La “guerra santa” islamica avanza in Africa e minaccia l’Europa

Di Giancarlo Giojelli
03 Ottobre 2025
L'Isis in Africa centrale diffonde un video nel quale incita alla guerra contro i cristiani. Fernandez (Memri): «È un pericolo anche per l'Europa»
Un frame del video che inneggia alla guerra santa contro i cristiani prodotto dall'Isis in Africa
Un frame del video che inneggia alla guerra santa contro i cristiani prodotto dall'Isis in Africa

Un video circola nel cuore dell’Africa subsahariana, trasmesso su profili social e chat chiuse, oppure ripreso e mostrato pubblicamente da attivisti del jihad: un video che ricalca cliché ben noti, che incita alla guerra contro i “crociati”, cioè i cristiani, e ostenta massacri di “infedeli”. Il 26 settembre 2025, la Provincia dell’Africa centrale dello Stato islamico (Iscap) ha diffuso un filmato di 18 minuti intitolato Dawa (Chiamata) e Jihad: operazioni di combattimento, conversioni religiose ed esecuzioni condotte dai suoi combattenti nell’angolo nord-orientale della Repubblica democratica del Congo (Rdc). Lo ha analizzato l’ambasciatore Usa Alberto Fernandez, ex diplomatico statunitense di origine cubana, ora vicepresidente del Memri, studioso e consulente di diverse università e centri studi Usa. 

«Il jihad destabilizza l’Africa»

Fernandez racconta a Tempi quello che ha visto e soprattutto le prospettive che si stanno delineando. La “guerra santa” in Africa avanza e minaccia l’Europa, nonostante sia scarsamente considerata dal mainstream occidentale (solo il Papa e pochi siti, e tra questi Tempi, hanno denunciato i massacri dei cristiani). «Certamente il pericolo proveniente dall’Africa è sottovalutato», ci dice Fernandez. «La destabilizzazione si estenderà alle regioni limitrofe, soprattutto all’Europa».

Il video, continua Fernandez, «è un segnale. È in corso un’offensiva jihadista concertata nel continente africano, sia di Al-Qaeda che dello Stato islamico». L’offensiva «mira a creare rifugi sicuri per il terrorismo e – senza dubbio – prima o poi influenzerà i flussi migratori. E la popolazione africana è molto più numerosa di quella del Medio Oriente. Proprio come i terroristi hanno utilizzato i rifugiati siriani un decennio fa per infiltrarsi in Europa, è molto probabile che lo stesso accada con gli spostamenti di popolazione dall’Africa».

Pericolo per l’Europa

In Europa ci sono già cellule radicalizzate per ora “dormienti”. Potrebbero risvegliarsi in forza del jihad africano? «Sì, qualsiasi successo dello Stato islamico in Africa influenzerà e mobiliterà le persone che si trovano già in Europa. È qualcosa a cui abbiamo già assistito con le comunità della diaspora in luoghi come Francia e Gran Bretagna un decennio fa, che ha portato ad attacchi terroristici all’interno di quei paesi».

Il video, prosegue Fernandez, «è interessante in quanto fornisce un riassunto molto recente e piuttosto completo di ciò per cui il gruppo afferma di combattere in Africa. La narrazione, la sceneggiatura utilizzata dai propagandisti dello Stato islamico in Africa è estremamente comprensibile, seppur raffinata. Le lamentele per le crociate occidentali (utilizzando filmati tratti dal film hollywoodiano del 2005 Le Crociate, uno dei preferiti dai jihadisti) e il colonialismo francese e belga in Congo si susseguono a immagini più recenti della guerra globale contro il terrore, dell’Iraq e dell’Afghanistan, con apparizioni cameo del presidente George W. Bush e altri. Anche i programmi di aiuto e sviluppo occidentali (Unhcr, Cicr) vengono denunciati come “campagne ingannevoli e leggere” che promuovono attività missionarie».

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«La guerra contro i cristiani»

L’obiettivo principale sono i cristiani. «L’Iscap si vanta nel video di aver scatenato guerre contro i cristiani e i loro eserciti nella Repubblica democratica del Congo e in Uganda nell’ultimo decennio, uccidendoli, espellendoli, incendiando le loro chiese e caserme e tagliando loro i mezzi di trasporto commerciale».

L’ Isis in Africa sa di non poter contare su molti seguaci, soprattutto in Uganda (10 per cento di musulmani) e in Congo (3 per cento), per questo punta alla conversione degli “infedeli” con ogni arma: terrore, minacce, lusinghe. Contro i cristiani in Nigeria la guerra è aperta. I jihadisti si servono dei gruppi dei pastori fulani, in larga parte musulmani, che si spostano a causa della desertificazione e vanno ad occupare le terre dei cristiani. La “guerra santa” è globale e si alimenta delle crisi globali.

