in attori decisivi.

È proprio a questo livello che emerge uno degli elementi centrali dell’attuale politica israeliana: il problema non è soltanto chi vincerà le elezioni del 2026, ma se il risultato elettorale sarà in grado di produrre una maggioranza parlamentare sufficientemente coesa da governare.

Netanyahu: il premier eterno

La competizione elettorale ruota ancora una volta attorno a Benjamin Netanyahu, ma per la prima volta da anni il fronte che punta a sostituirlo presenta una pluralità di alternative politiche credibili. I principali protagonisti appartengono tuttavia a tradizioni e aree ideologiche differenti: più che un’opposizione unitaria, costituiscono un fronte composito accomunato soprattutto dall’obiettivo di porre fine all’era Netanyahu.

Benjamin Netanyahu – Likud. Primo ministro e leader del Likud, Netanyahu è il politico che più di ogni altro ha dominato la politica israeliana degli ultimi decenni: ha ricoperto la carica di premier per circa 19 degli ultimi 30 anni. Il suo governo rappresenta la coalizione più a destra nella storia di Israele e negli ultimi anni ha accentuato le proprie posizioni nazional-conservatrici. Per i suoi sostenitori, Netanyahu rimane il leader più esperto e più capace di garantire la sicurezza del Paese in una fase di guerra e forte instabilità regionale; per i suoi avversari, la sua leadership è invece associata alla crisi istituzionale, ai fallimenti che precedettero il 7 ottobre e al progressivo indebolimento dei contrappesi democratici. Le elezioni sono quindi, almeno in parte, un referendum sulla sua permanenza al potere.

I liberal-sionisti Bennett e Lapid

Naftali Bennett e Yair Lapid – Beyachad. L’alternativa centrista è rappresentata da questa lista nata dall’alleanza tra l’ex primo ministro Naftali Bennett e l’ex primo ministro Yair Lapid. Bennett guida la lista, mentre Lapid occupa il secondo posto. I due avevano già governato insieme nel 2021-22 nel tentativo, allora riuscito, di costruire una coalizione eterogenea capace di estromettere Netanyahu.

Oggi propongono nuovamente un’alternativa al suo governo, ma su basi prevalentemente centriste e liberal-sioniste. La loro posizione è significativa proprio perché dimostra quanto il campo anti-Netanyahu sia ampio: Bennett proviene dalla destra nazionalista e mantiene posizioni dure sul conflitto israelo-palestinese, mentre Lapid rappresenta una tradizione più centrista e secolare.

Eisenkot, il principale sfidante

Gadi Eisenkot – Yashar. Ex capo di stato maggiore dell’Idf, Eisenkot è emerso come il principale sfidante di Netanyahu. La sua candidatura combina un forte profilo securitario con una promessa di cambiamento istituzionale e di maggiore professionalizzazione del governo.

Il suo partito, Yashar, propone tra le altre cose una commissione d’inchiesta statale sui fallimenti precedenti al 7 ottobre, il rafforzamento della responsabilità istituzionale e il servizio militare per tutti, compresi gli haredim.

L’ultimo dei Mohicani della sinistra

Yair Golan – HaDemokratim. L’ex generale Yair Golan rappresenta invece l’ala più chiaramente liberale del campo sionista. Il partito nato dalla fusione tra Labor e Meretz, Golan è anche una delle figure più esplicitamente critiche nei confronti della direzione assunta dal governo sul piano istituzionale e della gestione della guerra.

La sua posizione lo distingue dagli altri principali sfidanti: mentre Bennett, Lapid ed Eisenkot condividono molte delle premesse securitarie della destra israeliana, Golan rappresenta una prospettiva più vicina alla tradizione della sinistra sionista e mostra maggiore apertura verso una futura soluzione politica del conflitto. È inoltre noto per essere intervenuto personalmente durante l’attacco del 7 ottobre, un elemento che ha contribuito alla sua immagine pubblica.

Come negli ultimi anni, in questa corsa elettorale, permane la caratteristica più problematica dell’opposizione, ovvero la mancanza di un progetto politico unitario. Si parla infatti di un campo politico estremamente vario, che comprende elementi di destra moderata, centro e sinistra sionista; figure con posizioni molto diverse sul conflitto e sulla questione palestinese; e politici che condividono l’obiettivo di rafforzare le istituzioni democratiche ma divergono su come governare la sicurezza e il rapporto con i partiti arabi. Sconfiggere Netanyahu alle urne e costruire un’alternativa di governo sono infatti due problemi diversi e sarà proprio la distanza da colmare tra questi due passaggi a determinare, ancora una volta, se le elezioni riusciranno a produrre un cambiamento politico oppure una nuova fase di impasse.

Dal 7 ottobre alla leva degli haredim

Per gran parte della storia di Israele, la competizione politica è stata organizzata attorno alla contrapposizione tra Labour e Likud. Quella struttura, tuttavia, si è progressivamente dissolta. Il fallimento del processo di Oslo, la Seconda Intifada, la trasformazione della destra nazional-religiosa e, dal 2009, la centralità di Benjamin Netanyahu hanno prodotto un sistema nel quale le tradizionali categorie di destra e sinistra spiegano ormai soltanto una parte della competizione politica.

