Indignarsi per il rosario di Salvini? Non esageriamo

Non siamo degli ingenui che abboccano alla prima esca gettata in acqua, ma non ci dispiace che la fede riprenda un posto nello spazio pubblico

È ovvio che Matteo Salvini nel corso del suo comizio in Piazza Duomo a Milano ha esibito simboli religiosi cristiani e utilizzato formule di consacrazione mariana per accalappiare voti, rivolgendosi a un determinato settore del mercato elettorale italiano, che non coincide esclusivamente coi cattolici praticanti. Tutto quello che si dice e che si fa da parte di esponenti politici nel corso di una campagna elettorale è finalizzato a raccogliere consenso, e questo riduce il valore intrinseco di simboli, valori, narrazioni, citazioni che durante un comizio si evocano, perché l’evocazione è strumentale, non è finalizzata all’esperienza del valore o all’incontro con la realtà citata, ma a convincere l’elettore a dare il suo voto a un partito politico che sta partecipando a una competizione elettorale.

Dovrebbero per questa ragione i cattolici italiani indignarsi, come ha scritto Famiglia Cristiana? Non esageriamo. L’apparizione di simboli cristiani in un contesto politico per iniziativa di leader politici non è cominciata coi rosari di Salvini. Per cinquant’anni il partito della Democrazia Cristiana ha esibito il cristianesimo nel suo nome e nel suo simbolo, lo scudocrociato che tanti di noi hanno convintamente barrato in occasione di tornate elettorali senza indignarsi per la strumentalizzazione del simbolo della croce e del nome cristiano. Strumentalizzazione che non appariva tale a vescovi e papi. Rocco Buttiglione eletto segretario del Partito Popolare Italiano nel 1994 al termine di un accesissimo congresso dal palco invocò la protezione della Madonna sul partito. Lech Walesa e altri esponenti di punta di Solidarnosc avevano l’abitudine di portare all’occhiello un’immagine della Madonna Nera di Czestochowa, ben inquadrata in tutte le foto e in tutte le videoriprese degli scioperi, dei comizi e dei tavoli di negoziato col governo polacco. Quattro anni fa il presidente boliviano Evo Morales regalò al papa un crocifisso a forma di falce e martello, che al momento non piacque affatto a Francesco, ma che pare sia stato poi accettato dopo un chiarimento sul significato dell’opera da parte di alcuni padri gesuiti.

Un po’ di coerenza

Il problema coi politici che si appellano a Dio, a Cristo e alla Vergine Maria è che poi debbono mostrarsi all’altezza di ciò che hanno invocato pubblicamente: le loro politiche saranno analizzate e criticate anche alla luce dei riferimenti religiosi, dovranno mostrare una certa coerenza coi Dieci Comandamenti e col Vangelo. Nel caso di Salvini, la compatibilità con lo spirito evangelico della politica di respingimenti dei migranti clandestini condotta dal ministro degli Interni è oggetto di incandescente dibattito, ma certo lui può validamente difendersi presentando le statistiche che dimostrano che sotto la sua direzione degli affari naufragi, dispersi e annegati nel Mediterraneo sono sensibilmente diminuiti di numero; molto più difficile è per lui difendere la coerenza cristiana di prese di posizione come la proposta di riaprire le case di tolleranza, lo stanziamento di fondi a favore della contraccezione in Africa da parte del Consiglio regionale della Lombardia a maggioranza leghista, la refrattarietà a modificare in senso restrittivo la legge sull’aborto e quella sulle unioni civili.

Nessun processo alla coscienza

È sicuramente sbagliato criticare gli esponenti politici che evocano simboli religiosi e affermano valori spirituali attaccandosi alle loro incoerenze morali e ai loro peccati personali: tutti gli ultimi papi hanno ribadito la dottrina cattolica che il più grande attributo divino è la misericordia, che Dio pratica nei confronti di chi ammette il suo peccato e cerca, o almeno desidera, di emendarlo. Ma è inevitabile che l’osservatore comune, l’”uomo della strada”, si domandi dentro di sé se veramente il politico di turno crede, in coscienza, nella verità di fede che pronuncia di fronte al popolo, nei valori che esalta, o se si tratta solo di una posa finalizzata a posizionarsi nel marketing politico. È virtualmente impossibile risolvere questo dubbio a questo mondo, ma una cosa è certa: i politici, come ogni essere umano, un giorno dovranno rendere conto delle loro parole e dei loro atti in un tribunale un po’ più alto di quello dell’opinione pubblica. E lì si appurerà il tasso di ipocrisia e il tasso di genuinità.

Fatto positivo

Premesso tutto ciò, negli appelli religiosi e nelle evocazioni simboliche dei politici, chiunque essi siano, c’è anche del positivo. Come c’è del positivo in ogni riferimento da parte di politici di qualunque partito a ciò che viene prima di noi contemporanei, alla storia, all’identità, al passato, alla tradizione, alle opere di chi ci ha preceduto, a ciò che abbiamo ereditato, all’origine di tutto ciò che è e che non siamo stati noi a originare. Questi riferimenti sono benefici, al di là di ogni strumentalizzazione elettoralistica, per due ragioni. Primo, perché esplicitano che il mondo non comincia e non si identifica con la volontà di potenza di un politico o di un partito, camuffata da dedizione al bene comune; c’è qualcosa di più grande e di anteriore a cui non si sfugge se non al prezzo di prendersi per Dio e mettersi al suo posto. In secondo luogo, ogni riferimento alla nostra storia e alla nostra identità, alla nostra genealogia e a ciò di cui siamo eredi, è benefico per la nostra salute mentale e spirituale, è un argine all’impoverimento antropologico, è antidepressivo, è una risorsa per ricominciare a volerci bene. Perché solo chi vuole bene a se stesso può volere bene agli altri. 

Botticelli, Brunelleschi e Renzi

Anche il documentario in quattro puntate di Matteo Renzi su Firenze del dicembre scorso è stato criticato come l’interminabile spot di un politico che ha strumentalizzato la storia e l’arte della sua città per rilanciare le proprie fortune. Ma anche in questo caso, al netto dell’operazione di pubbliche relazioni, c’è un positivo che va salvato: Botticelli e Brunelleschi eccederanno sempre il mero recupero politico che qualcuno ne vuole fare. Nella nostra corteccia cerebrale lo stimolo estetico della bellezza fiorentina, e la sua origine nella fede cristiana e nell’umanesimo, supererà sempre la petulanza dell’affabulatore di Rignano.  

Scetticismo e benevolenza

Credo che dovremmo guardare alle ostentazioni religiose e/o culturali dei leader politici con un misto di scetticismo e benevolenza, lasciando loro capire che non siamo degli ingenui che abboccano alla prima esca gettata in acqua ma anche che non ci dispiace che la fede, l’identità e l’eredità di un popolo riprendano un posto nello spazio pubblico e non siano confinati nel privato, come se fossero qualcosa di losco o di pornografico. L’indignazione dovremmo riservarla a politici che evocano e approvano nelle piazze cose come il libero aborto, la libertà di drogarsi, la guerra contro altri popoli o l’eliminazione di classi sociali, razze e minoranze religiose. 

Foto Ansa