Pogrom in Nigeria

L’ultimo pogrom in Nigeria è avvenuto a metà giugno 2025 nello stato di Benue: più di duecento persone, uomini, donne, bambini, intere famiglie cristiane che avevano già perso tutto a causa dei continui conflitti e sfollamenti, sono state massacrate nel villaggio di Yelwata, nella contea di Guma. Le case incendiate con dentro le famiglie, bambini piccoli, donne anziane, uomini disarmati sono stati bruciati vivi, i loro corpi carbonizzati.

Solo in Nigeria negli ultimi cinque anni 19 mila cristiani sono stati massacrati così. L’offensiva del terrorismo jihadista ha poi colpito a fine luglio nella Repubblica democratica del Congo. Almeno 40 cristiani riuniti intorno a una chiesa cattolica nel nord-est del paese per celebrare il Giubileo sono stati massacrati e bambini sono stati rapiti dalle Forze democratiche alleate, ribelli al governo centrale, che sei anni fa si sono affiliati allo Stato islamico.

Un frame del video che inneggia alla guerra santa contro i cristiani prodotto dall'Isis in Africa
Un frame del video che inneggia alla guerra santa contro i cristiani prodotto dall’Isis in Africa

L’appello a unirsi all’Isis

Una ulteriore prova della penetrazione dei jihadisti nell’area approfittando dei conflitti locali secondo una strategia ben studiata. Il video è un appello e una minaccia: unitevi a noi o sarete massacrati. Un filmato realizzato e montato da professionisti, non certo da guerriglieri abituati a usare le armi ma non i mezzi di comunicazione.

«Il video potrebbe aver richiesto un notevole lavoro di editing, ma è comunque crudo, seppur diretto», commenta ancora Fernandez. «L’ambientazione narrativa è accompagnata da immagini del consueto caos dell’Isis: una telecamera di combattimento in soggettiva, prigionieri colpiti alla testa al rallentatore, un uomo sgozzato, villaggi incendiati, i corpi scomposti dei morti, bottino e armi sottratti al nemico. I convertiti parlano in swahili, inglese, luganda (parlato in Uganda), kinyarwanda (parlato in Ruanda) e arabo. L’obiettivo è attrarre combattenti migranti (muhajirun) da altri Stati africani».

Una minaccia e un segnale

La narrazione complessiva è violentissima, ma è chiaro che è stata realizzata da esperti: il video non è destinato a persone istruite o all’Occidente, bensì alla gente del posto che parla le lingue locali (ammesso che abbiano accesso all’elettricità o a internet) nell’Africa centrale e occidentale, ma anche (è sottotitolato in arabo) ai propagandisti e sostenitori di lingua araba che sono emigrati in Africa e vivono e combattono nella galassia dei gruppi affiliati allo Stato islamico.

Per i primi è una minaccia, per i secondi un segnale: ci siamo, siamo tornati. E puntiamo al cuore dell’Africa. Contando sugli aiuti finanziari che passano attraverso le basi dell’Isis in Mozambico e in Somalia, dove tuttavia lo Stato Islamico deve scontrarsi con le milizie guidate da Al-Qaeda, Al-Shabaab. E proprio nel Corno d’Africa si sono concentrati gli attacchi aerei americani contro le basi dei due principali gruppi fondamentalisti. Forse è per questo che in Congo e Uganda qaedisti e Isis sembrano ora essersi coalizzati.

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«L’Africa è l’Eldorado del jihadismo»

«L’Africa in generale è la terra delle opportunità per il jihadismo – commenta Fernandez -. Cercano di accrescere la loro potenza e indebolire gli Stati già deboli, e sono sulla buona strada per farlo in Burkina Faso, Mali e Somalia. Vogliono massacrare i cristiani in massa e lo stanno facendo. Potrebbero – insieme alla minaccia dei banditi – riuscire a destabilizzare la Nigeria, un obiettivo enorme e contemporaneamente fragile. Ma l’Africa funge anche da palcoscenico o luogo di esibizione jihadista. Il “vecchio manuale” fornito dall’Iscap nel suo ultimo video è una sorta di conforto ideologico, una rivisitazione recente ma familiare dei più grandi successi dell’Isis degli anni passati: storia (falsa), conversioni e omicidi. Questo potrebbe in realtà non generare molti convertiti in Africa centrale, ma fornisce contenuti freschi che possono essere scambiati per “risultati” – azione, avanzamento, convertiti, conteggi dei cadaveri, sangue – per il consumo della più ampia platea jihadista globale. Trasmette un messaggio, forse rozzo e imperfetto, che dice “siamo ancora qui e continuiamo a massacrare come prima”, come ai vecchi, inebrianti giorni di un decennio fa. E per questo c’è ancora un pubblico pronto».

È una strategia brutale che si ripete in molte parti del mondo: stupri, teste tagliate, corpi bruciati. Esattamente quello che è accaduto due anni fa al confine di Gaza. Forse bisognerebbe riflettere sulla base dei risultati del report sui fatti (accertati) del 7 Ottobre elaborato della commissione indipendente internazionale e consegnato alle Nazioni Unite. La barbarie che si ripete con le stesse modalità e gli stessi slogan e i video postati sui social con identico stile narrativo sono una minaccia associata ad un messaggio globale. Rivolto a tutti. A noi.

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