Hong Kong. Già in carcere, Jimmy Lai viene arrestato per la seconda volta

Il magnate dell’editoria e campione per la lotta della democrazia è stato accusato per la seconda volta di «collusione con potenze straniere». Resterà in carcere fino al processo

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Una corte di Hong Kong giovedì ha rifiutato nuovamente di rilasciare su cauzione il magnate dell’editoria pro democrazia Jimmy Lai, riferisce Radio Free Asia. Il fondatore dell’impero Next Digital, fin dal 1989 inviso al Partito comunista cinese per la sua denuncia del massacro di Piazza Tienanmen, è stato arrestato l’anno scorso con l’accusa minore di frode e quella maggiore di «collusione con potenze straniere». Il reato, introdotto a luglio dalla draconiana legge sulla sicurezza nazionale, gli è stato contestato dopo aver rilasciato interviste a media stranieri.

ARRESTATO PER LA SECONDA VOLTA

Il giorno precedente, mercoledì, Lai era stato nuovamente arrestato, nonostante si trovasse già in carcere in via cautelare, per una seconda accusa di «collusione». Questa volta, ha scritto l’Apple Daily, il principale giornale pro democrazia della città fondato proprio dal tycoon, Lai è accusato di aver aiutato un cittadino di Hong Kong a scappare dalla città.

In carcere da dicembre, Lai era stato rilasciato su cauzione il 23 dello stesso mese. Dopo la veemente protesta di Pechino, attraverso il Quotidiano del popolo, i giudici di Hong Kong fecero dietrofront portandolo nuovamente dietro le sbarre. Per la violazione della legge sulla sicurezza nazionale, introdotta in modo incostituzionale da Pechino per reprimere qualunque libertà civile a Hong Kong, Lai rischia l’ergastolo e potrebbe anche scontarlo in una prigione della Cina continentale.

IL CARDINALE ZEN MANIFESTA PER JIMMY LAI

Davanti al tribunale, Lai è stato accolto da centinaia di manifestanti che lo hanno sostenuto gridando «tieni duro!». Tra di loro, c’era anche il cardinale Joseph Zen, da sempre grande sostenitore della democrazia nell’ex città autonoma. Di fronte all’Alta corte anche un manipolo di oppositori, che gli ha gridato «traditore», invocando per lui «pene esemplari».

Jimmy Lai è sempre stato consapevole di ciò che rischiava per il suo attivismo politico e sociale. In una intervista a Tempi, una delle ultime rilasciate prima dell’arresto, dichiarava:

«Ho fondato il più grande gruppo editoriale di Hong Kong, non penso che qualcuno possa dirsi sorpreso se io e le mie pubblicazioni siamo diventati un obiettivo da colpire. Essendo a favore del mercato libero e della libertà, è normale non andare a genio al Partito comunista cinese. Io non credo che il Pcc abbia paura di Jimmy Lai, il punto non sono io o chiunque altro. Ma quando ti mostri in disaccordo con il regime comunista non può che nascere un conflitto. Faccio parte del movimento pandemocratico fin dai suoi albori, o almeno a partire dal 1989. Oggi ho 73 anni e non vedo che senso possa avere per me scappare. Hong Kong è la mia casa, mi ha dato tutto ciò che ho: perché dovrei andarmene da casa mia? Continuerò a lavorare come prima, finché non mi impediranno di farlo».

Lai dovrà restare in carcere almeno fino al 16 aprile, quando comincerà il suo processo.

@LeoneGrotti

Foto Ansa