Iraq, cristiani a rischio estinzione. Sono una razza o una specie di serie B?

Se la comunità internazionale continuerà a mostrarsi cieca e sorda al calvario della popolazione entro quattro anni l’80% dei fedeli lascerà la Piana di Ninive. Il rapporto di Acs

Dalla categoria “vulnerabile” a quella critica di “a rischio estinzione”: non è un editoriale sugli orsi del Trentino ma il destino che attende la popolazione cristiana in Iraq se la comunità internazionale resterà sorda e cieca all’emigrazione forzata e alle minacce che incombono su chi ha fatto ritorno alle proprie case nella Piana di Ninive dopo il genocidio del 2014.

Sono passati sei anni dalla drammatica persecuzione dell’Isis e il 100 per cento dei cristiani afferma di non sentirsi al sicuro: lo denuncia il rapporto “Life after ISIS: New challenges to Christianity in Iraq” appena pubblicato da Aiuto alla Chiesa che soffre: tempo quattro anni – si legge nel dossier – e il numero di cristiani presenti nell’area potrebbe calare dell’80 per cento rispetto a quello precedente la mattanza dello Stato islamico.

LE MILIZIE E IL FANTASMA DELLO STATO ISLAMICO

Proprio il fantasma del ritorno dell’Isis sta portando il popolo a pensare di abbandonare definitivamente la propria terra: la Shabak Militia e la Babylon Brigade, le due principali milizie attive nella Piana col beneplacito del governo iracheno e il supporto iraniano, non rappresentano alcuna forma di sicurezza, “molestie e intimidazioni collegate a richiesta di denaro” sono all’ordine del giorno per molte famiglie, esposte a estorsioni, minacce e costrette a fare i conti anche con il senso di insicurezza generato dai contrasti fra il governo centrale di Baghdad e quello regionale del Kurdistan, aventi ad oggetto determinate aree a maggioranza cristiana. Disoccupazione, corruzione finanziaria e amministrativa, discriminazione religiosa sono le minacce indicate rispettivamente dal 70, 51 e 39 per cento dei cristiani intervistati e che indurrebbero a lasciare il paese, minacce collegate, indirettamente o direttamente, sempre al governo e alla gestione della vita sociale ed economica da parte delle milizie.

«LASCEREMO LA PIANA ENTRO IL 2024»

Quanto al professare liberamente la propria fede, il 50 per cento degli intervistati non vede un futuro per i cristiani in Iraq. Essere cristiani o vivere in aree cristiane si traduce, per molti, nel disinteresse del governo ad investire, creare strade e collegamenti sicuri, portare acqua ed elettricità in zone ad alto tasso di emigrazione. In altre parole, su temi di competenza governativa, l’abbandono dei cristiani si fa più evidente, cercare lavoro una sconfitta quotidiana. Il 54 per cento degli sfollati sta ancora aspettando la ricostruzione della propria casa, qualcuno si è insediato nelle abitazioni abbandonate di chi non ha alcuna intenzione di fare ritorno nel paese natale, altri si sono arrangiati in gruppi di famiglie a vivere ammassati dove era possibile, o hanno trovato rifugio nei monasteri. Ma il 57 per cento degli intervistati prevede di emigrare, e di questi, il 55 per cento, prevede di farlo in fretta: entro 4 anni, entro il 2024, dicono ad Acs, lasceranno la Piana di Ninive. Riducendo una popolazione cristiana che nel 2014 contava appena 102 mila persone a 23 mila. L’80 per cento in meno.

DOVE RINASCE LA CHIESA E LE SUE OPERE

«C’è un piano deliberato per escludere i cristiani dalla società, che faticano a trovare lavoro», denunciava qualche mese fa il patriarca caldeo Louis Rapahel I Sako alla televisione irachena Sharqiya News per ribadire la difficile situazione dei cristiani nel paese mediorientale. «In Iraq i cristiani sono emarginati, infelici e discriminati. Lo Stato non si occupa di loro e il fondamentalismo islamico li danneggia gravemente». Eppure il “piano Marshall” portato avanti da Acs insieme ad altre organizzazioni per gestire la ricostruzione dei siti cristiani distrutti dalla furia jihadista e riconquistare ciò che è andato perduto, funziona e ha riportato tanti fedeli nella culla del cristianesimo: secondo i dati di aprile, il 45 per cento delle famiglie (anche solo parte dei componenti) scappate ha fatto ritorno nei centri dove è in corso il piano di recupero di Acs di 363 strutture gestite dalla chiesa (34 totalmente distrutte, 132 incendiate e 197 parzialmente danneggiate), l’87 per cento delle quali riveste anche funzione sanitaria, di sostegno sociale ed educativa.

La Chiesa resiste, quando tutto crolla. Essere all’altezza di quella presenza per eliminare il settarismo, la corruzione, l’arricchimento illegale ascoltando la voce dei tanti martiri e di coloro che sono ancora sottoposti a ingiustizia, miseria e umiliazione, un’urgenza politica che non può essere più rimandata. Sempre che il destino dei cristiani nella Piana di Ninive trovi priorità e spazio nel dibattito della comunità internazionale fra una predica contro il razzismo e un’omelia su mammiferi e plantigradi a rischio di estinzione.

Foto Ansa