Le elezioni del 2026 mostrano bene quanto il quadro sia diventato complesso. Il sistema israeliano non è più diviso in due blocchi ideologicamente coerenti, ma in una serie di coalizioni potenziali costruite attorno a combinazioni variabili di fratture politiche e sociali. Un modo concreto per comprenderlo è osservare le posizioni dei principali partiti sulle questioni che saranno più rilevanti per il prossimo governo.

Nel campo della maggioranza attuale emerge innanzitutto una forte convergenza sulla questione territoriale e della sicurezza, unitamente alla posizione comune a favore  della riforma giudiziaria. Questa apparente compattezza, tuttavia, nasconde una questione potenzialmente esplosiva: la leva militare degli haredim, diventata ancora più sensibile in questi ultimi tre anni.

Quest’ultima, insieme alla formazione di una commissione d’inchiesta sulle responsabilità per il 7 ottobre costituiscono una linea di divisione fondamentale tra forza di maggioranza e opposizione. È però soprattutto osservando il posizionamento in merito alla questione palestinese che emerge quanto sia difficile parlare di un unico “blocco dell’opposizione”. Il campo anti-Netanyahu non coincide infatti con un fronte favorevole alla soluzione a due Stati. Al suo interno convivono posizioni molto diverse sul futuro dei territori palestinesi, sugli insediamenti e sul rapporto tra soluzione politica e controllo militare.

Il quadro che emerge è quindi quello di fratture sovrapposte, piuttosto che di una semplice divisione destra-sinistra. Le principali linee di frattura riguardano almeno sei dimensioni: la sicurezza e la guerra; il futuro dei territori palestinesi; l’annessione e gli insediamenti; la leva militare degli haredim; la responsabilità per il 7 ottobre; e il rapporto tra governo, magistratura e istituzioni democratiche. È proprio questa sovrapposizione di fratture a spiegare perché la politica israeliana contemporanea sia così difficile da ricondurre alla tradizionale opposizione tra destra e sinistra.

Cosa dicono i sondaggi

A pochi giorni dal voto, il dato più importante dei sondaggi non è tanto quale partito arriverà primo, quanto l’assenza di una maggioranza chiara. La rilevazione più recente di i24NEWS, condotta il 18 ottobre, assegna 25 seggi al Likud, 21 a Yashar e 13 a B’Yachad, con il blocco di Netanyahu fermo a 57 seggi, quattro in meno rispetto alla maggioranza necessaria per governare. La media dei quattro sondaggi più recenti disponibili – Maariv, Channel 13, KAN e Channel 12 – colloca il blocco di Netanyahu a 51 seggi e quello dell’opposizione sionista a 55, mentre i partiti arabi raccolgono complessivamente circa 14 seggi.

Yashar di Gadi Eisenkot è invece il primo partito nella media, con circa 21 seggi contro i 19 del Likud. Anche sul piano della popolarità personale Eisenkot mantiene un vantaggio su Netanyahu: nell’ultimo sondaggio Maariv, il 48% degli intervistati lo considera più adatto a ricoprire la carica di primo ministro, contro il 41% che indica Netanyahu (The Jerusalem Post).

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L’incognita dei partiti arabi

I partiti che rappresentano i cittadini arabi potrebbero rivelarsi i veri kingmaker delle elezioni di domani. Le rilevazioni più recenti attribuiscono a Ra’am circa 5 seggi e alla Joint List circa 8, per un totale di 13 deputati: un numero potenzialmente decisivo in una Knesset nella quale nessuno dei due principali schieramenti sembra oggi in grado di raggiungere autonomamente la soglia dei 61 seggi necessaria per governare.

Ma il peso politico del voto arabo non è affatto scontato. Il primo interrogativo riguarda la partecipazione: i cittadini arabi rappresentano circa un quinto della popolazione israeliana, ma la loro affluenza alle urne è tradizionalmente più bassa di quella ebraica; per il 2026 si prevede un’affluenza intorno al 63%.

Il secondo interrogativo è ancora più politico: quei seggi potranno essere utilizzati per formare un governo? Qui emerge il paradosso della tornata elettorale. I partiti arabi potrebbero essere indispensabili per raggiungere i 61 seggi, ma i principali partiti dell’opposizione hanno finora escluso una loro partecipazione a una coalizione.

Il rischio stallo in Israele

Il terzo interrogativo riguarda allora gli stessi partiti arabi: se venissero chiamati al tavolo delle trattative, sarebbero disposti a entrare nel governo? Anche qui non esiste una risposta univoca. Ra’am di Mansour Abbas ha già sperimentato nel 2021 la partecipazione a un governo israeliano ed è oggi la formazione araba più orientata alla negoziazione e alla partecipazione istituzionale. La Joint List sembra invece preferire un ruolo esterno, offrendo eventualmente una rete di sicurezza parlamentare in cambio di specifiche concessioni politiche.

Il voto del 27 ottobre potrebbe quindi non consegnare una vittoria, ma una nuova prova di forza sull’assetto politico e istituzionale di Israele. Se l’opposizione non sarà in grado di trasformare i seggi ottenuti in una reale partnership politica, anche una possibile sconfitta elettorale di Netanyahu potrebbe non tradursi in un cambio di governo, lasciando Israele davanti all’ennesimo stallo.

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