Iran, l’accordo nucleare scontenta gli alleati degli Usa (ma l’Italia fa festa)

Teheran rinuncia alla bomba atomica e il mondo alleggerisce le sanzioni, favorendo le imprese italiane. Intervista a Gianandrea Gaiani

«Sul piano politico è un accordo importante, su quello economico l’Italia fa festa ma i paesi del Golfo non sono contenti e la Siria potrebbe pagarne le spese». Così il direttore di AnalisiDifesa Gianandrea Gaiani analizza con tempi.it l’accordo raggiunto sul nucleare da Iran e le potenze mondiali del cosiddetto 5+1 (Usa, Russia, Cina, Francia, Regno Unito e Germania). Per un periodo della durata di sei mesi l’Iran si impegna a interrompere l’arricchimento dell’uranio sopra il 5%, a non aggiungere altre centrifughe e a neutralizzare le sue riserve di uranio arricchito al 20%, mentre le maggiori potenze alleggeriranno alcune sanzioni a Teheran e permetteranno agli ayatollah di accedere a 4,2 miliardi di dollari bloccati in alcune banche asiatiche.

È la prima volta che il regime islamico raggiunge un accordo pubblico con gli Stati Uniti.
Sul piano politico si tratta di un accordo importante perché consente di chiudere un capitolo lunghissimo di confronto-scontro tra Stati Uniti e Iran degli ayatollah che risale al 1979.

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha parlato di «errore storico» e di «mondo più pericoloso».
È chiaro che dal punto di vista strategico e militare l’accordo non ha un grande valore perché non toglie all’Iran gli strumenti per dotarsi della bomba atomica. Ad esempio, il reattore di Arak, che produce plutonio, non viene smantellato anche se Teheran promette di non utilizzarlo. Diciamo che l’accordo si basa sulla volontà di Teheran di non dotarsi della bomba. Come ha fatto notare l’Arabia Saudita, evidentemente infastidita, se tutti fossero in buona fede sarebbe un buon punto di partenza. Sul piano militare, poi, cambia poco gli equilibri: i razzi a medio raggio con cui Teheran potrebbe colpire Israele non sono stati toccati.

L’accordo strappato dall’America ha sicuramente deluso paesi sunniti come Arabia Saudita, Qatar e Turchia.
Nella regione le cose potrebbero cambiare. Ora gli alleati storici dell’America sanno di non poter più contare sugli Stati Uniti, anche se già l’avevano capito durante la crisi siriana, quando Obama ha rinunciato ad attaccare Assad. Nel Golfo, allora, hanno gridato al tradimento. Questi paesi, quindi, si potrebbero distaccare dagli Usa cercando una loro autonomia e indipendenza, anche sul piano degli approvvigionamenti militari. Potrebbero comprare armi più in Europa che in America, anche se in questo campo non ci sono certezze. La Turchia, in questo senso, si è già mossa: dovendo dotarsi di un sistema missilistico di difesa, ha preferito rivolgersi alla Cina che agli Stati Uniti. Nessun paese della Nato l’aveva mai fatto. L’accordo con l’Iran potrebbe infine causare una recrudescenza delle azioni dei ribelli in Siria, perché sauditi e altri Stati potrebbero cercare di dare una spallata ad Assad.

Come valuta l’accordo dal punto di vista italiano?
In generale farà bene al nostro paese perché l’embargo per noi è stato un disastro visto che raffinavamo il petrolio dell’Iran in Sicilia e le nostre aziende sono presenti nel paese da tempo. L’Italia ha sempre accettato le sanzioni piegandosi agli Stati Uniti, che avevano poco da perdere essendo fuori dal mercato iraniano dal 1979, al contrario nostro. Questo accordo, quindi, ci farà sicuramente bene, anche perché la riapertura del mercato iraniano in un periodo di crisi come questo avrà un impatto economico positivo.

Il ministro degli Esteri Emma Bonino ha parlato di «passo avanti».
Prima c’è stato il disarmo chimico della Siria, ora l’Iran ha espresso la volontà di non perseguire il suo programma nucleare. È chiaro che tutto questo è positivo. Se poi si pensa che riaprirà un mercato importante come quello iraniano, è normale che la Farnesina faccia festa.