«Invadere un paese e uccidere gli infedeli» è terrorismo? «No, è jihad: un obbligo per tutti i musulmani»

L’importante è che si faccia tutto per rendere suprema la parola di Allah. L’articolo di uno dei giuristi musulmani più importanti di tutto il mondo islamico

Il jihad è terrorismo? È la domanda a cui ha provato a rispondere sul quotidiano egiziano Al Ahram Abdul Fatah Idris, docente musulmano di diritto comparato e capo dell’omonimo istituto della facoltà della Sharia all’università islamica più importante del mondo arabo, l’egiziana Al Azhar.

COS’È TERRORISMO. Nell’articolo in arabo, tradotto da Frontpage, Idris definisce il terrorismo «un atto di violenza commesso da un individuo o più (…) che minaccia persone o organizzazioni o mezzi di trasporto per causare danni o la morte delle persone o semplicemente per indebolire l’efficacia delle organizzazioni internazionali (…) o per creare uno stato di terrore». Ad esempio, continua Idris, le violenze dei Fratelli Musulmani ai danni dei cristiani, quando oltre 70 chiese sono state bruciate o saccheggiate, «devono essere definite come terrorismo e non possono essere chiamate, come alcuni hanno fatto, jihad sulla via di Allah perché c’è una grande differenza».

COS’È JIHAD. Quale differenza? «Il jihad sulla via di Allah – continua il docente – significa rendere la sua parola suprema, diffondere la religione, difendere l’onore della nazione islamica e rispondere all’aggressione contro i musulmani in tutto il mondo. Questo è jihad: quando un musulmano combatte un infedele senza trattato (cioè tutti coloro che non appartengono alla religione cristiana o ebraica, ndr) per rendere la parola di Allah suprema ed è per questo costretto a invadere la sua terra. Tutto questo è permesso dai giuristi. Anzi, è un obbligo di tutti i musulmani. Ora, se i dettami del jihad – incluso combattere gli infedeli e rompere la loro spina dorsale in tutti i modi possibili – sono permessi dalla sharia, allora è impossibile definire questi atti come terrorismo. C’è una grossa differenza».

L’AMBIGUITÀ DI IDRIS. L’espressione “infedele senza trattato” usata da Idris è ambigua. Per “trattato” si intende la protezione che i musulmani danno a cristiani o ebrei in uno Stato islamico in cambio del pagamento di un “tributo umiliante”, la cosiddetta gizya. Chi paga, può mantenere la sua religione, chi non paga deve convertirsi. Questo speciale trattato riguarda solo cristiani ed ebrei, tutti gli altri, dagli atei ai politeisti alle altre minoranze, sono considerati “infedeli”. E proprio su questo punto la Chiesa e l’università di Al Azhar sono in disaccordo per quanto riguarda la nuova Costituzione egiziana: nell’articolo 3, infatti, Al Azhar vuole che siano garantite libertà e rispetto alle tre grandi religioni monoteiste, la Chiesa chiede invece di non specificare i nomi, così che la libertà religiosa sia garantita anche ad atei, bahai, sciiti, eccetera.

STESSI MEZZI, FINI DIVERSI. La differenza, come si evince dall’articolo, non sta quindi negli atti commessi da un terrorista o un jihadista ma dallo scopo in nome del quale vengono compiuti. Ma se Idris definisce “terroriste” le violenze dei Fratelli Musulmani in Egitto, quelle dei guerriglieri legati ad Al Qaeda in Siria, per liberare il paese dal regime di Assad e restituirlo alla nazione islamica, rientrano sicuramente nel jihad «obbligatorio».